Il motivo per cui, purtroppo, c’è un’orsa in meno

La notizia dell’abbattimento di KJ2 sul sito ANSA.it

E’ notizia di queste ore l’abbattimento di KJ2, l’orsa che qualche settimana fa si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento.

Ovviamente la reazione, in particolare quella dei social networks, è tendenzialmente unanime e indignata: si va dagli inviti a boicottare turisticamente la provincia alle denunce alle richieste di incriminazione per chi ha preso questa decisione.

Anziché dare un giudizio sull’accaduto, in queste righe vorrei spiegare perché si è arrivati a questa decisione e quali motivi ci siano dietro alla possibilità di prendere una decisione del genere (decisione che mai vorrei trovarmi a dover prendere).

Partiamo da un presupposto: in Trentino l’orso è stato reintrodotto dopo la scomparsa della prima metà del secolo scorso. La reintroduzione ha richiesto sacrifici enormi in termini economici e politici, oltre che interminabili ore di lavoro per i monitoraggi. La volontà dei cittadini e delle autorità politiche locali (per non parlare dei tecnici locali e non, come il sottoscritto) è quella di avere una popolazione stabile di orsi nel territorio trentino.

L’orso, come il lupo e la lince, fa parte dei cosiddetti grandi carnivori, i cui conflitti con le attività umane sono evidenti, e vanno dai danneggiamenti al bestiame al pascolo fino alle coltivazioni di pregio (l’orso mangia molti frutti durante la stagione estiva) per arrivare in rarissimi casi alle aggressioni dirette all’uomo.

La gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali non è affatto lasciata al caso, ma segue un piano d’azione interregionale (PACOBACE) scritto da personale tecnico e approvato dal Ministero dell’Ambiente, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dagli enti locali (regioni e province autonome) coinvolti nell’area di diffusione della specie.

Il piano d’azione parte dal presupposto che l’orso sia una specie estremamente protetta da leggi nazionali e internazionali e, proprio per la tutela della specie, individua e disciplina la gestione dei conflitti con le attività umane. Il piano individua tutta una serie di conflitti in ordine di gravità (da “l’orso si avvicina ai centri abitati” a “l’orso attacca l’uomo deliberatamente”); Per ogni conflitto sono indicate delle possibili azioni da intraprendere, che vanno dal monitoraggio continuo del singolo individuo alla cattura fino ad arrivare all’abbattimento (è tutto scritto nel piano che vi invito a scaricare e leggere dal link poco sopra).

Ma non è un controsenso abbattere un animale che si dichiara di voler salvaguardare?

In realtà no, perché l’obiettivo della tutela non è il singolo animale, ma l’intera popolazione.

Supponiamo che un orso attacchi in più occasioni un uomo (come KJ2, l’orsa abbattuta, che si era resa protagonista di un’aggressione anche nel 2015) e che nulla venga fatto. La soluzione è evidente: se le autorità preposte non intervengono gli abitanti della zona ci penseranno da soli. Si genera, in sostanza, un rifiuto per l’intera specie, non per il solo individuo aggressivo.

Gli abitanti della zona, è bene ricordarlo, non hanno lo stesso grado di coinvolgimento di cittadini come me, che abitano ad almeno un’ora di auto dal luogo dell’aggressione e che sono innamorati di questo meraviglioso animale; stiamo parlando di persone che abitano lì, che frequentano con i loro parenti e amici quelle zone quotidianamente. Queste persone possono avere, comprensibilmente, paura.

Se le autorità che hanno il dovere di gestire questa situazione (un individuo che ha più volte, e con successo, aggredito un uomo) non fanno nulla, il cittadino ci pensa da solo: prende la carabina e “risolve il problema” per conto suo. Ma lo fa senza le conoscenze corrette, e lo farà nei confronti di tutti gli orsi che troverà, non solo nei confronti dell’individuo problematico. Il risultato sarà una caccia alle streghe che comporterà il concreto rischio di perdere tutta la popolazione, compresi gli individui che di avvicinarsi all’uomo non ci pensano proprio.

Viceversa, se il singolo individuo problematico viene gestito (monitorato, catturato, spostato o addirittura abbattuto) in maniera corretta, non si creano le situazione per la “gestione fai da te”, si aumenta la fiducia nelle autorità cui compete la gestione di una specie complessa e, a conti fatti, si contribuisce a salvaguardare un’intera popolazione.

E’ sempre opportuno ricordarsi gli obiettivi delle azioni che si compiono. In questo caso l’obiettivo è la salvaguardia della popolazione, non del singolo individuo.

Io non so se l’abbattimento fosse la soluzione più corretta in questo specifico caso o se altre soluzione potessero essere adottate. Come detto, non mi augurerei mai di trovarmi nella situazione di dover prendere una decisione simile.

Io so che c’è un orso in meno in Trentino, e questo mi riempie di tristezza. La mia speranza è che l’abbattimento di questo orso possa aiutare a tutelare l’intera popolazione di orsi delle Alpi centro-orientali.

Come detto a un corso per studenti universitari che ho avuto il privilegio di tenere lo scorso anno, la convivenza tra uomo e orso è possibile, ma nessuno ha detto che sia anche facile.

Tutti tuttologi (con o senza web)

La citazione tratta dalla canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo mi esce spontanea leggendo e ascoltando quanto scritto e detto in giornali, siti web, telegiornali e trasmissioni di approfondimento in questi giorni.

In particolare oggi si sente parlare di diversi temi, tra i quali:

  • L’emergenza siccità e i cambiamenti climatici (in particolare gli effetti e l’efficacia dei programmi di mitigazione a breve, medio e lungo termine).
  • La gestione della fauna problematica, con particolare attenzione ai grandi carnivori (ogni estate, puntuale come la maturazione dei peperoni, si presenta il problema orsi in Trentino).
  • L’utilizzo dell’acqua in agricoltura e l’incentivo a convertire i campi della pianura padana a colture meno idro-ingorde.

Bene no? Si affrontano temi importanti.

Già. Peccato che gli opinionisti (quanto è antipatica questa parola?) che propongono soluzioni a questi problemi siano gli stessi che fino a pochi giorni fa parlavano di emergenza migranti, psicologia dei piromani e cure neurologiche sperimentali per un bambino giudicato incurabile.

Faccio fatica a spiegarmelo. Come può una persona aver un’opinione seria (dunque documentata, informata, ottenuta da diverse fonti) in materie così diverse?

Io, ad esempio, di musica non capisco nulla. Cito una canzone all’inizio del post per il solo fatto che apprezzo la citazione di Desmond Morris, ma non mi permetterei mai di dare un parere tecnico-stilistico o artistico.

Lo stesso vale per molti altri argomenti: ho un’infarinatura di neurologia? No. Quindi non ho idea di cosa fosse giusto fare per il povero Charlie Gard.

Ho una conoscenza sufficiente di cooperazione internazionale? No. Di conseguenza non propongo soluzioni per “aiutare i migranti a casa loro”.

Io posso capire che il portavoce di un movimento politico-sociale debba dare delle idee su possibili soluzioni a problemi contingenti, ma quasi mai sento dire le seguenti frasi:

“Il problema è complesso, la soluzione va trovata interpellando degli esperti nel settore”

“Il nostro paese ha investito nella formazione universitaria di molte persone, è opportuno sfruttare questi investimenti e far partecipare chi ha le competenze ai processi decisionali”

“Esistono già delle soluzioni tecniche, ma non sono facilmente riassumibili in 10 parole”

“Non ho idea di come affrontare questo problema. Mi informerò”

Perché, ad esempio, sulla crisi idrica e sui cambiamenti climatici non si sente quasi nessuno dire che la situazione attuale (prolungati periodi di siccità e aumento degli eventi estremi) è stata ampiamente prevista e semplicemente stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia senza prenderne atto? Esistono istituzioni ufficiali internazionali che sono talmente in gamba da produrre delle relazioni “facilitate” per essere comprese da chi non ha competenze tecniche, come l’Intergvernmental Panel on Climate Change con i suoi Summary for Policymakers (per politici, appunto).

Perché in relazione all’ultimo attacco di orso in Trentino no si dice che esiste un piano d’azione del Ministero dell’Interno che prevede la cattura o addirittura l’abbattimento per gli esemplari aggressivi, che regola le attività di monitoraggio e che individua i ruoli decisionali e operativi da diversi anni a questa parte? Perché a sentire certi ragionamenti pare che la presenza dell’orso sia una sorpresa e che nessuno sappia cosa sia opportuno fare.

Perché dopo ogni temporale l’amministratore locale di turno fa abbattere gli alberi rimasti in piedi “perché i cittadini lo chiedono”, senza interpellare tecnici che sono in grado di valutare la propensione al cedimento o le pratiche di gestione idonee per salvaguardare i benefici degli alberi minimizzando i rischi? Perché non vengono fatti controlli preventivi (prima dei temporali estivi) o non vengono attuate delle pratiche di manutenzione degne di questo nome?

Ormai funziona così, il tuttologo di professione ha sempre la risposta a tutto.

Al prossimo terremoto (che ci sarà, anche se facciamo finta di niente), saremo bombardati da soluzioni per “fare prevenzione” e “proteggere il territorio” e da trattati di geofisica improvvisati.

Lo stesso sarà per la prossima alluvione (che ci sarà, tra ottobre e novembre, anche se facciamo finta di niente). Avremo decine e decine di soluzioni, di programmi di manutenzione di impegni a mettere in sicurezza il paese.

Ma il tuttologo è fortunato. Quando sarà il momento di mettere in pratica le sue semplici soluzioni lui sarà impegnato a dare altre soluzioni, per altri problemi, che nel frattempo saranno venuti alla ribalta.

La competenza non è apprezzata da queste parti.

Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

Lasciate in pace Galileo

Ormai è diventata una moda: qualunque cialtrone più o meno titolato che dice una sciocchezza e viene pubblicamente sbugiardato o peggio, si lascia scappare l’infelice battuta:

“Anche Galileo è stato osteggiato dalla cultura ufficiale”

Si era detto per Vannoni e per il metodo Stamina, pratica senza evidenze scientifiche o test medici sperimentali seri, appoggiata da alcuni media in evidente caccia di ascolti e – purtroppo -da persone disperate. 

Ora lo si dice per i medici (radiati) Gava e Miedico, allontanati dall’ordine dei medici per avere posizioni anti-vaccini (una delle scoperte mediche più importanti della storia).

“Anche Galileo è stato osteggiato e costretto all’abiura dalla cultura dominante”.

Ecco, c’è una piccola differenza:

Galileo ha osservato, dimostrato e pubblicato. Galileo ha inventato un metodo di indagine – il metodo scientifico, appunto.

Galileo ha portato dati ed è stato osteggiato da persone che vivevano di dogmi.

I sedicenti novelli Galilei fanno l’esatto opposto. Prendono opinioni non dimostrate e pretendono di avere ragione nonostante l’assenza di dati o la presenza di dati contrari alle proprie ipotesi.

Quelli che alcuni seguaci chiamano “nuovo Galileo” hanno un atteggiamento anti-scientifico, dunque anti-galileiano.

Eppure sarebbe facile supportare nuove tesi, la scienza vive di nuove tesi.

Bisogna però applicare il metodo: ipotizzare, sperimentare, raccogliere dati e confermare l’ipotesi.

Il resto, mi dispiace, non è scienza. E di sicuro non piacerebbe a Galileo.

Nutria, castoro e lontra in tavola per la quaresima

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Con il mese di marzo per i cattolici è iniziata anche la Quaresima, il periodo di preparazione alla Pasqua.

In questi giorni, in particolare il venerdì, i precetti indicherebbero di mangiare “di magro”, ossia evitare la carne. In molti casi questa “regola”è stata tradotta con “venerdì si mangia pesce”.

Tralasciando il significato profondo e relativo alla dottirina delle fede che sta alla base di queste indicazioni (non ritengo di essere la persona più indicata per farlo), mi sono sempre chiesto quale sia il confine tracciato tra i cibi accettabili per poter dire di aver mangiato “di magro” e quelli che invece non dovrebbero rientrare nel menu del cattolico osservante.

E’ evidente che la distinzione non è strettamente zoologica e sistematica: mangiare pesce spesso include molluschi, crostacei e altri ordini zoologici che con i pesci condividono solo l’habitat; fateci caso la prossima volta che andrete a “mangiare  pesce” spendendo 60 euro per una frittura mista, un risotto con seppie e gamberetti, due spaghetti allo scoglio e un’impepata di cozze e vongole: potreste non aver messo tra i denti nessun pesce in senso stretto.

Il mio bisogno di definizioni sarebbe tentato di dire: mangiare “pesce” significa mangiare tutto ciò che appartiene al regno animale e che vive in ambienti acquatici. Salati, salmastri o dolci non fa differenza (tonno, canocchie o trota fanno sempre parte dei piatti “di pesce”).

Esclusi i mammiferi, giusto?

E’ evidente che i mammiferi non sono pesce ma carne. E quali sono i mammiferi degli ambienti acquatici? Cetacei (balene, delfini) e foche li conosciamo. Ma ci sono mammiferi strettamente legati agli ambienti d’acqua dolce?

Lontra e castoro ad esempio. Un tempo tipica fauna degli ecosistemi fluviali europei, oggi in ripresa (per lo meno la lontra nel nostro paese).

Quindi lontra e castoro sono esclusi dai menu “di pesce” o “di magro”, essendo mammiferi?

A quanto pare no.

Grazie a un collega vengo a conoscenza di un testo dal titolo “Operazione castoro”, scritto da Huber Weinzierl ed edito da Editrice La Scuola nel 1975. Questo testo tratta le questioni relative al ripopolamento dei castori in Europa, ma descrive anche fatti e aneddoti riguardanti la gestione di questa specie e altre specie simili in passato.

In particolare nelle prime pagine vengono citate alcune ricette semplici indicate nei libri di ricette a cavallo tra 1800 e 1900 a base di castoro, appunto, ma anche di lontra, folaghe e aironi. Tutti considerati cibo “magro” e affine al pesce, tanto da indicare i metodi per togliere il sapore di pesce dalle carni. Ne cito qualche riga:

“ […] La lontra, una volta tagliata a pezzi, va cucinata esattamente come il castoro. Quando la carne incomincia ad ammorbidirsi, mettere nella casseruola un cucchiaio di zucchero con un po’ di lardo, e a parte, con due cucchiai di farina, preparate una salsa e fatela cuocere finché abbia preso un colore nocciola scuro; aggiungete questo sugo alla lontra e lasciate cuocere quanto basta per farlo addensare. Prima di servire, versatevi sopra un poco di succo di limone.

[…] Questo piatto viene per lo più servito accompagnato da conserve di bacche di rosa o da gelatina di ribes.”

Oggi, ovviamente, castori e lontre sono sottoposte in alcune aree a vincoli di protezione, ma un altro roditore sta attirando l’attenzione di chef e buongustai: la nutria. Si moltiplicano ricette e metodi di cottura, si propongono prelievi a scopo alimentare che potrebbero essere molto efficaci nel contenere le popolazioni e, di conseguenza, i danni che questi animali provocano agli argini fluviali con la loro attività di scavo.

Personalmente non ho nulla in contrario all’approccio alimentare verso questa specie, anzi, mi incuriosisce. La mia domanda però è la seguente: verrà considerata “magro” come a suo tempo il suo parente, il castoro?

Giusto per sapere se potrei ritrovarmela in una frittura di paranza nelle prossime quaresime.