Riscaldamento globale e carbonio spiegati facili (pure troppo)

Greta Thunberg (foto di Anders Hellberg da Wikipedia)

È servita Greta.

Da quando si parla di Greta Thunberg, la giovane attivista che ha acceso l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici, il tema del riscaldamento globale è sulla bocca di tutti.

Ovviamente si sono formate fazioni contrapposte.

Ovviamente c’è tantissima confusione in merito a un tema molto complesso: il cambiamento climatico.

Vediamo se nelle prossime righe riuscirò a spiegare alcuni concetti che – a leggere tweet e post sui principali social networks – sono molto poco compresi.

Partiamo da un concetto: Greta Thunberg non ha scoperto nulla che già non sapessimo. Greta Thunberg si limita a riportare quello che scienziati e ricercatori di tutto il mondo ripetono da anni, organizzandosi anche in gruppi di studio internazionali (vedi IPCC) e pubblicando tonnellate di articoli e report.

Se c’è qualcuno che “rompe le scatole” quella non è Greta. O almeno è in buona compagnia.

Cambiamento climatico (global change – climate change)

Il cambiamento climatico si identifica principalmente con il riscaldamento globale. Per riscaldamento globale si intende l’aumento della temperatura media del pianeta (tutto il pianeta, dunque  “quest’anno da me ha fatto freddo” non è una controargomentazione valida).

Questo cambiamento su scala globale non ha effetto solo sulle temperature massime e minime che leggiamo sui siti meteo: il calore è energia, un aumento di energia e una sua redistribuzione non uniforme sul pianeta può avere effetti indiretti e a cascata sulle principali correnti d’aria (venti, dunque intensità e quantità delle precipitazioni) e sulle correnti oceaniche (acque calde che arrivano a latitudini più elevate, modificando gli equilibri ecologici).

Principale responsabile del cambiamento climatico è l’effetto serra, che di per sé non è un fenomeno “cattivo”. Di fatto l’effetto serra è ciò che permette di mantenere una temperatura favorevole alla vita sul nostro pianeta.

In soldoni, l’energia (o la bassa entropia, per dirla con Rovelli) arriva sulla superficie della Terra dal Sole sotto forma di onde elettromagnetiche ad elevata frequenza (luce, ma anche raggi ultravioletti). Questa energia “scalda” gli oggetti con cui viene a contatto (se vi godete qualche minuto di esposizione al sole in inverno ve ne accorgete), ma il calore “diffuso” deriva dalla superficie terrestre che assorbe luce e raggi UV e li re-emette verso l’esterno sotto forma di calore (raggi infrarossi). In sostanza il “calore” vero e proprio viene emesso dalla superficie della Terra, come possiamo ben renderci conto quando ci allontaniamo da essa salendo a quote elevate.

Questo calore sarebbe interamente disperso nello spazio se non fosse che la nostra atmosfera è composta da gas che riescono a “catturare” e “mantenere” questo calore in prossimità della superficie terrestre. Questi gas prendono il nome di gas serra e agiscono come i pannelli trasparenti delle serre usate in agricoltura, che lasciano entrare la luce ma trattengono il calore. Tre questi gas serra c’è il vapore acqueo (H2O) ma anche il diossido di carbonio, o anidride carbonica (CO2).

L’anidride carbonica, già. Ma perché proprio lei è additata come la colpevole del riscaldamento globale, quando i gas serra sono diversi?

L’anidride carbonica, lo dice il nome, è costituita da carbonio. Il carbonio è uno degli elementi chimici principali che costituiscono il mondo vivente. Gli zuccheri, fonte di energia chimica per il metabolismo di tutti gli esseri viventi, noi inclusi, sono molecole complesse formate da catene di carbonio. L’energia che ci serve la prendiamo dai legami chimici che formano queste molecole; nelle nostre cellule vengono “spezzati” questi legami e vengono formate molecole più semplici, la cui energia totale di legame è più bassa, come l’anidride carbonica (CO2).

In generale possiamo sintetizzare in una formula ciò che avviene quando le cellule dei viventi respirano:

C6H12O6 + 6 O2 → 6 H2O + 6 CO2

Niente paura, la cosa brutta riportata qui sopra indica che a partire da glucosio (zucchero) e ossigeno le cellule riescono ad ottenere energia producendo acqua e anidride carbonica.

L’anidride carbonica, dunque, viene continuamente prodotta da tutti i viventi che respirano. Dovrebbe sempre aumentare dunque, no?

Non proprio. Ci sono alcuni organismi viventi (la maggior parte come numero, per fortuna) che sono classificati ecologicamente come “produttori” o “autotrofi” che sono in grado di sfruttare l’energia della luce solare per compiere il processo inverso: a partire dall’anidride carbonica e dall’acqua riescono a produrre zucchero (dunque energia) e ossigeno.

Questi organismi sono le piante (ma anche altri organismi come il fitoplancton nei mari) e il processo “inverso” rispetto alla respirazione prende il nome di fotosintesi clorofilliana (foto, nel senso che deve avvenire in presenza di luce).

In sostanza il ciclo del carbonio è dato dalla produzione di anidride carbonica degli organismi che “respirano” (o che si decompongono, una volta morti), questa viene sfruttata dagli organismi che “fotosintetizzano” per produrre zuccheri che, a loro volta, sono sfruttati dagli organismi che “respirano” e così via (ho semplificato molto, perdonatemi).

Questo ciclo dovrebbe formare una quantità “stabile” di anidride carbonica in atmosfera, il problema è che le attività umane emettono continuamente anidride carbonica che proviene da sorgenti che stanno al di fuori di questo ciclo, cioè da fonti di carbonio di origine fossile.

Queste fonti di carbonio (cioè di anidride carbonica una volta bruciate) sono costituite dal petrolio, dagli idrocarburi e dai gas che utilizziamo quotidianamente per produrre energia. Queste “miniere” di anidride carbonica si sono formate in modo naturale, ma sono state “sottratte” al ciclo del carbonio per milioni di anni; il ciclo, nel frattempo, ha trovato un nuovo equilibrio “dimenticandosi” di queste scorte.

L’immissione di anidride carbonica da fonti fossili aumenta notevolmente la concentrazione di questo gas nell’atmosfera senza che gli organismi viventi, specialmente quelli fotosintetizzanti, siano “preparati” ad utilizzarla. In sostanza c’è un surplus di anidride carbonica, che cresce di giorno in giorno.

Ma quanta anidride carbonica c’è in atmosfera?

Non tantissima in percentuale, per indicarla dobbiamo usare una unità di misura più piccola, cioè le parti per milione (ppm – 1 ppm indica una molecola di CO2 ogni milione di molecole di gas atmosferici). Il problema è che questo valore sta aumentando moltissimo, e l’aumento è iniziato da quando abbiamo cominciato a utilizzare i combustibili fossili in quantità importanti, dal XIX secolo, impennandosi a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.

a curva di Keeling che indica la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. da https://scripps.ucsd.edu/programs/keelingcurve/

Nel 2007, quando seguivo il corso di ecologia forestale all’Università, il numero da ricordare per l’esame era 380 ppm, tale era la concentrazione media di CO2 nell’atmosfera terrestre. Oggi, a poco più di 10 anni di distanza, questo valore è superiore alle 410 ppm. Un aumento impressionante.

Gli effetti del riscaldamento globale, come detto, sono molteplici. Spesso sento dire che se fossero state vere le previsioni catastrofiche oggi la nostra specie sarebbe estinta. Vero in parte.

Sicuramente negli anni ’70 e ’80, gli anni della nascita dell’”ecologismo” le previsioni erano allarmistiche e, in buona parte, non giustificate.

Oggi però disponiamo di dati accurati, raccolti da molteplici fonti (sulla superficie terrestre, nei ghiacci artici, dai satelliti) e di modelli statistici predittivi precisi e affidabili. Molte delle previsioni di breve e medio termine effettuate negli anni 2000 si stanno rivelando corrette. Tra queste c’è l’aumento dei periodi di siccità e la maggiore concentrazione e intensità delle precipitazione alle medie latitudini (leggi: le nostre).

In sostanza, il cambiamento climatico non è una questione di tifoserie o fazioni. Non è un’identità politica da cavalcare né una questione di simpatia o antipatia nei confronti di una ragazzina svedese.

È una questione che interessa tutti noi, che rischia di portare a squilibri con importanti ripercussioni economiche, politiche e sociali (i “migranti climatici” sono una realtà, in aumento).

Sarebbe bello se chi ha la responsabilità di prendere delle decisioni che influenzano la vita di tutti prendesse in considerazione l’idea (folle, me ne rendo conto) di interpellare scienziati ed esperti.

Giocare a squadre contrapposte può essere divertente sui social. Sicuramente poco utile nella vita vera.

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Cambiamenti climatici al bar

Scrivo queste righe dalla pausa caffé di un convegno sull’olivo e sull’olio d’oliva della Pedemontana Trevigiana (so che suona strano, ma si produce olio anche qui, di buona qualità a detta di chi ne capisce).

Tra le sfide che gli olivicoltori si trovano e si troveranno ad affrontare nel prossimo futuro vengono citati anche i cambiamenti climatici.

Durante la pausa, si sa, si chiacchiera, ci si scambia qualche parere e qualche commento sugli oratori, ci si confronta.

Due olivicoltori davanti a me, in attesa del caffé macchiato (“con la schiuma, mi raccomando”), concordano sorridendo sulla frase pronunciata da uno dei due:

ma se c’è ‘sto cambiamento climatico e la temperatura si alza è un bene: diventiamo come la Toscana e produciamo di più

Dopo qualche difficoltà a riportare la mia mandibola alla posizione originaria (più vicina al cranio che allo sterno), non ho potuto fare a meno di constatare la realtà.

La realtà è che il cambiamento climatico (leggasi riscaldamento globale) è un argomento scarsamente approfondito, anche da chi ne è maggiormente interessato. Com’è possibile che un agricoltore, che deve parte dei propri introiti proprio al clima, non abbia ben chiari gli effetti del riscaldamento globale?

L’aumento delle temperature su scala planetaria non porta semplicemente uno spostamento delle aree climatiche verso nord. La pedemontana Veneta non diventerà la Maremma, Piazza dei Signori a Treviso non sarà sostituita da Piazza del Campo.

L’effetto del global warming sta già portando sostanziali variazioni negli estremi climatici e nella distribuzione delle precipitazioni (eventi meteorici). Periodi di siccità prolungati, punte massime di temperatura aumentate, precipitazioni (pioggia e grandine) più intensi e più concentrati.

Nulla di buono per chi vive letteralmente dei frutti della terra.

Eppure, a quanto pare, la coscienza è piuttosto limitata, si ignora il problema e quasi si deride chi ne presenta i rischi.

Quando questi rischi si manifesteranno (e lo stanno già facendo), piangeremo i danni, chiederemo lo “stato di emergenza”, andremo in cerca di aiuto.

L’agricoltura, in particolare quella che si prefigge di lavorare sulla qualità, si deve basare su solide tradizioni passate, ma non può far finta di non vedere i problemi attuali e futuri, che richiedo approcci nuovi.

Possiamo sghignazzare al bar quanto vogliamo, ma finito il caffé è il caso di rimboccarsi le maniche e lavorare a nuove soluzioni.

Attenti al lupo (storie di percezione e convivenza)

Nei giorni scorsi ho avuto modo di discutere con una persona sui social networks in merito alla presenza del lupo in Italia.

Questa persona, in modo educato e misurato devo ammettere, sosteneva che “ormai i lupi sono troppi, fanno danni ed è il caso di controllarne il numero“.

Questa frase ha al suo interno molti concetti, tutti molto complessi da definire, ai quali io e altri colleghi abbiamo cercato di dare una spiegazione tecnica. Ma si sa, i social non sono particolarmente vocati alle dissertazioni tecniche, quindi mi sono ripromesso di affrontare l’argomento qui, con calma e riflettendo sulle parole.

Partiamo dal principio: “i lupi sono troppi”. Cosa vuol dire troppi?

Se parliamo di numeri significa che parliamo di consistenza (numero totale di individui) e di densità (numero di individui per unità di superficie). Come si fa a stabilire se sono troppi?

In natura non esiste il concetto di “troppo”: tutte le popolazioni tendono a riprodursi crescendo in numero, generazione dopo generazione (figura 1). Se una popolazione avesse risorse illimitate (cibo, spazio, assenza di nemici ecc.) il numero degli individui crescerebbe in modo esponenziale (linea blu). Tuttavia la situazione di risorse illimitate non esiste, il cibo è limitato, lo spazio a disposizione anche, i nemici e i concorrenti per le risorse hanno più effetto se gli individui sono più numerosi. L’ambiente, quindi, tenderà a limitare la crescita numerica della popolazione fino a raggiungere un valore chiamato capacità portante dell’ecosistema (la linea retta chiamata k nel grafico); ecco che la popolazione crescerà sul modello rappresentato dalla linea in rosso.

Da BIOSPROJECT: Earth (biosproject-earth.blogspot.com)

Ma qual è il valore limite, la capacità portante per il lupo?

Dipende. Le variabili sono molte, ma il lupo, come tutti i grandi carnivori, ha delle necessità piuttosto complesse. Anzitutto, essendo un consumatore di alto livello (leggi: carnivoro in senso lato) ha bisogno che nel suo territorio ci siano prede sufficienti (che a loro volta avranno delle necessità ecologiche); il lupo ha bisogno anche di aree idonee per le complesse attività sociali che lo caratterizzano, considerando la forte territorialità della specie per cui in un determinato territorio può stare un solo branco (sono molto difficili le sovrapposizioni). In sostanza, non basta che il lupo abbia molte prede a disposizione (selvatiche o domestiche): se l’habitat non ha determinati requisiti la popolazione crescerà in modo limitato e il livello k del lupo sarà piuttosto basso, specialmente se confrontato con quello di altre specie.

Il mio interlocutore ha ribattuto che se dovessimo limitarci ad attendere le dinamiche naturali allora non dovremmo derattizzare o utilizzare insetticidi, perché la natura ci penserebbe da sola a limitare le popolazioni.

Il concetto è giusto, ma tira in ballo il secondo argomento: la popolazione “fa danni”? In altri termini, gli individui sono troppi “per noi“?

Partiamo da un concetto: l’uomo è una specie che fa parte dell’ecosistema. È una specie particolare, un efficientissimo ecosystem engineer, un modificatore di habitat a proprio vantaggio, ma pur sempre una specie, e in quanto specie interagisce e ha conflitti con le altre specie.

I conflitti con le altre specie vanno gestiti, sembra ovvio ma è il caso di ricordarlo. Gestire un conflitto significa fare il possibile perché si possa convivere con una specie minimizzando i danni che questa può causare direttamente o indirettamente a noi o alle nostre attività.

Tutte le specie, animali e vegetali, generano conflitti. Alcuni conflitti sono talmente limitati da non essere nemmeno presi in considerazione (ci sono decine di specie di insetti che si nutrono dell’erba del vostro giardino, ma siccome non vi accorgete del problema, il problema non esiste), altri conflitti, al contrario, sono molto evidenti. E possono creare tensione.

Gli alberi lungo le nostre stade possono essere attaccati da funghi in grado di degradarne le strutture e possono crollarci in testa, motivo per cui una corretta gestione prevede la valutazione delle alberature e gli interventi di messa in sicurezza (o gli abbattimenti).

I ratti spesso sono vettori di malattie e possono causare danni a diverse componenti degli ecosistemi, tanto rurali quanto urbani. La soglia di “tolleranza del conflitto” è notevolmente più bassa della capacità portante dell’ecosistema. Ecco che si presenta la necessità di intervenire per contenere le popolazioni.

Il lupo, d’altra parte, approfitta spesso e volentieri degli animali allevati (pecore e capre), causando perdite economiche agli allevatori, ma soprattutto fa paura: il principale conflitto tra uomo e lupo, a parere di chi scrive, è un conflitto culturale.

Il lupo cattivo.

Il lupo che mangia la nonna di Cappuccetto Rosso.

Il lupo è spesso associato a una figura cattiva, pericolosa, spietata. Fare una passeggiata in un bosco sapendo che potrebbe esserci un lupo nei paraggi fa scorrere un brivido lungo la schiena. Il lupo fa paura.

Ma è davvero così pericoloso?

Il lupo è uno degli carnivori più schivi che ci siano, attacchi accertati o denunciati a carico dell’uomo sono estremamente rari (alcuni casi di pastori che hanno tentato di difendere il gregge attaccato, dunque non “vittime” scelte), non ho notizie di decessi in Italia a causa di questa specie. È molto più probabile, per un frequentatore dei boschi, rischiare la vita per la puntura di un’ape (animale amico dell’uomo per definizione).

Cosa significa questo? Che la paura è ingiustificata e chi ha paura deve essere deriso? Assolutamente no.

La paura fa parte di noi, è un sentimento irrazionale che va limitato in modo razionale, facendo informazione e divulgazione corretta, spiegando a chi non ha competenze tecniche quali sono i rischi effettivi legati alla presenza di una specie. Bisogna anzitutto evitare certi titoli urlati per accalappiare lettori che troppo spesso si leggono sulla cronaca locale e non solo, mirati unicamente a risvegliare una paura ancestrale della “belva antropofaga”.

I conflitti, oltre che culturalmente, vanno gestiti economicamente. Per quanto prosaico possa sembrare i soldi contano. Un allevatore che perde un capo ha un danno, e non è corretto in nessun caso dirgli “eh vabbé, porta pazienza”.

Se una persona subisce un danno e non viene risarcita o tutelata avrà una tentazione: farsi giistizia da sola. Personalmente riesco a pensare a poche cose più sbagliate della gestione faunistica “fai da te” con l’aggravante di rabbia e paura.

La gestione della fauna, il capire se una popolazione sia “troppo numerosa” per un certo ambiente, la definizione dei danni causati dalla specie e dei benefici che la specie può portare, sono materie complesse.

Le variabili sono molte e sono diverse nelle diverse realtà ambientali.

La gestione faunistica, in particolare la gestione dei carnivori, non è qualcosa che si improvvisa. Richiede competenze tecniche e decisioni politiche.

Decisamente qualcosa di troppo complesso per essere spiegato esaustivamente sui social.

Uomini, topi e parecchi danni

Da quando la nostra specie ha cominciato a diventare stanziale, a stabilizzarsi in luoghi fissi e a crescervi attorno fino a costituire le più grando città, altre specie si sono adattate a vivere con noi.

Tra le categorie animali che maggiormente hanno sfruttato gli insediamenti umani spiccano i roditori. Diverse specie di topi e ratti fanno parte della “fauna urbana” da millenni, sfruttando le opportunità alimentari e di rifugio che la nostra urbanizzazione può abbondantemente offrire.

Compagni di vita non certo ricercati, ma senza dubbio inseparabili dai nostri avi che, per lo più involontariamente, si sono fatti accompagnare nei numerosi viaggi che hanno caratterizzato la storia dalla scoperta dell’america in poi. Celebre l’immagine del topo che si arrampica sulla cima di una nave attraccata in un porto.

Ovviamente, una volta gettata l’ancora in un posto esotico, i roditori “clandestini” non sono rimasti a bordo della nave ma sono scesi a esplorare i dintorni, senza preoccuparsi di risalire al momento della nuova partenza della nave.

Pessimi compagni di crociera, dunque, ma superbamente adattabili ai nuovi ambienti.

È così che è iniziata una delle più terribili “invasioni biologiche” causate dall’uomo: nuove specie partivano dell’europa e in poche settimane sbarcavano, magari, in Nuova Zelanda, arcipelago con due isole principali che la deriva dei continenti aveva escluso dalla presenza di mammiferi terrestri, le cui nicchie ecologiche sono state occupate dall’evoluzione di piccoli uccelli, inadatti al volo, come i Kiwi o il Kakapo. Queste specie si sono trovate a fronteggiare improvvisamente un nemico ghiotto delle loro uova e dei loro nidiacei senza avere gli strumenti per difendersi. Kakapo e Kiwi, ad oggi, non sono ancora estinti solo grazie a costosissimi programmi di conservazione.

Queste stesse invasioni, questi stessi effetti, sistanno manifestando ancora oggi. È recente un reportage per National Geographic del fotografo Thomas Peschak a Marion Island, isola situata al largo del Sud Africa. In quest’isola nidificano molte specie di albatros e procellarie, i cui nidiacei vengono letteralmente mangiati vivi dai roditori accidentalmente importati nell’isola circa due secoli fa.

Le immagini del reportage sono piuttosto crude, ma testimoniano gli effetti che la presenza di una specie aliena può causare in un ecosistema con un suo equilibrio maturato in secoli o millenni di evoluzione.

Oggi si stanno spendendo decine di migliaia di dollari per cercare di eradicare i roditori (lancio di bocconi avvelenati da elicotteri) e per proteggere le specie che non devono entrare in contatto con questi bocconi. Non è detto che l’intervento sarà risolutivo.

Ad oggi è impossibile pensare di fermare le invasioni biologiche accidentali, i trasporti di merci e persone in tutto il globo sono numerosissimi e quotidiani, tutti potenzialmente vettori di specie “clandestine”. Però qualcosa si può fare, soprattutto per identificare velocemente le possibili minacce e per agire prima che i problemi diventino insormontabili.

Questa attività si chiama early detection e può letteralmente salvare interi ecosistemi.

Gli investimenti saranno sicuramente alti, ma non alti quanto i costi per rimediare ai danni.

Evitiamo di chiudere la nave dopo che i topi sono sbarcati

Liberi?

Visone americano (Neovison vison). Fonte: Wikipedia

La notizia è recente: blitz animalista in provincia di Parma, liberati 1000 visoni. Gli animali erano nelle gabbie di un allevamento e il loro destino non sarebbe certo stato felice (pelliccia), ma lasciatemi dire un paio di cose:

Per quanto coraggioso e romantico possa sembrare, il gesto di liberare 1000 animali in un’area rurale è stupido, dannoso e pericoloso.

È stupido, perché chi ha aperto le gabbie, oltre alle ovvie conseguenze penali, ha rischiato di ritrovarsi sulla pelle il ricordo dei denti di questi animali, che restano pur sempre dei carnivori.

È dannoso, perché notizie recenti parlano già di molti animali morti nelle primissime ore dalla “liberazione” (capita se non hai mai vissuto in natura e decidi di attraversare una statale), dunque gli “eroi” che hanno pensato di salvare gli animali hanno in realtà fornito ai mustelidi una fine sicuramente non migliore del già triste destino d’allevamento.

È pericoloso perché il visone utilizzato per la pelliccia è (di solito) il visone americano (Neovison vison), una specie non presente in natura nel nostro ambiente (non lo sarebbe nemmeno il visone europeo, distribuito nell’area baltica e nel nord-est d’Europa).

Liberare una specie in un ambiente nuovo (una specie “aliena”, dunque) può causare dei danni importantissimi all’ecosistema che la ospita. La specie non si è evoluta con il resto della comunità animale (e vegetale), può alterare drasticamente gli equilibri trofici (leggi: reti alimentari) e può portare alla scomparsa di specie presenti da millenni nel territorio occupato.

Di esempi di questo tipo è piena la storia recente, in Nuova Zelanda non si sono mai evoluti i mammiferi terrestri, le cui nicchie ecologiche sono state occupate da uccelli che hanno perso la capacità di volare (avete presente il Kiwi?). Con l’arrivo dei primi uomini in barca sono arrivati anche i topi, che hanno banchettato con le uova deposte a terra da tutte quelle specie che non si erano evolute per affrontare un tale nemico.

Tornando in Europa, lo scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis), importato in Europa come animale da compagnia e per abbellire i nostri parchi, si è adattato all’ambiente portando di fatto all’estinzione lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris) nel Regno Unito e compromettendone la conservazione in varie altre zone d’europa, compreso il nord-ovest d’Italia.

L’introduzione di nuove specie in un ecosistema – sia essa volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole – comporta sempre dei rischi ambientali legati all’equilibrio degli ecosistemi. Questi rischi non sono sempre calcolabili in anticipo, ma gli effetti sono difficilmente reversibili.

Quindi chiedo agli aspiranti eroi di considerare che il mondo non si salva con le azioni istintive, ma studiando e mantenendo la testa sveglia e pensante.

Parafrasando un noto proverbio, la strada verso l’estinzione è lastricata di buone intenzioni, accompagnate da azioni stupide.

Dipende

Gli alberi causano danni?

Dipende.

Alberi malati, dalle condizioni vegetative non recuperabili, con branche secche non rimosse, con radici danneggiate possono avere dei cedimenti e provocare danni. In condizioni normali i benefici della presenza degli alberi eguagliano o superano i costi.

Gli insetti sono dannosi?

Dipende.

Se parliamo di insetti introdotti – accidentalmente o volontariamente – in un nuovo ambiente, questi possono causare cambiamenti nell’equilibrio degli ecosistemi (inclusi quelli urbani e periurbani) con conseguenze indesiderate (per noi). In generale gli insetti sono una componente fondamentale degli ecosistemi, ricoprono “ruoli” fondamentali, si inseriscono a vari livelli nelle reti trofiche (le cosiddette catene alimentari).

Più ci si addentra nella conoscenza di una disciplina, più si comprende che le risposte sono tutt’altro che semplici e scontate. Solitamente le “soluzioni immediate” sono proposte da chi ha una scarsa conoscenza dell’argomento, che ne sottovaluta la complessità mentre sopravvaluta le proprie capacità (Dunning e Kruger l’hanno spiegato piuttosto bene).

Un professore all’università diceva che, anche in sede d’esame, la risposta corretta a una domanda è “dipende”.

A meno che non stiamo parlando di aritmetica (“Quanto fa 2+2?”, “Qual è la radice quadrata di 36?”) è molto difficile che una domanda abbia una risposta univoca e infallibile. Ci sono (quasi) sempre delle variabili da tenere in considerazione.

Provate a rispondere di getto a questa domanda:

Di che colore è una foglia?

Poi guardate le foto qui sotto

Pensare oggi ai boschi di domani

“Tempio di Dio, inno al Creatore”

Così viene definita la Val Visdende, alta provincia di Belluno, Veneto.

Le immagini degli scorsi giorni riprese dagli elicotteri e dai droni mostrano scenari di devastazione in una valle che sembra creata per riempire le cartoline.

Vista aerea dei danni in Val Visdende (da ilgazzettino.it)

Alberi (per lo più abeti rossi) rasi al suolo, come se si trattasse di spighe di frumento. Una scia impressionante che si lascia dietro legname. Tronchi a terra.

La stessa scena si ripete simile in varie zone della provincia e della regione, dall’Agordino fino all’Altopiano di Asiago.

Oggi il pensiero va a quelle piante che non ci sono più, a quel paesaggio che, inevitabilmente, sarà diverso per i prossimi decenni.

Il problema, però, non riguarda solo il paesaggio, il colpo d’occhio. Il problema riguarda anche gli effetti che tutto questo avrà, nel breve e medio periodo.

Partiamo da un presupposto: Il bosco si riprenderà il suo posto.

In quanto tempo? Decenni, sicuramente. Il bosco non ha fretta. Chi ha fretta siamo noi, che con quel bosco ci viviamo direttamente (legname) e indirettamente (turismo, protezione idrogeologica…).

Cosa fare nel frattempo?

Prima di tutto, considerare cosa potrà accadere come conseguenza: molte piante sono cadute, ma quelle in piedi hanno in buona parte subito danni e dovranno affrontare una stagione estiva complicata. La presenza di piante indebolite e in condizione di stress vegetativo è un invito a nozze per i coleotteri scolitidi, in particolare il bostrico (Ips typographus), una specie aggressiva che può portare a morte molte piante che – a prima vista – sembrano sane.

Un condizione di temperature più elevate sembra essere favorevole all’attività proprio delle specie di scolitidi più aggressive (Chinellato et al., 2013), quindi corriamo il serio rischio che alla fine della prossima estate i danni siano ancora più ingenti di quelli che vediamo oggi.

La mancanza di alberi e di copertura boschiva nei versanti più scoscesi, poi, può tradursi in un aumento di frane e smottamenti. Dovremo tenerne conto quando verranno riaperte le strade e i sentieri per la stagione estiva, quando i temporali sono più frequenti.

Ma questa tabula rasaci offre anche delle opportunità. Siamo costretti a “ripartire da zero” in diverse aree, abbiamo la possibilità di chiederci cosa vogliamo dai boschi che già dalla prossima primavera inizieranno a crescere.

Come vogliamo che crescano? Dove vogliamo che arrivino? Quale forma di gestione può essere più utile all’inizio degli anni duemila (sicuramente qualcosa di diverso rispetto alle necessità della prima metà del ‘900, quando alcune di queste piante erano nate da poco).

Abbiamo un’opportunità per capire come la selvicoltura, un’arte pluricentenaria, possa adeguarsi al millennio della tecnologia e dell’innovazione.

Serviranno ragionamenti seri, aperti, con lo sguardo rivolto al prossimo anno, ma anche al prossimo decennio e al prossimo secolo.