Impressioni al sorgere del sole

Sensazioni all’inizio di una giornata di lavoro di un forestale che ha visto un po’ troppi quadri di Claude Monet

DSCF4799Alzarsi alle 5 del mattino è dura. Non importa se uno è abituato o meno (la mia sveglia solitamente suona un paio d’ore dopo, ma ci sono giornate in cui suona anche prima).

Evito di svegliare chi dorme con me, ma essere silenziosi e leggiadri non è facile in generale, figuriamoci alle 5 del mattino.

Il caffè è la prima cosa bella che mi capita. Prima ancora del gusto amaro che ti risveglia la bocca e la gola ci pensa il profumo a svegliarti. Non c’è nulla come il profumo del caffè che sale nella caffettiera per riportarti al mondo. Faccio tuffare qualche biscotto svogliatamente nella tazza del caffelatte e la testa si fa meno pesante.

I vestiti, preparati la sera prima, non sono i soliti. Ci sono i pantaloni da montagna, la maglia in tessuto traspirante, il pile; sull’attaccapanni mi aspetta la giacca a vento, oggi non si va in ufficio.

L’autostrada è quasi deserta. Mettersi in viaggio prima dell’alba è una sensazione strana, ti senti parte di un gruppo di eletti che iniziano a lavorare mentre la gran parte delle persone dorme. Loro, quando usciranno per andare in ufficio, non avranno la stessa pace attorno. Io e i miei compagni pre-mattinieri, anche se in ritardo, non abbiamo fretta. O per lo meno non lo diamo a vedere.

Il cielo diventa più chiaro man mano che mi avvicino ai monti. Le loro sagome restano scure, a tratti coperti dalla foschia che lentamente inizia ad alzarsi. So che dovrò arrivare lassù.

Prima di iniziare i tornanti verso la vetta è tempo di una pausa. Altro caffè, stavolta è un espresso preso in piedi al banco di un bar aperto da poco. Poco tempo, meno di dieci minuti, giusto per far muovere le gambe. Alle pareti vecchi animali impagliati mi introducono all’ambiente in cui mi sto per inoltrare.

La strada sale, la mia macchina inizia a faticare. Le piccole valli sono pieni dell’umidità stagnante della notte e creano banchi di nebbia che ti fanno perdere per qualche attimo l’orientamento. Il termometro della macchina scende. 0.6°C ogni cento metri di altitudine dicono i testi studiati. Non faccio il conto e decido di fidarmi della bibliografia, per una volta.

Le faggete mi accolgono con una pioggia rossiccia di foglie nella foschia, maestose come sempre. Una femmina di cervo in mezzo alla strada mi guarda all’uscita di una curva, più stupita che impaurita. Rallento. Mi guarda. Se ne va, senza fretta, lanciandomi un’ultima occhiata prima di sparire nel bosco. Qui è casa sua.

Gli alberi si fanno radi e lasciano spazio ai pascoli, il sole si fa vedere tra le nuvole. Sono arrivato, 1550 metri e 10 gradi scarsi. Esco dalla macchina, stiro i muscoli e mi dedico al piacere di vestirmi a strati; il freddo e il vento sono quasi piacevoli in questo ottobre caldo, laggiù in pianura.

Allaccio gli scarponi, prendo il binocolo.

Sono pronto…

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