Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

La carie

Quando si parla di carie negli alberi si intende una degradazione dei tessuti del legno ad opera di un patogeno (fungo).

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Carie di sezione allungata al centro di una grossa branca di platano

Il patogeno colpisce la pianta entrando da una ferita o superando le barriere protettive di una pianta indebolita. Una volta entrato inizia a nutrirsi a spese delle sostanze del legno (lignina e cellulosa, le componenti che conferiscono rispettivamente resistenza allo schiacciamento ed elasticità al legno).

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Struttura fibrosa di una carie bianca (Platano)

Se un fungo degrada principalmente la cellulosa lasciando la lignina si parla di carie cubica o bruna (per il colore della lignina che rimane), in caso contrario, se un fungo degrada la lignina e lascia la cellulosa si parla di carie fibrosa o bianca.

In ogni caso, la mancanza di lignina o di cellulosa comporta una minor resistenza della pianta agli stimoli fisici esterni. Se in casi contenuti questo non comporta un rischio per la stabilità, in casi di avanzata degradazione subentrano rischi di cedimento per la pianta intera o per parti di essa.

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Carie molto avanzata che ha formato una cavità in gran parte del diametro su olmo

La bolla del pesco

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La bolla del pesco è un problema fitosanitario causato dal fungo Taphrina deformans.

Il fungo causa una vistosa deformazione delle foglie del pesco, che assumono un colore tendente al rosso e un aspetto carnoso.

Il danno diretto è una riduzione dell’attività fotosintetica della pianta, che si traduce in una diminuzione della crescita di rami e frutti. Il fungo può espandersi a deformare i rami giovani e gli stessi frutti, con differenze di suscettibilità secondo le diverse varietà.

Le condizioni ambientali più favorevoli al patogeno sono caratterizzate da elevata umidità e accentuati sbalzi di temperatura (di fatto la condizione attuale dalle mie parti, la foto è di martedì scorso).

I trattamenti – solitamente a base di fungicidi rameici – sono efficaci se preventivi, in particolare in autunno dopo la caduta delle foglie e prima dell’ingrossamento delle gemme. Ad infestazione in corso i trattamenti hanno efficacia minore, ma in alcuni casi possono contenere il problema.
Solitamente si consiglia la rimozione delle foglie colpite, sulle quali si concentrano le spore del fungo.

Se avete peschi, occhi aperti!

A cosa serve il verde urbano?

Spesso, parlando di alberi in aree urbane, mi trovo a confrontarmi con punti di vista molto diversi circa l’utilità del verde pubblico e privato. Tra chi si lamenta perché “le piante sporcano e mi lasciano tutte le foglie in giardino” e chi invece si lamenta che “hanno tagliato un albero, gli alberi non si tagliano, sono il nostro polmone”, proviamo a capire quali sono le funzioni del verde urbano e ornamentale:

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L’alberata che circonda Corso Sempione a Milano (fonte: it.wikipedia.org)

La prima funzione, lo dice il nome stesso, è quella estetica. Gli alberi ornamentali fanno parte in tutto e per tutto dell’arredo urbano e – solitamente – la signora Maria pianta una magnolia in giardino perché le piace. Tutto qui. A conferma di ciò esistono innumerevoli varietà di alberi con caratteristiche studiate per essere gradite all’occhio umano (fioriture precoci o tardive, foglie colorate, forme particolari dei rami e del fusto).

Un’altra funzione è senza dubbio quella “energetica”: un centro abitato con un’ampia copertura vegetale e arborea consuma meno energia per il riscaldamento, ma soprattutto per il raffreddamento. D’estate i parcheggi all’ombra degli alberi sono i più ricercati, e non per caso. Chi abita in una casa con una parete esposta a sud apprezza molto l’ombreggiamento di una pianta ad alto fusto che limita la radiazione solare diretta (o meglio, ne sente molto la mancanza quando la pianta viene abbattuta).

Terza funzione, quella “sanitaria”. Le piante, quando non sono impegnate a respirare come noi, fanno quella cosa che tutti conosciamo (almeno come nome), cioè la fotosintesi clorofilliana. In soldoni assorbono l’anidride carbonica (prodotto della respirazione, ma anche della combustione di tutto ciò che è composto da carbonio) ed espellono ossigeno. A questo si aggiunge la capacità di assorbire alcune sostanza inquinanti e di trattenere in parte le polveri prodotte dalle attività umane. In sostanza rendono meno nociva l’aria che respiriamo.

Le piante in ambito urbano, sia arboree che arbustive, ma anche quelle erbacee, hanno una fondamentale funzione di protezione idrogeologica. Le radici tengono insieme il terreno e assorbono parte dell’acqua piovana, le chiome intercettano parte delle precipitazioni o ne diminuiscono l’energia di caduta prima che arrivino al suolo. Per fare una prova potete osservare quanta acqua arriva a valle di un piccolo pendio alberato (o semplicemente inerbito) in un giorno di pioggia, poi provare andare a vedere la stessa cosa alla fine di una rampa in cemento (tipo quelle di accesso a garage condominiali). In periodi di precipitazioni particolarmente intense con alluvioni e allagamenti potrebbe non essere un aspetto risolutivo, ma un aiuto non guasta mai.

La funzione ricreativa del verde urbano è sotto gli occhi di tutti: un posto in cui portare a passeggiare il cane, a far giocare all’aperto i bambini o semplicemene in cui sedersi con un libro è sempre associato al verde. I nostri parchi non sarebbero così frequentati se non ci fossero gli alberi a proteggerci dal sole, ma anche dai rumori e dalla vista della città.

Gli alberi in ambito urbano possono essere anche preziosi testimoni del passato, e dunque avere un’importante funzione storico-culturale. E’ il caso degli alberi monumentali, salvaguardati per il loro valore storico indipendentemente dal loro aspetto, dalle loro dimensioni o dal loro stato fitosanitario generale.

Foto2_castagno
Il Castagno dei Cento Cavalli, a Sant’Alfio (CT) (fonte: it.wikipedia.org)

Molte altre funzioni possono essere attribuite agli alberi in ambiente urbano; queste possono essere appositamente ricercate (ad esempio la funzione didattica delle piante messe a dimora in un orto botanico) oppure no (come la funzione di tutela della biodiversità, quasi sempre individuata come esternalità positiva degli alberi in aree urbane).

La cosa più importante, quando si tratta di progettare gestire il patrimonio arboreo di una città o di un’area abitata, è quello di capire quale sia la funzione prevalente di ogni singola pianta ed agire di conseguenza, senza lasciarsi trasportare da preconcetti.

Pensare che un albero non debba mai e poi mai essere potato o abbattuto è sbagliato tanto quanto pensare che gli alberi siano semplicemente degli orpelli estetici dalla gestione costosa, quindi sacrificabili con abbattimenti o con potature che ne annullano la chioma.

Gli alberi ci danno molto. Se gestiti bene possono darci ancora di più.