Fauna e giornalismo: un rapporto difficile

Ci siamo trovati spesso a discutere di alcune scelte nella gestione della fauna selvatica. Solitamente si limitano a ristretti contesti locali, altre volte la discussione raggiunge una dimensione nazionale (come nel caso dell’abbattimento di un orso).

Quando il grande pubblico legge una notizia che riguarda la fauna selvatica, la reazione che si scatena è tendenzialmente la suddivisione in due squadre:

I faunocentrici: non solo ambientalisti, ma anche comuni persone che “prendono le difese” degli animali selvatici, per il semplice fatto che sono favorevoli alla presenza della fauna selvatica.

Gli Antropocentrici: non solo cacciatori, ma anche persone che percepiscono la fauna selvatica come un rischio o una limitazione per le attività dell’uomo.

E’ evidente che nessuna di queste due posizioni possa essere considerata giusta e sacrosanta a priori perché la gestione della fauna selvatica è una materia complessa, che deve prendere in considerazione diversi fattori e non può prescindere dalla conoscenza di materie come biologia, ecologia, etologia, gestione delle risorse agricole e forestali, legislazione ambientale e molto altro.

La mancanza di conoscenze tende a portare a conclusioni semplificate, solitamente sbagliate (vedi il sempre di moda “ci vorrebbe una casalinga come ministro dell’economia”). E’ evidente che alla maggior parte dei cittadini manchino le competenze per comprendere le dinamiche gestionali, motivo per cui la tendenza è quella di dividersi nelle due “tifoserie” di cui sopra.

In mancanza di conoscenze approfondite del singolo, chi dovrebbe spiegare ai cittadini cosa succede negli ambiti di gestione? Semplice: i divulgatori e i giornalisti.

Se i primi sono ormai una specie in via di estinzione e spesso non vengono letti o ascoltati perché percepiti come noiosi (a volte lo sono, e mi appiccico l’etichetta senza problemi), i secondi si rivelano essere – in molti casi – un megafono delle tifoserie.

Ne abbiamo parlato nel corso sui grandi carnivori (che verrà riproposto presto, ma sto andando fuori tema), ne abbiamo un altro esempio in questi giorni: vi propongo questo articolo (cronaca locale):

http://www.oggitreviso.it/coppia-accerchiata-da-quattro-cinghiali-177750

Il titolo riporta subito una sensazione di pericolo: delle persone sono state accerchiate da 4 cinghiali. L’idea è quella di non avere scampo.

Leggendo l’articolo si scopre qualcosa di diverso: la coppia è tornata a casa verso mezzanotte e ha trovato davanti al cancello di casa 4 cinghiali.

Per chi non conoscesse la zona, Volpago del Montello si trova ai piedi di una collina (il Montello, appunto) quasi interamente coperta da boschi di latifoglie, la parte di pianura è occupata per lo più da terreni agricoli (habitat ideale per il cinghiale). Insomma, la presenza della specie è tutt’altro che strana.

Proseguiamo nella lettura: la coppia non è scesa dall’auto, i cinghiali sono “rientrati nel bosco scomparendo nell’oscurità” (tipo Batman, insomma). Dunque la casa della coppia si trova in prossimità di un bosco, non in pieno centro abitato. Il fatto è accaduto “verso mezzanotte”, ossia quando gli animali si muovono di più.

Cosa c’è di strano nel vedere cinghiali in queste circostanze? Nulla. Assolutamente nulla.

Cosa hanno fatto i cinghiali? Niente teste di cavallo mozzate, hanno visto i fari dell’auto e sono rientrati nel bosco. Nulla di anormale. Proprio nulla.

Eppure questo non impedisce al giornalista di etichettare il fatto come “un episodio da brividi che potrebbe capitare a chiunque” (ecco, magari a chi abita in centro a Milano capita meno di frequente rispetto a chi abita vicino a un bosco).

E’ un episodio da brividi? No. Per nulla. E’ un evento normale per chi vive in un’area in cui è presente la fauna selvatica.

Ma se una persona ha paura dei cinghiali? Beh, iniziamo a chiederci perché una persona ha paura dei cinghiali. Forse perché episodi di incontri perfettamente normali vengono etichettati come “da brividi”? Forse perché 4 cinghiali davanti a un cancello vengono definiti “accerchiamento”?

I cinghiali non sono animali che predano l’uomo. Attaccano? Se non hanno alternative o vie di fuga può essere, ma non mi risulta che gli attacchi da cinghiale siano tra le principali cause di ricovero negli ospedali d’Italia. Attraversare la strada è più pericoloso che fare una passeggiata in un bosco dove ci sono dei cinghiali.

Frasi provocatorie a parte, gli attacchi sono concentrati in particolare contro i cacciatori, che rappresentano una diretta minaccia per l’animale, specialmente nella caccia in battuta.

Se i cinghiali sono troppi per un determinato ecosistema o se alcuni esemplari si avvicinano troppo ai centri abitati è giusto considerare delle azioni di contenimento o selezione, ma torniamo al punto di partenza: se siano azioni da applicare o meno, se siano azioni corrette o meno va stabilito con cognizione di causa, possibilmente da tecnici.

Basare le decisioni su articoli giornalistici volti più ad attrarre lettori che a spiegare qualcosa di complesso (fosse anche in modo noioso), non farà altro che fomentare le tifoserie. E porterà, inevitabilmente, a soluzioni sbagliate.

 

P.S. (polemico) qualcuno poi mi spiegherà perché un giornale può spendere pagine e pagine su retroscena politici, interviste a partiti da prefisso telefonico, reportage sul nulla purché accada in parlamento, ma non può spendere qualche riga in più per spiegare in maniera corretta una notizia in tema “ambiente”. Avremo un diverso concetto di “noia”.

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