Cambiamenti climatici al bar

Scrivo queste righe dalla pausa caffé di un convegno sull’olivo e sull’olio d’oliva della Pedemontana Trevigiana (so che suona strano, ma si produce olio anche qui, di buona qualità a detta di chi ne capisce).

Tra le sfide che gli olivicoltori si trovano e si troveranno ad affrontare nel prossimo futuro vengono citati anche i cambiamenti climatici.

Durante la pausa, si sa, si chiacchiera, ci si scambia qualche parere e qualche commento sugli oratori, ci si confronta.

Due olivicoltori davanti a me, in attesa del caffé macchiato (“con la schiuma, mi raccomando”), concordano sorridendo sulla frase pronunciata da uno dei due:

ma se c’è ‘sto cambiamento climatico e la temperatura si alza è un bene: diventiamo come la Toscana e produciamo di più

Dopo qualche difficoltà a riportare la mia mandibola alla posizione originaria (più vicina al cranio che allo sterno), non ho potuto fare a meno di constatare la realtà.

La realtà è che il cambiamento climatico (leggasi riscaldamento globale) è un argomento scarsamente approfondito, anche da chi ne è maggiormente interessato. Com’è possibile che un agricoltore, che deve parte dei propri introiti proprio al clima, non abbia ben chiari gli effetti del riscaldamento globale?

L’aumento delle temperature su scala planetaria non porta semplicemente uno spostamento delle aree climatiche verso nord. La pedemontana Veneta non diventerà la Maremma, Piazza dei Signori a Treviso non sarà sostituita da Piazza del Campo.

L’effetto del global warming sta già portando sostanziali variazioni negli estremi climatici e nella distribuzione delle precipitazioni (eventi meteorici). Periodi di siccità prolungati, punte massime di temperatura aumentate, precipitazioni (pioggia e grandine) più intensi e più concentrati.

Nulla di buono per chi vive letteralmente dei frutti della terra.

Eppure, a quanto pare, la coscienza è piuttosto limitata, si ignora il problema e quasi si deride chi ne presenta i rischi.

Quando questi rischi si manifesteranno (e lo stanno già facendo), piangeremo i danni, chiederemo lo “stato di emergenza”, andremo in cerca di aiuto.

L’agricoltura, in particolare quella che si prefigge di lavorare sulla qualità, si deve basare su solide tradizioni passate, ma non può far finta di non vedere i problemi attuali e futuri, che richiedo approcci nuovi.

Possiamo sghignazzare al bar quanto vogliamo, ma finito il caffé è il caso di rimboccarsi le maniche e lavorare a nuove soluzioni.

Annunci

Attenti al lupo (storie di percezione e convivenza)

Nei giorni scorsi ho avuto modo di discutere con una persona sui social networks in merito alla presenza del lupo in Italia.

Questa persona, in modo educato e misurato devo ammettere, sosteneva che “ormai i lupi sono troppi, fanno danni ed è il caso di controllarne il numero“.

Questa frase ha al suo interno molti concetti, tutti molto complessi da definire, ai quali io e altri colleghi abbiamo cercato di dare una spiegazione tecnica. Ma si sa, i social non sono particolarmente vocati alle dissertazioni tecniche, quindi mi sono ripromesso di affrontare l’argomento qui, con calma e riflettendo sulle parole.

Partiamo dal principio: “i lupi sono troppi”. Cosa vuol dire troppi?

Se parliamo di numeri significa che parliamo di consistenza (numero totale di individui) e di densità (numero di individui per unità di superficie). Come si fa a stabilire se sono troppi?

In natura non esiste il concetto di “troppo”: tutte le popolazioni tendono a riprodursi crescendo in numero, generazione dopo generazione (figura 1). Se una popolazione avesse risorse illimitate (cibo, spazio, assenza di nemici ecc.) il numero degli individui crescerebbe in modo esponenziale (linea blu). Tuttavia la situazione di risorse illimitate non esiste, il cibo è limitato, lo spazio a disposizione anche, i nemici e i concorrenti per le risorse hanno più effetto se gli individui sono più numerosi. L’ambiente, quindi, tenderà a limitare la crescita numerica della popolazione fino a raggiungere un valore chiamato capacità portante dell’ecosistema (la linea retta chiamata k nel grafico); ecco che la popolazione crescerà sul modello rappresentato dalla linea in rosso.

Da BIOSPROJECT: Earth (biosproject-earth.blogspot.com)

Ma qual è il valore limite, la capacità portante per il lupo?

Dipende. Le variabili sono molte, ma il lupo, come tutti i grandi carnivori, ha delle necessità piuttosto complesse. Anzitutto, essendo un consumatore di alto livello (leggi: carnivoro in senso lato) ha bisogno che nel suo territorio ci siano prede sufficienti (che a loro volta avranno delle necessità ecologiche); il lupo ha bisogno anche di aree idonee per le complesse attività sociali che lo caratterizzano, considerando la forte territorialità della specie per cui in un determinato territorio può stare un solo branco (sono molto difficili le sovrapposizioni). In sostanza, non basta che il lupo abbia molte prede a disposizione (selvatiche o domestiche): se l’habitat non ha determinati requisiti la popolazione crescerà in modo limitato e il livello k del lupo sarà piuttosto basso, specialmente se confrontato con quello di altre specie.

Il mio interlocutore ha ribattuto che se dovessimo limitarci ad attendere le dinamiche naturali allora non dovremmo derattizzare o utilizzare insetticidi, perché la natura ci penserebbe da sola a limitare le popolazioni.

Il concetto è giusto, ma tira in ballo il secondo argomento: la popolazione “fa danni”? In altri termini, gli individui sono troppi “per noi“?

Partiamo da un concetto: l’uomo è una specie che fa parte dell’ecosistema. È una specie particolare, un efficientissimo ecosystem engineer, un modificatore di habitat a proprio vantaggio, ma pur sempre una specie, e in quanto specie interagisce e ha conflitti con le altre specie.

I conflitti con le altre specie vanno gestiti, sembra ovvio ma è il caso di ricordarlo. Gestire un conflitto significa fare il possibile perché si possa convivere con una specie minimizzando i danni che questa può causare direttamente o indirettamente a noi o alle nostre attività.

Tutte le specie, animali e vegetali, generano conflitti. Alcuni conflitti sono talmente limitati da non essere nemmeno presi in considerazione (ci sono decine di specie di insetti che si nutrono dell’erba del vostro giardino, ma siccome non vi accorgete del problema, il problema non esiste), altri conflitti, al contrario, sono molto evidenti. E possono creare tensione.

Gli alberi lungo le nostre stade possono essere attaccati da funghi in grado di degradarne le strutture e possono crollarci in testa, motivo per cui una corretta gestione prevede la valutazione delle alberature e gli interventi di messa in sicurezza (o gli abbattimenti).

I ratti spesso sono vettori di malattie e possono causare danni a diverse componenti degli ecosistemi, tanto rurali quanto urbani. La soglia di “tolleranza del conflitto” è notevolmente più bassa della capacità portante dell’ecosistema. Ecco che si presenta la necessità di intervenire per contenere le popolazioni.

Il lupo, d’altra parte, approfitta spesso e volentieri degli animali allevati (pecore e capre), causando perdite economiche agli allevatori, ma soprattutto fa paura: il principale conflitto tra uomo e lupo, a parere di chi scrive, è un conflitto culturale.

Il lupo cattivo.

Il lupo che mangia la nonna di Cappuccetto Rosso.

Il lupo è spesso associato a una figura cattiva, pericolosa, spietata. Fare una passeggiata in un bosco sapendo che potrebbe esserci un lupo nei paraggi fa scorrere un brivido lungo la schiena. Il lupo fa paura.

Ma è davvero così pericoloso?

Il lupo è uno degli carnivori più schivi che ci siano, attacchi accertati o denunciati a carico dell’uomo sono estremamente rari (alcuni casi di pastori che hanno tentato di difendere il gregge attaccato, dunque non “vittime” scelte), non ho notizie di decessi in Italia a causa di questa specie. È molto più probabile, per un frequentatore dei boschi, rischiare la vita per la puntura di un’ape (animale amico dell’uomo per definizione).

Cosa significa questo? Che la paura è ingiustificata e chi ha paura deve essere deriso? Assolutamente no.

La paura fa parte di noi, è un sentimento irrazionale che va limitato in modo razionale, facendo informazione e divulgazione corretta, spiegando a chi non ha competenze tecniche quali sono i rischi effettivi legati alla presenza di una specie. Bisogna anzitutto evitare certi titoli urlati per accalappiare lettori che troppo spesso si leggono sulla cronaca locale e non solo, mirati unicamente a risvegliare una paura ancestrale della “belva antropofaga”.

I conflitti, oltre che culturalmente, vanno gestiti economicamente. Per quanto prosaico possa sembrare i soldi contano. Un allevatore che perde un capo ha un danno, e non è corretto in nessun caso dirgli “eh vabbé, porta pazienza”.

Se una persona subisce un danno e non viene risarcita o tutelata avrà una tentazione: farsi giistizia da sola. Personalmente riesco a pensare a poche cose più sbagliate della gestione faunistica “fai da te” con l’aggravante di rabbia e paura.

La gestione della fauna, il capire se una popolazione sia “troppo numerosa” per un certo ambiente, la definizione dei danni causati dalla specie e dei benefici che la specie può portare, sono materie complesse.

Le variabili sono molte e sono diverse nelle diverse realtà ambientali.

La gestione faunistica, in particolare la gestione dei carnivori, non è qualcosa che si improvvisa. Richiede competenze tecniche e decisioni politiche.

Decisamente qualcosa di troppo complesso per essere spiegato esaustivamente sui social.

Uomini, topi e parecchi danni

Da quando la nostra specie ha cominciato a diventare stanziale, a stabilizzarsi in luoghi fissi e a crescervi attorno fino a costituire le più grando città, altre specie si sono adattate a vivere con noi.

Tra le categorie animali che maggiormente hanno sfruttato gli insediamenti umani spiccano i roditori. Diverse specie di topi e ratti fanno parte della “fauna urbana” da millenni, sfruttando le opportunità alimentari e di rifugio che la nostra urbanizzazione può abbondantemente offrire.

Compagni di vita non certo ricercati, ma senza dubbio inseparabili dai nostri avi che, per lo più involontariamente, si sono fatti accompagnare nei numerosi viaggi che hanno caratterizzato la storia dalla scoperta dell’america in poi. Celebre l’immagine del topo che si arrampica sulla cima di una nave attraccata in un porto.

Ovviamente, una volta gettata l’ancora in un posto esotico, i roditori “clandestini” non sono rimasti a bordo della nave ma sono scesi a esplorare i dintorni, senza preoccuparsi di risalire al momento della nuova partenza della nave.

Pessimi compagni di crociera, dunque, ma superbamente adattabili ai nuovi ambienti.

È così che è iniziata una delle più terribili “invasioni biologiche” causate dall’uomo: nuove specie partivano dell’europa e in poche settimane sbarcavano, magari, in Nuova Zelanda, arcipelago con due isole principali che la deriva dei continenti aveva escluso dalla presenza di mammiferi terrestri, le cui nicchie ecologiche sono state occupate dall’evoluzione di piccoli uccelli, inadatti al volo, come i Kiwi o il Kakapo. Queste specie si sono trovate a fronteggiare improvvisamente un nemico ghiotto delle loro uova e dei loro nidiacei senza avere gli strumenti per difendersi. Kakapo e Kiwi, ad oggi, non sono ancora estinti solo grazie a costosissimi programmi di conservazione.

Queste stesse invasioni, questi stessi effetti, sistanno manifestando ancora oggi. È recente un reportage per National Geographic del fotografo Thomas Peschak a Marion Island, isola situata al largo del Sud Africa. In quest’isola nidificano molte specie di albatros e procellarie, i cui nidiacei vengono letteralmente mangiati vivi dai roditori accidentalmente importati nell’isola circa due secoli fa.

Le immagini del reportage sono piuttosto crude, ma testimoniano gli effetti che la presenza di una specie aliena può causare in un ecosistema con un suo equilibrio maturato in secoli o millenni di evoluzione.

Oggi si stanno spendendo decine di migliaia di dollari per cercare di eradicare i roditori (lancio di bocconi avvelenati da elicotteri) e per proteggere le specie che non devono entrare in contatto con questi bocconi. Non è detto che l’intervento sarà risolutivo.

Ad oggi è impossibile pensare di fermare le invasioni biologiche accidentali, i trasporti di merci e persone in tutto il globo sono numerosissimi e quotidiani, tutti potenzialmente vettori di specie “clandestine”. Però qualcosa si può fare, soprattutto per identificare velocemente le possibili minacce e per agire prima che i problemi diventino insormontabili.

Questa attività si chiama early detection e può letteralmente salvare interi ecosistemi.

Gli investimenti saranno sicuramente alti, ma non alti quanto i costi per rimediare ai danni.

Evitiamo di chiudere la nave dopo che i topi sono sbarcati

Liberi?

Visone americano (Neovison vison). Fonte: Wikipedia

La notizia è recente: blitz animalista in provincia di Parma, liberati 1000 visoni. Gli animali erano nelle gabbie di un allevamento e il loro destino non sarebbe certo stato felice (pelliccia), ma lasciatemi dire un paio di cose:

Per quanto coraggioso e romantico possa sembrare, il gesto di liberare 1000 animali in un’area rurale è stupido, dannoso e pericoloso.

È stupido, perché chi ha aperto le gabbie, oltre alle ovvie conseguenze penali, ha rischiato di ritrovarsi sulla pelle il ricordo dei denti di questi animali, che restano pur sempre dei carnivori.

È dannoso, perché notizie recenti parlano già di molti animali morti nelle primissime ore dalla “liberazione” (capita se non hai mai vissuto in natura e decidi di attraversare una statale), dunque gli “eroi” che hanno pensato di salvare gli animali hanno in realtà fornito ai mustelidi una fine sicuramente non migliore del già triste destino d’allevamento.

È pericoloso perché il visone utilizzato per la pelliccia è (di solito) il visone americano (Neovison vison), una specie non presente in natura nel nostro ambiente (non lo sarebbe nemmeno il visone europeo, distribuito nell’area baltica e nel nord-est d’Europa).

Liberare una specie in un ambiente nuovo (una specie “aliena”, dunque) può causare dei danni importantissimi all’ecosistema che la ospita. La specie non si è evoluta con il resto della comunità animale (e vegetale), può alterare drasticamente gli equilibri trofici (leggi: reti alimentari) e può portare alla scomparsa di specie presenti da millenni nel territorio occupato.

Di esempi di questo tipo è piena la storia recente, in Nuova Zelanda non si sono mai evoluti i mammiferi terrestri, le cui nicchie ecologiche sono state occupate da uccelli che hanno perso la capacità di volare (avete presente il Kiwi?). Con l’arrivo dei primi uomini in barca sono arrivati anche i topi, che hanno banchettato con le uova deposte a terra da tutte quelle specie che non si erano evolute per affrontare un tale nemico.

Tornando in Europa, lo scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis), importato in Europa come animale da compagnia e per abbellire i nostri parchi, si è adattato all’ambiente portando di fatto all’estinzione lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris) nel Regno Unito e compromettendone la conservazione in varie altre zone d’europa, compreso il nord-ovest d’Italia.

L’introduzione di nuove specie in un ecosistema – sia essa volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole – comporta sempre dei rischi ambientali legati all’equilibrio degli ecosistemi. Questi rischi non sono sempre calcolabili in anticipo, ma gli effetti sono difficilmente reversibili.

Quindi chiedo agli aspiranti eroi di considerare che il mondo non si salva con le azioni istintive, ma studiando e mantenendo la testa sveglia e pensante.

Parafrasando un noto proverbio, la strada verso l’estinzione è lastricata di buone intenzioni, accompagnate da azioni stupide.

Dipende

Gli alberi causano danni?

Dipende.

Alberi malati, dalle condizioni vegetative non recuperabili, con branche secche non rimosse, con radici danneggiate possono avere dei cedimenti e provocare danni. In condizioni normali i benefici della presenza degli alberi eguagliano o superano i costi.

Gli insetti sono dannosi?

Dipende.

Se parliamo di insetti introdotti – accidentalmente o volontariamente – in un nuovo ambiente, questi possono causare cambiamenti nell’equilibrio degli ecosistemi (inclusi quelli urbani e periurbani) con conseguenze indesiderate (per noi). In generale gli insetti sono una componente fondamentale degli ecosistemi, ricoprono “ruoli” fondamentali, si inseriscono a vari livelli nelle reti trofiche (le cosiddette catene alimentari).

Più ci si addentra nella conoscenza di una disciplina, più si comprende che le risposte sono tutt’altro che semplici e scontate. Solitamente le “soluzioni immediate” sono proposte da chi ha una scarsa conoscenza dell’argomento, che ne sottovaluta la complessità mentre sopravvaluta le proprie capacità (Dunning e Kruger l’hanno spiegato piuttosto bene).

Un professore all’università diceva che, anche in sede d’esame, la risposta corretta a una domanda è “dipende”.

A meno che non stiamo parlando di aritmetica (“Quanto fa 2+2?”, “Qual è la radice quadrata di 36?”) è molto difficile che una domanda abbia una risposta univoca e infallibile. Ci sono (quasi) sempre delle variabili da tenere in considerazione.

Provate a rispondere di getto a questa domanda:

Di che colore è una foglia?

Poi guardate le foto qui sotto

Pensare oggi ai boschi di domani

“Tempio di Dio, inno al Creatore”

Così viene definita la Val Visdende, alta provincia di Belluno, Veneto.

Le immagini degli scorsi giorni riprese dagli elicotteri e dai droni mostrano scenari di devastazione in una valle che sembra creata per riempire le cartoline.

Vista aerea dei danni in Val Visdende (da ilgazzettino.it)

Alberi (per lo più abeti rossi) rasi al suolo, come se si trattasse di spighe di frumento. Una scia impressionante che si lascia dietro legname. Tronchi a terra.

La stessa scena si ripete simile in varie zone della provincia e della regione, dall’Agordino fino all’Altopiano di Asiago.

Oggi il pensiero va a quelle piante che non ci sono più, a quel paesaggio che, inevitabilmente, sarà diverso per i prossimi decenni.

Il problema, però, non riguarda solo il paesaggio, il colpo d’occhio. Il problema riguarda anche gli effetti che tutto questo avrà, nel breve e medio periodo.

Partiamo da un presupposto: Il bosco si riprenderà il suo posto.

In quanto tempo? Decenni, sicuramente. Il bosco non ha fretta. Chi ha fretta siamo noi, che con quel bosco ci viviamo direttamente (legname) e indirettamente (turismo, protezione idrogeologica…).

Cosa fare nel frattempo?

Prima di tutto, considerare cosa potrà accadere come conseguenza: molte piante sono cadute, ma quelle in piedi hanno in buona parte subito danni e dovranno affrontare una stagione estiva complicata. La presenza di piante indebolite e in condizione di stress vegetativo è un invito a nozze per i coleotteri scolitidi, in particolare il bostrico (Ips typographus), una specie aggressiva che può portare a morte molte piante che – a prima vista – sembrano sane.

Un condizione di temperature più elevate sembra essere favorevole all’attività proprio delle specie di scolitidi più aggressive (Chinellato et al., 2013), quindi corriamo il serio rischio che alla fine della prossima estate i danni siano ancora più ingenti di quelli che vediamo oggi.

La mancanza di alberi e di copertura boschiva nei versanti più scoscesi, poi, può tradursi in un aumento di frane e smottamenti. Dovremo tenerne conto quando verranno riaperte le strade e i sentieri per la stagione estiva, quando i temporali sono più frequenti.

Ma questa tabula rasaci offre anche delle opportunità. Siamo costretti a “ripartire da zero” in diverse aree, abbiamo la possibilità di chiederci cosa vogliamo dai boschi che già dalla prossima primavera inizieranno a crescere.

Come vogliamo che crescano? Dove vogliamo che arrivino? Quale forma di gestione può essere più utile all’inizio degli anni duemila (sicuramente qualcosa di diverso rispetto alle necessità della prima metà del ‘900, quando alcune di queste piante erano nate da poco).

Abbiamo un’opportunità per capire come la selvicoltura, un’arte pluricentenaria, possa adeguarsi al millennio della tecnologia e dell’innovazione.

Serviranno ragionamenti seri, aperti, con lo sguardo rivolto al prossimo anno, ma anche al prossimo decennio e al prossimo secolo.

 

 

Le piante fanno danni?

“Questi alberi fanno danni”

“Queste piante stanno rovinando l’asfalto e i tubi”

“Bisogna potarle/tagliarle/cambiarle”

Svelerò un segreto sconvolgente: le piante non prendono decisioni e sicuramente non “fanno danni”.

Le piante non possono muoversi, devono trarre il massimo beneficio dal posto in cui si trovano (spesso il luogo sbagliato, perché lo scegliamo noi).

Se un albero che può crescere oltre i 20 metri di altezza e oltre i 60 centimetri di diametro (vedi foto) viene messo a dimora in una formella di marciapiede da 50 centimetri possiamo veramente stupirci del fatto che solleva l’asfalto?

Il problema non sono le piante.

Il problema è la progettazione, completamente tralasciata o affidata a chi si preoccupa unicamente della componente estetica della pianta (quando va bene), senza considerare le caratteristiche e le necessità della specie che dovrà passare qualche decennio in un luogo che non è certamente quello per cui l’evoluzione l’ha selezionata.

È il caso di ricordarsi che le piante sono dei viventi, crescono, reagiscono agli stimoli, hanno necessità fisiologiche, hanno nemici e possono ammalarsi.

Inserire una pianta in un progetto non è come inserire una panchina.

Inserire una pianta nel nostro ambiente è – a tutti gli effetti – un investimento.