Le piante fanno danni?

“Questi alberi fanno danni”

“Queste piante stanno rovinando l’asfalto e i tubi”

“Bisogna potarle/tagliarle/cambiarle”

Svelerò un segreto sconvolgente: le piante non prendono decisioni e sicuramente non “fanno danni”.

Le piante non possono muoversi, devono trarre il massimo beneficio dal posto in cui si trovano (spesso il luogo sbagliato, perché lo scegliamo noi).

Se un albero che può crescere oltre i 20 metri di altezza e oltre i 60 centimetri di diametro (vedi foto) viene messo a dimora in una formella di marciapiede da 50 centimetri possiamo veramente stupirci del fatto che solleva l’asfalto?

Il problema non sono le piante.

Il problema è la progettazione, completamente tralasciata o affidata a chi si preoccupa unicamente della componente estetica della pianta (quando va bene), senza considerare le caratteristiche e le necessità della specie che dovrà passare qualche decennio in un luogo che non è certamente quello per cui l’evoluzione l’ha selezionata.

È il caso di ricordarsi che le piante sono dei viventi, crescono, reagiscono agli stimoli, hanno necessità fisiologiche, hanno nemici e possono ammalarsi.

Inserire una pianta in un progetto non è come inserire una panchina.

Inserire una pianta nel nostro ambiente è – a tutti gli effetti – un investimento.

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Conoscenza e mediazione. Abbiamo ancora bisogno di maestri?

divulgazione
Neil DeGrasse Tyson e Piero Angela

Viviamo in anni strani, a tratti rivoluzionari. L’accesso alle informazioni da tutto il mondo e, soprattutto, la possibilità per tutti di creare contenuti e condividerli con tutto il mondo ci ha lanciati nell’epoca della disintermediazione.

Spesso sento dire che “i media sono il passato”, che la rete fornisce conoscenza diretta, non mediata da qualcuno che potrebbe veicolare le notizie per formare le nostre idee.

Ammesso e non concesso che la rete sia un contenitore puro e non influenzato di informazioni, è proprio vero che il futuro della conoscenza sarà il mondo dell’informazione senza mediazioni?

Mi permetto di avere dubbi a riguardo.

L’informazione è – sostanzialmente – acquisizione, comprensione e interpretazione di dati. Il mito dell’informazione “liquida e libera” ci dice che il futuro saranno dati liberi, che ciascuno potrà vedere e interpretare senza che qualcuno debba farlo per lui.

L’idea è bella, appare democratica, ma è tanto affascinante quanto irrealizzabile.

Siamo davvero sicuri di essere in grado di reperire tutti i dati (o un loro sottoinsieme rappresentativo)? Siamo sicuri di essere in grado di comprende e interpretare questi dati?

Tralasciando l’universo della politica (per evidenti ragioni di incompetenza di chi scrive), vorrei puntare lo sguardo sulla scienza.

In un  celebre lezione Richard Feynman diceva “non importa chi sei o quanto bella sia la tua ipotesi: se non è confermata dagli esperimenti hai sbagliato.”, e questo è un caposaldo del metodo scientifico: non esiste il principio di autorità.

Chiunque può “fare scienza” se ha una teoria e un’evidenza sperimentale che la supporti, ma qui la questione è un’altra: è vero che chiunque – fornito di libero accesso a dati e pubblicazioni – può comprendere la scienza?

Io, ad esempio, sono in grado di comprendere e commentare criticamente articoli scientifici che riguardano il mio specifico campo di specializzazione, ma non saprei nemmeno da dove iniziare se dovessi provare a comprendere un articolo scientifico di fisica quantistica o neurologia (o econometria, o modellistica matematica ecc.). Come posso avere le informazioni “terra terra” se non ho un mediatore?

Nella scienza la mediazione prende il nome di divulgazione. La divulgazione è un’attività difficilissima, consiste nel rendere comprensibili e chiari dei concetti tecnici molto complicati, senza svilirne la complessità e l’importanza.

Ovviamente, se io non sono in grado di comprendere da solo ma devo affidarmi a un mediatore, dovrò fidarmi di ciò che il mediatore mi dice. E se mi devo fidare, il principio di autorità torna in campo con tutta la sua forza.

Chi ha l’autorità per fare divulgazione?

Chi è scienziato, dirà qualcuno. Chi meglio di una persona che ha toccato con mano gli argomenti di cui parla? Vero, Neil DeGrasse Tyson (astrofisico di fama internazionale e divulgatore appassionante, a sinistra nella foto) è uno dei tanti esempi.

Ma non sempre. E non solo.

Non è detto che un bravo ricercatore sia anche un bravo divulgatore (o un bravo insegnante). Rendere semplice e accattivante un concetto complesso e noioso è materia ostica. Qualcuno ci riesce, anche se nella vita non si è direttamente occupato di ricerca (Piero Angela, a destra nella foto, non è un accademico di formazione ma ha fatto la storia della divulgazione italiana).

Nella divulgazione il principio di autorità esiste. I divulgatori non sono tutti uguali, c’è chi è più credibile di altri. Per essere credibile un divulgatore deve riportare i fatti citandone le fonti senza diventare un semplice bibliografo, deve spiegare in modo semplice ma non semplicistico, deve chiedere scusa e correggersi in caso di errore (capita a tutti).

Oltre a questo deve aggiornarsi, studiare, capire e confrontarsi con esperti di settori anche diversi dal suo.

La divulgazione è un’arte difficile, ma necessaria. Senza questo tipo di mediazione la conoscenza scientifica sarebbe limitata a pochi tecnici di settore e il grande pubblico non potrebbe apprezzarne i progressi, le trasformazioni e i traguardi. Sarebbe come guardare un film senza il sonoro: per quanto belle possano essere le immagini, la trama resterebbe oscura in buona parte.

Viva i maestri, quindi. Fanno un grande lavoro.

A noi resta il compito di scegliere i migliori.

Cosa succede alla soglia di 1.5°C

Cosa sarà mai un grado e mezzo? 1.5 °C, una differenza di temperatura che, se si verificasse in un’ora nella stanza in cui ci troviamo faremmo fatica a percepire. Figurarsi la stessa differenza spalmata in tutto il mondo in oltre 160 anni!

Invece è una differenza enorme, a tratti spaventosa. Perché si tratta dell’aumento della temperatura media del pianeta (tutto il pianeta), e perché, dati alla mano, sembra essere causata dall’attività umana, in particolare dall’emissione di gas-serra di origine fossile (ma non solo), di cui l’anidride carbonica (o diossido di carbonio) è il più celebre e pericoloso rappresentante.

Il report del IPCC appena uscito (8 ottobre 2018) descrive cosa succederebbe se la temperatura media del nostro pianeta aumentasse fino alla celebre soglia di 1.5°C in più rispetto alla media pre-industriale (ossia prima del 1850).

Perché proprio 1.5°C? Perché questo è l’impegno che i potenti della terra si sono prefissati nella Conferenza sul Clima di Parigi del dicembre 2015, in cui i governi dei 20 più grandi paesi del pianeta hanno preso l’impegno di mantenere l’aumento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale ben al di sotto dei 2°C, sforzandosi di mantenere tale aumento entro 1.5°C, appunto.

Gli scienziati dell’IPCC sono stati incaricati di scrivere un report in cui si descriva cosa ci possiamo aspettare dal nostro pianeta in caso di un aumento medio di temperatura di questa portata. Il lavoro è stato fatto e il report è stato pubblicato, inclusa la “versione semplificata” per i politici.

Cosa dice questo report (scritto in inglese, ma davvero agevole da leggere)? Di seguito alcuni dei punti messi in evidenza:

Ad oggi il riscaldamento globale causato dall’uomo si attesta su un aumento medio della temperatura rispetto all’epoca pre-industriale di 1°C (con una forbice di incertezza che lo colloca tra 0.8°C e 1.2°C). Se l’aumento della temperatura dovesse continuare a questo ritmo la soglia di 1.5°C sarà raggiunta tra il 2030 (tra 12 anni) e il 2052.

Schema estratto dal Summary for Policymakers

I modelli climatici prevedono variazioni del clima molto differenti nelle diverse aree della terra, con aumento delle temperature medie, temperature massime molto elevate, aumento delle precipitazioni in alcune aree e rischio di siccità in altre.

L’innalzamento del livello del mare continuerà per lungo tempo, anche diminuendo il riscaldamento globale. In sostanza le risposte positive a una limitazione del riscaldamento non saranno immediate.

Saremo costretti ad adattare le nostre attività umane alle nuove realtà climatiche. Maggiore sarà il valore del riscaldamento medio, maggiore sarà la necessità di attuare delle misure di adattamento (fermo restando che le diverse attività umane presentano capacità di adattamento diverse e, in ogni caso, limitate).

Per mantenere l’impegno di non superare in alcun modo un aumento delle temperature medie di 1.5°C le emissioni di anidride carbonica dovrebbero raggiungere il livello di zero netto entro il 2050 (nel 2010 il bilancio era di 35-40 miliardi di tonnellate/anno, da allora non è diminuito sensibilmente).

Per poterci permettere tutto ciò avremo bisogno di una rapida e drastica trasformazione dei sistemi energetici, urbani, industriali e infrastrutturali (inclusi l’edilizia e i trasporti) e di uso del suolo. Un cambiamento di tale portata e su così ampia scala non è mai avvenuto, anche se nell’era post-industriale cambiamenti rapidi su scale limitate si sono già verificati.

Potrei proseguire, il report è molto più preciso e completo, ma il messaggio sembra chiaro già così.

Siamo ancora in tempo per limitare i danni? Forse, ma serve agire subito, e in tanti (a livello di piccole comunità come a livello internazionale). Siamo sulla buona strada? Non sembra. Il problema viene sempre messo da parte, a quanto pare c’è sempre altro a cui pensare.

Non è più sufficiente dire “si inizia a parlarne”, “sta aumentando la sensibilità”. E’ ora di agire, e per agire possiamo fare una cosa importante (oltre a evitare le emissioni inutili e assumere stili di vita virtuosi): ricordarci di questo problema quando andiamo a votare.

Se il cambiamento climatico vale un Nobel

Nel nostro Paese siamo impegnati a capire se sia giusto o meno consentire spese “immorali” (qualunque cosa significhi) a chi riceve sussidi pubblici.

Si parla di economia, assistenzialismo, deficit, poco di investimenti, pochissimo di scienza cultura e istruzione. E si pensa a dove tagliare per mantenere le promesse, che riguardano tasse, pensioni e disoccupazione.

Figurarsi se nei bilanci dello stato può trovare posto qualcosa che abbia a che fare con il cambiamento climatico. Ma per favore! Materia da ambientalisti che non hanno altro a cui pensare. I problemi sono ben altri.

Eppure proprio oggi arriva la notizia che il premio Nobel per l’economia 2018 viene assegnato a William Nordhaus “Per aver integrato il cambiamento climatico all’interno delle analisi macroeconomiche di lungo periodo” (condiviso con Paul Romer, che ha fatto la stessa cosa con le innovazioni tecnologiche).

Il cambiamento climatico è qualcosa con cui l’economia, non solo quella Italiana, dovrà fare i conti.

Investire sul futuro senza tenere conto di tutto ciò che succede al nostro ambiente non può portare a nulla di buono.

Clima, il grande dimenticato della nostra politica.

Fonte: sfgate.com

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare il discorso di Harrison Ford al Globalinfluisce (ed è influenzato) direttamente sulle colture agrarie Climate Action Summit. In questa occasione l’attore americano ha ricordato l’importanza che questo tema dovrebbe avere nelle agende politiche mondiali.

Lo so lo so ormai sembra che questo sia rimasto un tema da hippie.

Lo so che ormai in Italia il problema sono tasse sussidi cene e leadership. Il cambiamento climatico è un argomento che non scalda i cuori della stampa non interessa il lettore medio, viene usato per lo più per riempire le pagine finali dei quotidiani.

Eppure il cambiamento climatico è un tema che dovrebbe toccare i nostri pensieri quotidianamente, dovrebbe guidarci nelle scelte di breve, medio lungo periodo. Cavolo, Non dovrebbe farci dormire la notte!

Sono esagerato?
Forse.

Eppure stiamo parlando di un problema che ha numerevoli conseguenze e fortissimi impatti sulla nostra vita quotidiana.

L’aumento degli eventi meteorici estremi alle medie latitudini, come lunghi periodi di siccità, forti precipitazioni concentrate in brevissimi intervalli di tempo, trombe d’aria e grandinate che stanno diventando sempre più frequenti non sono altro che l’effetto ampiamente previsto del riscaldamento globale alle medie latitudini, ossia le nostre.

Il cambiamento climatico, dunque, non è questione di ambientalismo da salotto, non si riduce alla salvaguardia i qualche specie di anfibio sconosciuta ai più. Il cambiamento climatico influisce direttamente sulle colture agrarie di tutto il mondo, comprese le nostre, quelle di cui tanto ci vantiamo perché il cibo italiano il migliore del mondo.

Il cambiamento climatico influisce sull’economia del nostro turismo, basti pensare alle difficoltà delle località montane che soffrono la mancanza di neve Durante la stagione sciistica.

Il cambiamento climatico ci obbliga rivedere rivalutare delle nostreInfrastrutture, dagli argini fluviali ai ponti, che si trovano ad affrontare sollecitazioni più intense.

Il cambiamento climatico è causa di migrazioni a livello globale, che sappiamo quanto le migrazioni siano un problema sentito nel nostro paese.

Eppure il cambiamento climatico un argomento fuori dalla agenda della nostra politica. Forse perché è un tema ben più grande del nostro Paese, forse perché richiede la stretta cooperazione con altre nazioni, forse perché richiede grandi sforzi e garantisce pochissimi risultati nell’immediato. Per un politico è un tema scarso appeal elettorale.

Per riprendere le parole di Harrison Ford, dovremmo ricordarci che la natura non ha bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno della natura.

E magari smetterla di dare potere a chi non crede nella scienza.

Resistere, ricominciare

Questa è la storia di un faggio. Anzi, è la storia di un faggio grande, con un “fratello” cresciuto al suo fianco (andrebbe chiamato fusto secondario, ma pazienza).

Il faggio si trova all’interno di un bosco, la luce è poca, bisogna contorcersi, inclinarsi, distendersi per spostarsi dall’ombra delle chiome dei vicini. La luce è vita.

Contemporaneamente bisogna sviluppare le radici, che devono raccogliere acqua, minerali, e ancorare a terra queste strutture contorte alla ricerca del sole.

Succede un giorno che il faggio crolla.

Non so il perché, forse qualche fungo l’aveva scavato dall’interno, forse era diventato troppo pesante per delle radici danneggiate, magari un colpo di vento più forte del solito.

Il faggio crolla, portandosi via tutto, anche buona parte del fratellino, a partire dal legno dove un tempo i due si toccavano e si spingevano a vicenda.

Il fratellino resta così, inclinato, appeso a un fazzoletto di legno strappato, esposto a qualunque minaccia. Sembra tutto finito.

Invece no. Parti di quel fazzoletto sono ancora vive. Riescono a mettere in comunicazione le foglie, e i loro liquidi zuccherini, con le radici.

Il piccolo faggio fa un callo, chiude ciò che è sano e lo isola dal mondo esterno. Usa queste deboli connessioni per ricostruirsi un futuro.

Dai tessuti vivi nascono gemme, che scenderanno verso il basso e diventeranno nuove radici, per bere e cercare sostanze nutrienti in questa situazione di emergenza.

Non è facile, ma funziona. Il faggio oggi è lì, ha un fusto bucato, malformato, che nessun tecnico sano di mente definirebbe “stabile”, ma non sta peggio dei suoi vicini.

È lì. Inclinato, malmenato dagli eventi, brutto, ma commovente nella sua resistenza.

È ripartito da quello che gli è rimasto. E ha vinto.

Non solo api. Salviamo (anche) i Bombi!

Close up photograph of a bumblebee (Bombus pascuorum) taken by Mark Burnett

“Se le api scomparissero dalla terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”

E’ una frase che viene attribuita ad Albert Einstein che sottolinea l’importanza di questi insetti per la nostra vita.

Perché le api sono così importanti? Non solo per la produzione di miele e prodotti affini, ovviamente. Le api ci offrono un servizio ecosistemico fondamentale: l’impollinazione meccanica delle piante.

Il polline è l’insieme dei gametofiti, ossia delle cellule riproduttive “maschili” delle piante, che devono raggiungere gli organi “femminili” (il pistillo dei fiori) per consentire la riproduzione sessuata.

In sostanza, i semi delle piante che si riproducono per via sessuata (ossia che hanno bisogno dell’unione di materiale genetico maschile e femminile per riprodursi) possono nascere solo se il polline viaggia da un fiore a un altro, da una pianta all’altra (esclusi i casi di autoimpollinazione).

Ovviamente le piante possono disperdere il polline al vento e sperare che questo atterri nel posto giusto, ma quanto sarebbe più comodo avere un “corriere espresso” che preleva il polline direttamente da un fiore e lo deposita su un altro fiore?

I “corrieri” del polline esistono, sono animali che chiamiamo impollinatori e le api ne sono forse il caso più famoso: nella loro attività di bottinamento (ossia di raccolta di nettare e polline dai fiori) le api si “sporcano” di polline: le loro zampe e i peli che ricoprono il corpo raccolgono questi granuli che verranno trasportati sui fiori visitati successivamente.

Questo “servizio” è talmente importante che alcune piante si affidano esclusivamente agli impollinatori per la riproduzione (e dunque per la sopravvivenza della specie).

Non so se potremmo vivere per soli quattro anni, ma è sicuro che se non ci fossero le api sarebbe molto difficile la riproduzione di tantissime piante (comprese quelle di cui ci nutriamo e che nutrono gli animali).

Salviamo le api dunque, giustissimo. Ma le api (Apis mellifera) sono diffuse in tutto il mondo, allevate e curate per i loro prodotti (miele, cera, pappa reale, propoli). Esistono tantissimi altri insetti che svolgono lo stesso “servizio” ma che non vengono presi in considerazione: tra queste ci sono i bombi (Bombus spp.)

I bombi assomigliano a delle api “ciccione”: Il loro addome è più largo e tondeggiante, coperto di peluria, caratterizzato da ampie bande nere e gialle (variabili secondo la specie).

Anche i bombi sono degli impollinatori fondamentali per molti ecosistemi, pur non beneficiando delle attenzioni riservate alle api. Molte specie di bombo sono in condizioni di vulnerabilità o pericolo di estinzione, in particolare alcune specie del nord e sud America. Tuttavia anche in italia ci sono specie minacciate e con popolazioni in declino, come il bombo alpino (Bombus alpinus).

bombo alpino, foto di Arnstein Staverløkk/Norsk institutt for naturforskning

Non solo api quindi, molte altre specie rendono possibile (o più facile) la presenza sul pianeta delle specie vegetali. Specie spesso sconosciute, sicuramente che attirano meno attenzione rispetto alle api.

Se dovessero sparire le api all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita. Se sparissero i bombi magari gli anni sarebbero di più, ma sicuramente sarebbero anni duri.

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Questo articolo si ispira al post della pagina facebook Entomology Uncensored, che vi invito a visitare.

Immagine dal post di Entomology Uncensored