Pesticidi nel miele, una realtà mondiale

Questo post prende spunto (e dati) dall’articolo “A worldwide survey of neonicotinoids in honey”, apparso sulla rivista Science a firma Mitchell et al. (2017, Vol. 358, Issue 6359, pp. 109-111). Download PDF

La fig.1 dell’articolo Mitchell et al., (2017) A worldwide survey of neonicotinoids in honey. Science, Vol. 358, Issue 6359, pp. 109-111 (non modificato)

Gran parte del miele mondiale contiene tracce di neonicotinoidi, una categoria di pesticidi ampiamente diffusa in tutto il mondo.

A fronte di questa frase in molti potrebbero pensare: Che mi importa? Non mangio miele e so a malapena pronunciare la parola neonicotinoidi.

Invece il problema riguarda, indirettamente, tutti noi.

I neonicotinoidi, in quanto pesticidi, sono indicati come una delle cause della diminuzione di specie di impollinatori. Si tratta di sostanze assorbite dalle piante e trasferite a tutti gli organi, inclusi i fiori e il polline.

Le preoccupazioni sull’uso di questa categoria diffusissima di prodotti fitosanitari riguardano l’effetto sulle specie non dannose (o non-target) che vengono colpite tanto quanto le specie dannose (parassiti) da cui si cerca di proteggere le piante coltiivate. Tra le specie non-target si contano molti insetti utili, come gli impollinatori, tra cui – importantissime – le api.

Una a riduzione delle specie non-target ha, come si può facilmente intuire, un effetto negativo sulla biodiversità, ma anche sui servizi ecosistemici che le specie utili hanno: l’impollinazione è un processo fondamentale nella riproduzione delle piante e nel rimescolamento genetico, senza gli insetti impollinatori non sarebbe possibile la riproduzione per diverse specie vegetali.

Lo studio apparso su Science si basa sull’analisi di campioni di miele provenienti da tutto il mondo, analizzati in modo tale da individuare 5 diversi tipi di neonicotinoidi (tralascio i nomi, sono evidenziati nell’articolo). Il risultato è che il 75% dei campioni contiene tracce di almeno uno dei 5 tipi (vedi figura in testa al post).

Sebbene le concentrazioni evidenziate si collochino al di sotto della soglia considerata pericolosa per l’uomo (secondo i parametri UE e USA), il dato inquietante è che la gran parte delle api, considerando tutti i continenti, sono entrate in contatto con questi pesticidi.

L’effetto dei nicotinoidi sulle api e su altri invertebrati non-target è ancora oggetto di studio, ma sono sempre di più i documenti che dimostrano effetti anche non letali, come disturbi della crescita, problemi immunitari e neurologici, riduzione di longevità, limitazione della capacità di immagazzinare cibo e altri ancora.

In sostanza, l’utilizzo di questi prodotti per la protezione delle piante rischia di rivelarsi un boomerang. Gli effetti collaterali legati ai danni alle specie non-target rischiano di essere di gran lunga superiori ai benefici che derivano dall’eliminazione degli insetti dannosi.

Ecco perché investire denaro e risorse nello studio della biologia e fisiologia di piante e insetti, come nello studio e nella sperimetazione di sistemi di protezione diversi, non è uno spreco di risorse. Come non è uno spreco investire in ricerca in generale.

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Ilaria Capua e il devastante scenario della cultura scientifica in Italia

Io non conosco Ilaria Capua.

Non ne avevo mai sentito parlare fino a poco tempo fa, poi ho scoperto che si tratta di una ricercatrice di prestigio internazionale (a parlare per lei sono i riconoscimenti, non certo io), una veterinaria che si occupa di virus legati agli animali e che il suo gruppo di ricerca (o meglio, uno degli ultimi gruppi di ricerca che ha diretto) è stato uno dei riferimenti mondiali per le epidemie – per qualche periodo molto note al pubblico – di “influenza aviaria” (vi ricordate? Panico, giornalisti che mangiavano pollo in diretta per dimostrare che non c’era rischio…cose così).

Se per molti quella situazione ora è solo uno sbiadito ricordo, che a qualcuno provocherà anche un sorriso, beh, allora era un serio problema sanitario internazionale e il gruppo di ricerca di Ilaria Capua era in prima linea per cercare una soluzione al problema.

Scopro così che, pur non conoscendo personalmente la dottoressa Capua, io e lei siamo stati vicini, nel senso topografico del termine, dato che ho frequentato il campus di Agripolis a Legnaro (Padova) dall’ottobre 2005 (quando entravo come fresca matricola al corso di laurea in Tecnologie Forestali e Ambientali) al marzo 2014 (quando ho difeso la mia tesi di dottorato in Scienze delle Produzioni Vegetali con un lavoro sui coleotteri del legno in un contesto di cambiamento climatico). In quegli stessi anni Ilaria Capua lavorava ai suoi progetti di ricerca presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSV) separato dal mio campus da un fosso e una bassa staccionata di legno.

Mi diventa inevitabile, quindi, simpatizzare per lei. Solo chi ha trascorso una mattina di novembre nella nebbia che non ti fa vedere dal parcheggio un edificio distante 20 metri può capire. Legnaro è un posto piacevole in primavera, ma non da novembre a febbraio. Proprio no.

E allora, visto “l’ambiente ostile” ti butti nello studio o nel lavoro, e fai qualcosa che davvero ti appassiona e a cui decidi di dedicare una buona parte di te: la ricerca.

Caspita, ne ho scritte di righe prima di accennare anche solo brevemente perché la dottoressa Capua è balzata agli onori delle cronache. Forse perché non è di questo che voglio parlare. Eppure voglio parlare del suo libro: “Io, trafficante di Virus”.

Il libro, a partire dal suo titolo parla di “una storia di scienza e di amara giustizia”, parla di un’accusa infamante, di traffico di virus al fine di ricavare soldi dalla vendita dei vaccini (a carico di una persona che ha speso tempo ed energie perché i dati delle sue ricerche fossero pubblici e disponibili). Un’accusa caduta nel nulla. Archiviata, smontata, ridotta a pezzi. Eppure non senza effetti sulla vita personale della dottoressa Capua, che ha deciso per questo di lasciare l’Italia e spostarsi negli Stati Uniti, in Florida, dove oggi dirige un nuovo centro di ricerca.

I dettagli di questa storia sono raccontati bene, in un italiano semplice e comprensibile anche a chi non ha mai trattato temi tecnici come i virus o i vaccini, non serve che ne parli io.

Io voglio sottolineare due cose che mi sono balzate agli occhi dalla lettura del libro: la dedizione di una vita alla ricerca del sapere e l’analfabetismo scientifico ancora troppo presente, anche ai massimi livelli istituzionali, nel nostro paese.

La prima parte del libro è un inno. E’ la spiegazione più bella di cosa voglia dire fare ricerca, puntare all’eccellenza, vivere con la valigia in mano e dover limitare il tempo dedicato alla propria famiglia e ai propri amici, perché si viaggia, si lavora senza orario, “senza lasciar cadere la penna alle 16”. Tutte cose pesanti, faticose, ma raccontate da una persona che ama il suo lavoro e che fa capire come questa fatica sia nulla quando raggiungi un risultato che insegui da tanto tempo, e magari con qualche difficoltà legata al tuo essere donna in un modo di uomini.

La seconda parte del libro, quella che parte dall’inchiesta de L’Espresso che manda in mondovisione l’accusa di traffico di virus contro Ilaria Capua prima ancora che lei sapesse di essere sotto indagine, è un triste ritratto. Racconta di un’Italia che poco o nulla sa di scienza, intesa proprio come metodo scientifico. Si confonde una malattia con un’altra, tanto che importa? Il nome è quasi uguale. Si usano termini impropri sui quotidiani, e allora? Domani uscirà un altro quotidiano, se anche una definizione non era corretta, pazienza! E poco importa se per quella “definizione” presa alla leggera ci sono voluti anni di studio, lavoro, sacrifici.

“Sono venticinque anni che studio i virus, e io devo dare spiegazioni a chi non ha capito nulla?”. Questa frase è, a pare mio, l’emblema del libro. Può sembrare arrogante, indisponente, ma è la realtà. In questo caso Ilaria Capua scrive questa frase spiegando che veniva accusata di cose semplicemente inesatte, non comprese e male interpretate. Cose che non stanno né in cielo né in terra messe sul tavolo da chi non aveva la minima preparazione anche solo per comprendere quello di cui stava parlando (Ilaria Capua usa, con tantissima diplomazia, il termine misunderstanding).

Questo, purtroppo, succede tutti i giorni, a molti scienziati, ricercatori e tecnici. Pensiamo alle polemiche sui vaccini, in cui presunti “genitori informati” (dove poi?) vogliono spiegare ai propri medici che la medicina tradizionale sbaglia. Pensiamo all’economia, dove tutti ormai si sentono in diritto di dire la propria, anche chi non ha mai studiato mezza riga. Personalmente penso a tutti quelli che mi spiegano come fare il mio lavoro (come si gestiscono gli alberi e l’ambiente urbano e forestale, nello specifico), senza saper distinguere un pino da un cipresso.

A quanto pare, la competenza non serve più a nulla, contano solo le opinioni. E in nome della sacralità delle opinioni si tralascia un passaggio fondamentale: quali basi ci sono per avere un’opinione? Perché no, le opinioni non sono tutte uguali. Non lo sono le competenze e non lo sono le professionalità.

Per questo penso che servano più persone come Ilaria Capua. Non certo per essere tutti dei riferimenti mondiali, non sarebbe possibile. Servono più persone che, come Ilaria, si appassionino alla ricerca, dedichino la propria vita, o parte di essa, alle discipline scientifiche (e al metodo scientifico), persone che portino la cultura scientifica ai vari livelli della nostra società.

E serve un Paese che aiuti queste persone. Un Paese che accetti le evidenze scientifiche e che si affidi alle competenze di chi ha studiato, si è sacrificato e ha fatto fruttare quegli investimenti che proprio il Paese ha fatto – forse inconsapevolmente? – sulla sua formazione.

Serve più scienza. Presto, possibilmente.

Quando un albero arriva alla fine

Viale di tigli capitozzati

Questo articolo prende spunto da (non “parla di” ma “prende spunto da”) ciò che sta accadendo da ormai diverso tempo a Firenze, ossia dalle veementi proteste che hanno preso corpo a seguito della decisione di abbattere e sostituire gli alberi di un viale alberato (viale Corsica).

Non ho intenzione di entrare nel merito specifico del caso, per due motivi: il primo è che ciò che so lo devo a confronti con colleghi e articoli di stampa, non ho mai visto con i miei occhi il viale in questione; il secondo è che rispetto il lavoro dei tecnici e dei professionisti che hanno lavorato a Firenze e che conoscono la situazione, alcuni dei quali (ad esempio il prof. Francesco Ferrini) sono persone che stimo e da cui ho molto da imparare, non mi sembra opportuno spiegare cosa devono fare “per sentito dire”.

Premesso questo, nelle prossime righe proverò a spiegare quali sono i motivi per cui si sceglie di abbattere un albero (o diversi alberi) in un contesto urbano.

Per dire questo dobbiamo partire da una domanda forse più importante: perché abbiamo gli alberi in un contesto urbano?

I motivi sono parecchi, probabilmente il primo che viene in mente a un cittadino comune è il valore estetico: piantiamo alberi perché abbelliscono le nostre città e i nostri viali (in effetti, entrando in un vivaio, si sceglie solitamente la pianta che piace di più).

Ovviamente, però, il “valore” di un albero in città non è puramente estetico: c’è un enorme valore legato al miglioramento della qualità della vita: gli alberi ci aiutano a migliorare il bilancio energetico delle nostre città diminuendo le temperature in estate (pensate a quanto sono ambiti i parcheggi all’ombra degli alberi in luglio) e limitando la dispersione di calore in inverno. Contribuiscono ad assorbire anidride carbonica, “filtrare” e trattenere particolato e altri inquinanti, limitare i danni da eccessive precipitazioni e l’erosione del suolo, proteggere la biodiversità (sì, anche in città), “conservare” la memoria di una comunità (come fanno gli alberi monumentali) e la lista può continuare a lungo.

In sostanza, avere alberi è un valore per le nostre città e per le nostre proprietà private – diversi studi ormai evidenziano il maggior valore delle proprietà immobiliari nelle aree con maggior presenza di alberi*.

E allora perché abbattere un albero?

Uno dei motivi è senza dubbio la sicurezza: proprio perché parliamo di alberi messi a dimora in un ambiente urbano, non possiamo trattarli come se fossero in un bosco (dove uno schianto non è un evento così grave). Un albero che cade lungo una strada o in una piazza può causare danni ingenti e mettere in pericolo l’incolumità di chi frequenta quella zona.

Come si fa a capire se un albero rischia di cadere? Esiste un metodo che si chiama valutazione di stabilità e si basa sul cosiddetto VTA (Visual Tree Assessment). Viene svolto da professionisti che certificano con una perizia timbrata e firmata i difetti strutturali e le problematiche fitosanitarie di un albero e ne evidenziano la propensione al cedimento, indicando le azioni per limitare tale propensione. Se il rischio è troppo elevato per prendere in considerazione degli interventi di mitigazione (potature, consolidamenti, trattamenti ecc.) si procede all’abbattimento della pianta.

Tutto qui? No. O meglio, non sempre.

Esistono delle situazioni particolari in cui, semplicemente, i costi di mantenimento e gestione superano di gran lunga i benefici associati alla pianta (e intendo tutti i benefici, sommati).

Spesso accade che delle piante in una situazione di stabilità relativamente tranquilla manifestino dei sintomi di deperimento legati a diverse cause: spesso stress da mancanza d’acqua o nutrienti (provate a pensare a quante volte avete visto irrigare o concimare degli alberi in città. Mai. Tendenzialmente si arrangiano), altre volte gli stress sono legati a ridotti spazi di crescita radicale (piccole zolle incastonate tra il cemento di un marciapiede per un albero di 20 metri d’altezza, magari), a danni involontari causati alle stesse radici (nuove tubature, nuovo asfalto…) o al fusto, altre volte, semplicemente, abbiamo messo la pianta sbagliata nel posto sbagliato, e un abete rosso a 40 gradi soffre, parecchio.

In questi casi è opportuno domandarsi: che futuro ha la pianta? Si può intervenire per riportarla in condizioni di salute o semplicemente la si accompagnerebbe verso un declino più o meno rapido? La risposta a queste domande dovrebbe far scegliere se investire nel recupero della pianta o nella sua sostituzione con un’altra, magari appartenente a una specie più adatta all’ambiente.

Altre volte le piante sono tante, messe a dimora insieme (ad esempio lungo una strada, a formare una alberatura stradale o “alberata”) e dopo qualche decennio alcune cominciano a manifestare dei problemi. Alcune, non tutte, vanno abbattute perché estremamente rischiose, altre possono essere gestite ma andranno incontro allo stesso destino delle altre nel giro di qualche anno perché manifestano, in maniera meno intensa gli stessi sintomi. Altre ancora iniziano a danneggiare le infrastrutture vicine con le radici (la cui crescita non è stata presa in considerazione al momento dell’impianto) e iniziano a sollevare l’asfalto rendendo difficile il transito di pedoni e mezzi o a danneggiare tubature e sottoservizi.

In una situazione simile non è una bestemmia pensare di ripartire da zero. Gli alberi in questione ci hanno dato tutti i benefici che potevano, ora iniziano a essere pericolosi in alcuni casi, ad avere elevati e continui costi di manutenzione o a causare danni che sicuramente con il tempo non diminuiranno. Si può iniziare a pensare che sia il momento di sostituirli con una nuova alberatura.

Magari si può scegliere una specie diversa, che sia meno propensa a manifestare le criticità di quella precedente, che abbia un buon valore estetico (che serve sempre, non dimentichiamolo) e magari un buon tasso di crescita, in modo tale da riempire velocemente il vuoto lasciato dagli abbattimenti.

E’ possibile, invece, sostituire solo alcune delle piante, magari solo quelle più pericolose? Certo. Bisogna però tenere in considerazione che le nuove piante si troveranno in una situazione di competizione tendenzialmente svantaggiosa (dominate dalla chioma delle contermini) e che, a questo punto, andranno programmati interventi di manutenzione e gestione diversi per piante in fase di sviluppo diversa, anziché interventi omogenei (con le relative differenze di costo). Ultimo ma non per importanza, l’alberatura avrà un aspetto irregolare e discontinuo, specialmente se, come spesso capita, i nuovi impianti avranno un sesto di impianto diverso rispetto a quello della piante già presenti.

Trovo curioso, infine, che spesso e volentieri le grandi proteste e prese di posizione contro gli interventi sul verde urbani siano limitate ai soli abbattimenti: se molte persone hanno a cuore gli alberi e il loro benessere, come mai sono così rare le manifestazioni contro le capitozzature (potature estreme fortemente dannose), quelle contro la scelta di piante ecologicamente inadatte al sito o quelle contro le aiuole troppo piccole?

Forse è perché, come tutti gli ambiti tecnici, l’arboricoltura urbana è una materia complessa che deve tenere in considerazione molti dati (non solo strettamente botanici) e che richiede un approccio tecnico e scientifico, non esclusivamente emotivo.

E’ pur vero che, in molti casi, i tecnici dovrebbero essere in grado di spiegare bene (meglio) le proprie scelte, ma è anche vero che spiegare a chi si rifiuta di ascoltare ha ben poca utilità.

 

*Interessante lo studio (e i riferimenti riportati) di Kellogg W, Mikelbank B, Laverne R e Hexter KW (2017) “The economic value of tree preservation in a weak land development market region”, Arboricolture & Urban Forestry, 43(2); 55-71.

Foreste in fiamme

da meteoweb.eu

Volge al termine un’altra estate, che verrà sicuramente ricordata per eventi fuori dall’ordinario (il terremoto di Ischia, ad esempio), ma sicuramente non verrà ricordata per i numerosi incendi boschivi.

Dico che non verrà ricordata, non è un refuso, perché ormai gli incendi, i Canadair, le lamentele sulla mancanza di personale per i Vigili del Fuoco e (ormai ex) Corpo Forestale dello Stato (ora Carabinieri) sono ormai puntuale cronaca estiva: Ogni anno i boschi vanno a fuoco, ogni anno si lanciano anatemi contro i piromani, anche se la piromania è una patologia mentale e gli appiccatori-di-fuoco andrebbero semplicemente chiamati criminali.

Ogni anno si parla di disastro ambientale.

Certo, i boschi delle aree mediterranee e la macchia mediterranea in particolare sembrano quasi “progettati” per prendere fuoco durante i mesi estivi: tutto secco, tutta “sterpaglia”; sembra quasi che questi ecosistemi “se lo vadano a cercare” il disastro ambientale.

Ma un incendio comporta sempre un disastro ambientale? Come spesso accade la risposta giusta è una non-risposta: dipende.

Non potendo evitare gli incendi, le piante (alberi e arbusti) e gli ecosistemi dell’area mediterranea hanno sviluppato delle “strategie” per migliorare la propria resilienza, ossia la capacità di tornare a ricostituirsi dopo un evento di disturbo.

Spieghiamolo meglio: se un bosco prende fuoco (o subisce un altro tipo di danno) che ne modifica la struttura, la sua capacità di ri-formare quanto è andato distrutto e tornare alle condizioni precedenti al disturbo prende il nome di resilienza. Minore il tempo per tornare allo stato di partenza, maggiore la resilienza (i puristi mi perdoneranno per questa mia descrizione semplicistica e umanizzante degli ecosistemi).

Gli ecosistemi forestali del bacino del Mediterraneo sono formati da specie evolute per avere un’alta resilienza agli incendi, specie che riescono a ricolonizzare il terreno bruciato in poco tempo. Questo perché gli incendi sono una componente naturale da sempre presente nelle aree del bacino del Mediterraneo.

Tutto bene, quindi? Non proprio.

Mi è capitato tra le mani un articolo (non proprio recentissimo essendo stato pubblicato nel 2008) a firma Juli Pausas e colleghi dal titoloAre wildfires a disaster in the Mediterranean basin? A review. Questo articolo mette a confronto diversi studi svolti nell’area del Mediterraneo occidentale riguardanti gli incendi e il loro effetto a diversi livelli. Quello che lo studio evidenzia è quanto segue:

  • Il numero di incendi sta aumentando negli ultimi decenni. Questo può essere dovuto all’abbandono delle aree rurali e alla diminuzione del pascolo (che lasciano più materiale “bruciabile” alle fiamme). Parte delle cause sono dovute all’aumento di aree semi-urbanizzate in aree precedentemente rurali, con le conseguenti maggiori probabilità di principi di incendio (dolosi o fortuiti che siano).
  • Molte specie di piante mediterranee, in particolare le querce, mostrano un’elevatissima resilienza e resistono molto meglio al fuoco che ad altri disturbi di origine umana (taglio, sovra-pascolamento, urbanizzazione).
  • Si sta verificando un aumento degli incendi “di corona”, ossia quegli incendi che vedono le fiamme bruciare la chioma alta degli alberi, rispetto agli incendi di superficie, in particolare nelle aree cosiddette sub-mediterranee (quelle di media montagna). In queste aree le specie sono meno resilienti a questo tipo di incendio, in particolare il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), sviluppate per resistere per lo più a incendi di superficie.
  • La semplificazione degli ecosistemi operata dall’uomo non aiuta a limitare gli incendi. Le piantagioni monospecifiche di pini (Pinus spp.), spesso soggette a scarse cure colturali e con le chiome a contatto tra loro, formano un ottimo substrato combustibile per l’espansione delle fiamme.
  • Le pinete sono tra formazioni con più bassa resilienza agli incendi. L’aumento del numero e della frequenza dei disturbi di questo tipo rischia di superare la capacità di rigenerazione degli ecosistemi (in particolare di quelli semplificati o completamente modificati dall’attività umana).

Cosa si può concludere da queste informazioni?

Sicuramente non possiamo sperare di far sparire gli incendi dalle aree del bacino del Mediterraneo. Possiamo però cercare di limitare i danni. Non tanto per gli ecosistemi naturali, quanto per noi che in prossimità di quegli ecosistemi ci viviamo.

Possiamo cercare, ad esempio, di evitare le colture monoplane e monospecifiche e cercare di gestire le aree rurali e forestali abbandonate, specialmente se queste si trovano vicino ad aree urbane o semi-urbane.

Possiamo cercare di modificare il meno possibile le aree rimaste ancora naturali (le riserve) per evitare di compromettere la loro elevata resilienza (oltre al loro valore di biodiversità, ma questo è un altro argomento).

Possiamo, soprattutto, limitare gli incendi causati dall’uomo accidentalmente lavorando sull’educazione e sulla prevenzione, promuovendo comportamenti virtuosi e lavorando sulla manutenzione delle aree peri-urbane per limitare i rischi di innesco involontari (dei criminali che incendiano volontariamente per precisi interessi non voglio nemmeno parlare).

La “naturalità” degli incendi e l’impossibilità di eliminarli è un tema che interessa anche altre aree del pianeta, con altri ecosistemi e altri climi. È di qualche giorno fa l’articolo di un sito web della British Columbia (Canada) in cui si fanno i conti di quanti soldi vengono spesi ogni anno per combattere degli incendi (per lo più di origine naturale) che, a ben vedere, fanno parte del normale equilibrio degli ecosistemi forestali anche a quelle latitudini (a questo proposito viene intervistato l’ecologo Chad Hanson). La proposta, in questo caso, è quella di investire i soldi per proteggere le aree limitrofe alle zone urbane anziché spegnere ogni singola fiamma.

Ovviamente, per densità di popolazione ed ecosistemi, il Canada e l’Italia non sono minimamente paragonabili. Ci troviamo però davanti allo stesso problema: convivere con la natura, cercando di modificarla o semplificarla il meno possibile.

Possibilmente evitando comportamenti e azioni che aumentino i già elevati rischi di danni non solo agli ecosistemi, ma a noi stessi.

Sembro cattivo ma non lo sono

Foto di Giovanni Morelli

L’articolo di oggi prende lo spunto da una fotografia scattata da un collega che mostra un “affollamento” su un fiore da parte di due insetti.

Quello a sinistra è un lepidottero, Aporia crataegi, comunemente chiamata pieride del biancospino. Si può osservare comunemente in primavera-estate su molti fiori, si trova in collina e media montagna in tutta Italia (esclusa la Sardegna).

Il protagonista più interessante di questo scatto, però, è l’altro insetto, quello giallo e nero sulla destra.

A un primo sguardo “profano” sembrerebbe una vespa o un calabrone.

Se vi ha dato questa impressione, se pensate che non sia il caso di disturbarlo perché potrebbe pungervi,  allora possiamo dire che la sua “missione” è compiuta.

Non si tratta di una vespa (ovviamente), ma di un coleottero cerambicide: Rutpela maculata.

Normalmente i cerambicidi si trovano nel sottobosco, vicini al legno morto o deperente (di cui le larve si nutrono), e non hanno colori particolarmente sgargiante. Questo no. R. maculata ha un comportamento particolare in fase adulta: si nutre di polline e nettare di fiori (di diverse famiglie).

Ovviamente questa attività espone l’insetto ai rischi di predazione tipici di chi frequenta i prati anziché il sottobosco. Molti uccelli, ad esempio, sono in agguato.

Per diminuire questo rischio la selezione evolutiva ha fornito questo cerambicide di una “maschera” che lo fa sembrare un altro insetto (una vespa o un calabrone, appunto). Questi insetti non sono predati volentieri in quanto pericolosi (non pungono solo i turisti ma anche i predatori), quindi R. mauculata ha un aspetto che imita questi insetti pericolosi (il termine corretto è organismi aposematici).

E’ una forma particolare di mimetismo, il cui obiettivo non è imitare il colore dell’ambiente perché l’individuo non venga individuato (il cosiddetto mimetismo criptico, tipico di altre specie come gli insetti-stecco o la Biston betularia). In questo caso l’individuo non si nasconde alla vista dei possibili predatori, semplicemente “finge” di essere un altro insetto, uno più pericoloso, che non è il caso di disturbare.

Questo tipo di mimetismo, detto Batesiano (un tipo di mimetismo fanerico, che si contrappone al mimetismo criptico), è studiato proprio per trarre in inganno i predatori, ma spesso trae in inganno anche noi. La prossima volta che vi troverete a prendere il sole in un prato in collina o in montagna, date un’occhiata all’insetto giallo e nero che cammina sui fiori vicino a voi. Magari vi rendete conto che non è affatto pericoloso.

Il motivo per cui, purtroppo, c’è un’orsa in meno

La notizia dell’abbattimento di KJ2 sul sito ANSA.it

E’ notizia di queste ore l’abbattimento di KJ2, l’orsa che qualche settimana fa si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento.

Ovviamente la reazione, in particolare quella dei social networks, è tendenzialmente unanime e indignata: si va dagli inviti a boicottare turisticamente la provincia alle denunce alle richieste di incriminazione per chi ha preso questa decisione.

Anziché dare un giudizio sull’accaduto, in queste righe vorrei spiegare perché si è arrivati a questa decisione e quali motivi ci siano dietro alla possibilità di prendere una decisione del genere (decisione che mai vorrei trovarmi a dover prendere).

Partiamo da un presupposto: in Trentino l’orso è stato reintrodotto dopo la scomparsa della prima metà del secolo scorso. La reintroduzione ha richiesto sacrifici enormi in termini economici e politici, oltre che interminabili ore di lavoro per i monitoraggi. La volontà dei cittadini e delle autorità politiche locali (per non parlare dei tecnici locali e non, come il sottoscritto) è quella di avere una popolazione stabile di orsi nel territorio trentino.

L’orso, come il lupo e la lince, fa parte dei cosiddetti grandi carnivori, i cui conflitti con le attività umane sono evidenti, e vanno dai danneggiamenti al bestiame al pascolo fino alle coltivazioni di pregio (l’orso mangia molti frutti durante la stagione estiva) per arrivare in rarissimi casi alle aggressioni dirette all’uomo.

La gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali non è affatto lasciata al caso, ma segue un piano d’azione interregionale (PACOBACE) scritto da personale tecnico e approvato dal Ministero dell’Ambiente, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dagli enti locali (regioni e province autonome) coinvolti nell’area di diffusione della specie.

Il piano d’azione parte dal presupposto che l’orso sia una specie estremamente protetta da leggi nazionali e internazionali e, proprio per la tutela della specie, individua e disciplina la gestione dei conflitti con le attività umane. Il piano individua tutta una serie di conflitti in ordine di gravità (da “l’orso si avvicina ai centri abitati” a “l’orso attacca l’uomo deliberatamente”); Per ogni conflitto sono indicate delle possibili azioni da intraprendere, che vanno dal monitoraggio continuo del singolo individuo alla cattura fino ad arrivare all’abbattimento (è tutto scritto nel piano che vi invito a scaricare e leggere dal link poco sopra).

Ma non è un controsenso abbattere un animale che si dichiara di voler salvaguardare?

In realtà no, perché l’obiettivo della tutela non è il singolo animale, ma l’intera popolazione.

Supponiamo che un orso attacchi in più occasioni un uomo (come KJ2, l’orsa abbattuta, che si era resa protagonista di un’aggressione anche nel 2015) e che nulla venga fatto. La soluzione è evidente: se le autorità preposte non intervengono gli abitanti della zona ci penseranno da soli. Si genera, in sostanza, un rifiuto per l’intera specie, non per il solo individuo aggressivo.

Gli abitanti della zona, è bene ricordarlo, non hanno lo stesso grado di coinvolgimento di cittadini come me, che abitano ad almeno un’ora di auto dal luogo dell’aggressione e che sono innamorati di questo meraviglioso animale; stiamo parlando di persone che abitano lì, che frequentano con i loro parenti e amici quelle zone quotidianamente. Queste persone possono avere, comprensibilmente, paura.

Se le autorità che hanno il dovere di gestire questa situazione (un individuo che ha più volte, e con successo, aggredito un uomo) non fanno nulla, il cittadino ci pensa da solo: prende la carabina e “risolve il problema” per conto suo. Ma lo fa senza le conoscenze corrette, e lo farà nei confronti di tutti gli orsi che troverà, non solo nei confronti dell’individuo problematico. Il risultato sarà una caccia alle streghe che comporterà il concreto rischio di perdere tutta la popolazione, compresi gli individui che di avvicinarsi all’uomo non ci pensano proprio.

Viceversa, se il singolo individuo problematico viene gestito (monitorato, catturato, spostato o addirittura abbattuto) in maniera corretta, non si creano le situazione per la “gestione fai da te”, si aumenta la fiducia nelle autorità cui compete la gestione di una specie complessa e, a conti fatti, si contribuisce a salvaguardare un’intera popolazione.

E’ sempre opportuno ricordarsi gli obiettivi delle azioni che si compiono. In questo caso l’obiettivo è la salvaguardia della popolazione, non del singolo individuo.

Io non so se l’abbattimento fosse la soluzione più corretta in questo specifico caso o se altre soluzione potessero essere adottate. Come detto, non mi augurerei mai di trovarmi nella situazione di dover prendere una decisione simile.

Io so che c’è un orso in meno in Trentino, e questo mi riempie di tristezza. La mia speranza è che l’abbattimento di questo orso possa aiutare a tutelare l’intera popolazione di orsi delle Alpi centro-orientali.

Come detto a un corso per studenti universitari che ho avuto il privilegio di tenere lo scorso anno, la convivenza tra uomo e orso è possibile, ma nessuno ha detto che sia anche facile.

Tutti tuttologi (con o senza web)

La citazione tratta dalla canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo mi esce spontanea leggendo e ascoltando quanto scritto e detto in giornali, siti web, telegiornali e trasmissioni di approfondimento in questi giorni.

In particolare oggi si sente parlare di diversi temi, tra i quali:

  • L’emergenza siccità e i cambiamenti climatici (in particolare gli effetti e l’efficacia dei programmi di mitigazione a breve, medio e lungo termine).
  • La gestione della fauna problematica, con particolare attenzione ai grandi carnivori (ogni estate, puntuale come la maturazione dei peperoni, si presenta il problema orsi in Trentino).
  • L’utilizzo dell’acqua in agricoltura e l’incentivo a convertire i campi della pianura padana a colture meno idro-ingorde.

Bene no? Si affrontano temi importanti.

Già. Peccato che gli opinionisti (quanto è antipatica questa parola?) che propongono soluzioni a questi problemi siano gli stessi che fino a pochi giorni fa parlavano di emergenza migranti, psicologia dei piromani e cure neurologiche sperimentali per un bambino giudicato incurabile.

Faccio fatica a spiegarmelo. Come può una persona aver un’opinione seria (dunque documentata, informata, ottenuta da diverse fonti) in materie così diverse?

Io, ad esempio, di musica non capisco nulla. Cito una canzone all’inizio del post per il solo fatto che apprezzo la citazione di Desmond Morris, ma non mi permetterei mai di dare un parere tecnico-stilistico o artistico.

Lo stesso vale per molti altri argomenti: ho un’infarinatura di neurologia? No. Quindi non ho idea di cosa fosse giusto fare per il povero Charlie Gard.

Ho una conoscenza sufficiente di cooperazione internazionale? No. Di conseguenza non propongo soluzioni per “aiutare i migranti a casa loro”.

Io posso capire che il portavoce di un movimento politico-sociale debba dare delle idee su possibili soluzioni a problemi contingenti, ma quasi mai sento dire le seguenti frasi:

“Il problema è complesso, la soluzione va trovata interpellando degli esperti nel settore”

“Il nostro paese ha investito nella formazione universitaria di molte persone, è opportuno sfruttare questi investimenti e far partecipare chi ha le competenze ai processi decisionali”

“Esistono già delle soluzioni tecniche, ma non sono facilmente riassumibili in 10 parole”

“Non ho idea di come affrontare questo problema. Mi informerò”

Perché, ad esempio, sulla crisi idrica e sui cambiamenti climatici non si sente quasi nessuno dire che la situazione attuale (prolungati periodi di siccità e aumento degli eventi estremi) è stata ampiamente prevista e semplicemente stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia senza prenderne atto? Esistono istituzioni ufficiali internazionali che sono talmente in gamba da produrre delle relazioni “facilitate” per essere comprese da chi non ha competenze tecniche, come l’Intergvernmental Panel on Climate Change con i suoi Summary for Policymakers (per politici, appunto).

Perché in relazione all’ultimo attacco di orso in Trentino no si dice che esiste un piano d’azione del Ministero dell’Interno che prevede la cattura o addirittura l’abbattimento per gli esemplari aggressivi, che regola le attività di monitoraggio e che individua i ruoli decisionali e operativi da diversi anni a questa parte? Perché a sentire certi ragionamenti pare che la presenza dell’orso sia una sorpresa e che nessuno sappia cosa sia opportuno fare.

Perché dopo ogni temporale l’amministratore locale di turno fa abbattere gli alberi rimasti in piedi “perché i cittadini lo chiedono”, senza interpellare tecnici che sono in grado di valutare la propensione al cedimento o le pratiche di gestione idonee per salvaguardare i benefici degli alberi minimizzando i rischi? Perché non vengono fatti controlli preventivi (prima dei temporali estivi) o non vengono attuate delle pratiche di manutenzione degne di questo nome?

Ormai funziona così, il tuttologo di professione ha sempre la risposta a tutto.

Al prossimo terremoto (che ci sarà, anche se facciamo finta di niente), saremo bombardati da soluzioni per “fare prevenzione” e “proteggere il territorio” e da trattati di geofisica improvvisati.

Lo stesso sarà per la prossima alluvione (che ci sarà, tra ottobre e novembre, anche se facciamo finta di niente). Avremo decine e decine di soluzioni, di programmi di manutenzione di impegni a mettere in sicurezza il paese.

Ma il tuttologo è fortunato. Quando sarà il momento di mettere in pratica le sue semplici soluzioni lui sarà impegnato a dare altre soluzioni, per altri problemi, che nel frattempo saranno venuti alla ribalta.

La competenza non è apprezzata da queste parti.