Quando un albero arriva alla fine

Viale di tigli capitozzati

Questo articolo prende spunto da (non “parla di” ma “prende spunto da”) ciò che sta accadendo da ormai diverso tempo a Firenze, ossia dalle veementi proteste che hanno preso corpo a seguito della decisione di abbattere e sostituire gli alberi di un viale alberato (viale Corsica).

Non ho intenzione di entrare nel merito specifico del caso, per due motivi: il primo è che ciò che so lo devo a confronti con colleghi e articoli di stampa, non ho mai visto con i miei occhi il viale in questione; il secondo è che rispetto il lavoro dei tecnici e dei professionisti che hanno lavorato a Firenze e che conoscono la situazione, alcuni dei quali (ad esempio il prof. Francesco Ferrini) sono persone che stimo e da cui ho molto da imparare, non mi sembra opportuno spiegare cosa devono fare “per sentito dire”.

Premesso questo, nelle prossime righe proverò a spiegare quali sono i motivi per cui si sceglie di abbattere un albero (o diversi alberi) in un contesto urbano.

Per dire questo dobbiamo partire da una domanda forse più importante: perché abbiamo gli alberi in un contesto urbano?

I motivi sono parecchi, probabilmente il primo che viene in mente a un cittadino comune è il valore estetico: piantiamo alberi perché abbelliscono le nostre città e i nostri viali (in effetti, entrando in un vivaio, si sceglie solitamente la pianta che piace di più).

Ovviamente, però, il “valore” di un albero in città non è puramente estetico: c’è un enorme valore legato al miglioramento della qualità della vita: gli alberi ci aiutano a migliorare il bilancio energetico delle nostre città diminuendo le temperature in estate (pensate a quanto sono ambiti i parcheggi all’ombra degli alberi in luglio) e limitando la dispersione di calore in inverno. Contribuiscono ad assorbire anidride carbonica, “filtrare” e trattenere particolato e altri inquinanti, limitare i danni da eccessive precipitazioni e l’erosione del suolo, proteggere la biodiversità (sì, anche in città), “conservare” la memoria di una comunità (come fanno gli alberi monumentali) e la lista può continuare a lungo.

In sostanza, avere alberi è un valore per le nostre città e per le nostre proprietà private – diversi studi ormai evidenziano il maggior valore delle proprietà immobiliari nelle aree con maggior presenza di alberi*.

E allora perché abbattere un albero?

Uno dei motivi è senza dubbio la sicurezza: proprio perché parliamo di alberi messi a dimora in un ambiente urbano, non possiamo trattarli come se fossero in un bosco (dove uno schianto non è un evento così grave). Un albero che cade lungo una strada o in una piazza può causare danni ingenti e mettere in pericolo l’incolumità di chi frequenta quella zona.

Come si fa a capire se un albero rischia di cadere? Esiste un metodo che si chiama valutazione di stabilità e si basa sul cosiddetto VTA (Visual Tree Assessment). Viene svolto da professionisti che certificano con una perizia timbrata e firmata i difetti strutturali e le problematiche fitosanitarie di un albero e ne evidenziano la propensione al cedimento, indicando le azioni per limitare tale propensione. Se il rischio è troppo elevato per prendere in considerazione degli interventi di mitigazione (potature, consolidamenti, trattamenti ecc.) si procede all’abbattimento della pianta.

Tutto qui? No. O meglio, non sempre.

Esistono delle situazioni particolari in cui, semplicemente, i costi di mantenimento e gestione superano di gran lunga i benefici associati alla pianta (e intendo tutti i benefici, sommati).

Spesso accade che delle piante in una situazione di stabilità relativamente tranquilla manifestino dei sintomi di deperimento legati a diverse cause: spesso stress da mancanza d’acqua o nutrienti (provate a pensare a quante volte avete visto irrigare o concimare degli alberi in città. Mai. Tendenzialmente si arrangiano), altre volte gli stress sono legati a ridotti spazi di crescita radicale (piccole zolle incastonate tra il cemento di un marciapiede per un albero di 20 metri d’altezza, magari), a danni involontari causati alle stesse radici (nuove tubature, nuovo asfalto…) o al fusto, altre volte, semplicemente, abbiamo messo la pianta sbagliata nel posto sbagliato, e un abete rosso a 40 gradi soffre, parecchio.

In questi casi è opportuno domandarsi: che futuro ha la pianta? Si può intervenire per riportarla in condizioni di salute o semplicemente la si accompagnerebbe verso un declino più o meno rapido? La risposta a queste domande dovrebbe far scegliere se investire nel recupero della pianta o nella sua sostituzione con un’altra, magari appartenente a una specie più adatta all’ambiente.

Altre volte le piante sono tante, messe a dimora insieme (ad esempio lungo una strada, a formare una alberatura stradale o “alberata”) e dopo qualche decennio alcune cominciano a manifestare dei problemi. Alcune, non tutte, vanno abbattute perché estremamente rischiose, altre possono essere gestite ma andranno incontro allo stesso destino delle altre nel giro di qualche anno perché manifestano, in maniera meno intensa gli stessi sintomi. Altre ancora iniziano a danneggiare le infrastrutture vicine con le radici (la cui crescita non è stata presa in considerazione al momento dell’impianto) e iniziano a sollevare l’asfalto rendendo difficile il transito di pedoni e mezzi o a danneggiare tubature e sottoservizi.

In una situazione simile non è una bestemmia pensare di ripartire da zero. Gli alberi in questione ci hanno dato tutti i benefici che potevano, ora iniziano a essere pericolosi in alcuni casi, ad avere elevati e continui costi di manutenzione o a causare danni che sicuramente con il tempo non diminuiranno. Si può iniziare a pensare che sia il momento di sostituirli con una nuova alberatura.

Magari si può scegliere una specie diversa, che sia meno propensa a manifestare le criticità di quella precedente, che abbia un buon valore estetico (che serve sempre, non dimentichiamolo) e magari un buon tasso di crescita, in modo tale da riempire velocemente il vuoto lasciato dagli abbattimenti.

E’ possibile, invece, sostituire solo alcune delle piante, magari solo quelle più pericolose? Certo. Bisogna però tenere in considerazione che le nuove piante si troveranno in una situazione di competizione tendenzialmente svantaggiosa (dominate dalla chioma delle contermini) e che, a questo punto, andranno programmati interventi di manutenzione e gestione diversi per piante in fase di sviluppo diversa, anziché interventi omogenei (con le relative differenze di costo). Ultimo ma non per importanza, l’alberatura avrà un aspetto irregolare e discontinuo, specialmente se, come spesso capita, i nuovi impianti avranno un sesto di impianto diverso rispetto a quello della piante già presenti.

Trovo curioso, infine, che spesso e volentieri le grandi proteste e prese di posizione contro gli interventi sul verde urbani siano limitate ai soli abbattimenti: se molte persone hanno a cuore gli alberi e il loro benessere, come mai sono così rare le manifestazioni contro le capitozzature (potature estreme fortemente dannose), quelle contro la scelta di piante ecologicamente inadatte al sito o quelle contro le aiuole troppo piccole?

Forse è perché, come tutti gli ambiti tecnici, l’arboricoltura urbana è una materia complessa che deve tenere in considerazione molti dati (non solo strettamente botanici) e che richiede un approccio tecnico e scientifico, non esclusivamente emotivo.

E’ pur vero che, in molti casi, i tecnici dovrebbero essere in grado di spiegare bene (meglio) le proprie scelte, ma è anche vero che spiegare a chi si rifiuta di ascoltare ha ben poca utilità.

 

*Interessante lo studio (e i riferimenti riportati) di Kellogg W, Mikelbank B, Laverne R e Hexter KW (2017) “The economic value of tree preservation in a weak land development market region”, Arboricolture & Urban Forestry, 43(2); 55-71.

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Foreste in fiamme

da meteoweb.eu

Volge al termine un’altra estate, che verrà sicuramente ricordata per eventi fuori dall’ordinario (il terremoto di Ischia, ad esempio), ma sicuramente non verrà ricordata per i numerosi incendi boschivi.

Dico che non verrà ricordata, non è un refuso, perché ormai gli incendi, i Canadair, le lamentele sulla mancanza di personale per i Vigili del Fuoco e (ormai ex) Corpo Forestale dello Stato (ora Carabinieri) sono ormai puntuale cronaca estiva: Ogni anno i boschi vanno a fuoco, ogni anno si lanciano anatemi contro i piromani, anche se la piromania è una patologia mentale e gli appiccatori-di-fuoco andrebbero semplicemente chiamati criminali.

Ogni anno si parla di disastro ambientale.

Certo, i boschi delle aree mediterranee e la macchia mediterranea in particolare sembrano quasi “progettati” per prendere fuoco durante i mesi estivi: tutto secco, tutta “sterpaglia”; sembra quasi che questi ecosistemi “se lo vadano a cercare” il disastro ambientale.

Ma un incendio comporta sempre un disastro ambientale? Come spesso accade la risposta giusta è una non-risposta: dipende.

Non potendo evitare gli incendi, le piante (alberi e arbusti) e gli ecosistemi dell’area mediterranea hanno sviluppato delle “strategie” per migliorare la propria resilienza, ossia la capacità di tornare a ricostituirsi dopo un evento di disturbo.

Spieghiamolo meglio: se un bosco prende fuoco (o subisce un altro tipo di danno) che ne modifica la struttura, la sua capacità di ri-formare quanto è andato distrutto e tornare alle condizioni precedenti al disturbo prende il nome di resilienza. Minore il tempo per tornare allo stato di partenza, maggiore la resilienza (i puristi mi perdoneranno per questa mia descrizione semplicistica e umanizzante degli ecosistemi).

Gli ecosistemi forestali del bacino del Mediterraneo sono formati da specie evolute per avere un’alta resilienza agli incendi, specie che riescono a ricolonizzare il terreno bruciato in poco tempo. Questo perché gli incendi sono una componente naturale da sempre presente nelle aree del bacino del Mediterraneo.

Tutto bene, quindi? Non proprio.

Mi è capitato tra le mani un articolo (non proprio recentissimo essendo stato pubblicato nel 2008) a firma Juli Pausas e colleghi dal titoloAre wildfires a disaster in the Mediterranean basin? A review. Questo articolo mette a confronto diversi studi svolti nell’area del Mediterraneo occidentale riguardanti gli incendi e il loro effetto a diversi livelli. Quello che lo studio evidenzia è quanto segue:

  • Il numero di incendi sta aumentando negli ultimi decenni. Questo può essere dovuto all’abbandono delle aree rurali e alla diminuzione del pascolo (che lasciano più materiale “bruciabile” alle fiamme). Parte delle cause sono dovute all’aumento di aree semi-urbanizzate in aree precedentemente rurali, con le conseguenti maggiori probabilità di principi di incendio (dolosi o fortuiti che siano).
  • Molte specie di piante mediterranee, in particolare le querce, mostrano un’elevatissima resilienza e resistono molto meglio al fuoco che ad altri disturbi di origine umana (taglio, sovra-pascolamento, urbanizzazione).
  • Si sta verificando un aumento degli incendi “di corona”, ossia quegli incendi che vedono le fiamme bruciare la chioma alta degli alberi, rispetto agli incendi di superficie, in particolare nelle aree cosiddette sub-mediterranee (quelle di media montagna). In queste aree le specie sono meno resilienti a questo tipo di incendio, in particolare il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), sviluppate per resistere per lo più a incendi di superficie.
  • La semplificazione degli ecosistemi operata dall’uomo non aiuta a limitare gli incendi. Le piantagioni monospecifiche di pini (Pinus spp.), spesso soggette a scarse cure colturali e con le chiome a contatto tra loro, formano un ottimo substrato combustibile per l’espansione delle fiamme.
  • Le pinete sono tra formazioni con più bassa resilienza agli incendi. L’aumento del numero e della frequenza dei disturbi di questo tipo rischia di superare la capacità di rigenerazione degli ecosistemi (in particolare di quelli semplificati o completamente modificati dall’attività umana).

Cosa si può concludere da queste informazioni?

Sicuramente non possiamo sperare di far sparire gli incendi dalle aree del bacino del Mediterraneo. Possiamo però cercare di limitare i danni. Non tanto per gli ecosistemi naturali, quanto per noi che in prossimità di quegli ecosistemi ci viviamo.

Possiamo cercare, ad esempio, di evitare le colture monoplane e monospecifiche e cercare di gestire le aree rurali e forestali abbandonate, specialmente se queste si trovano vicino ad aree urbane o semi-urbane.

Possiamo cercare di modificare il meno possibile le aree rimaste ancora naturali (le riserve) per evitare di compromettere la loro elevata resilienza (oltre al loro valore di biodiversità, ma questo è un altro argomento).

Possiamo, soprattutto, limitare gli incendi causati dall’uomo accidentalmente lavorando sull’educazione e sulla prevenzione, promuovendo comportamenti virtuosi e lavorando sulla manutenzione delle aree peri-urbane per limitare i rischi di innesco involontari (dei criminali che incendiano volontariamente per precisi interessi non voglio nemmeno parlare).

La “naturalità” degli incendi e l’impossibilità di eliminarli è un tema che interessa anche altre aree del pianeta, con altri ecosistemi e altri climi. È di qualche giorno fa l’articolo di un sito web della British Columbia (Canada) in cui si fanno i conti di quanti soldi vengono spesi ogni anno per combattere degli incendi (per lo più di origine naturale) che, a ben vedere, fanno parte del normale equilibrio degli ecosistemi forestali anche a quelle latitudini (a questo proposito viene intervistato l’ecologo Chad Hanson). La proposta, in questo caso, è quella di investire i soldi per proteggere le aree limitrofe alle zone urbane anziché spegnere ogni singola fiamma.

Ovviamente, per densità di popolazione ed ecosistemi, il Canada e l’Italia non sono minimamente paragonabili. Ci troviamo però davanti allo stesso problema: convivere con la natura, cercando di modificarla o semplificarla il meno possibile.

Possibilmente evitando comportamenti e azioni che aumentino i già elevati rischi di danni non solo agli ecosistemi, ma a noi stessi.

Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

La carie

Quando si parla di carie negli alberi si intende una degradazione dei tessuti del legno ad opera di un patogeno (fungo).

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Carie di sezione allungata al centro di una grossa branca di platano

Il patogeno colpisce la pianta entrando da una ferita o superando le barriere protettive di una pianta indebolita. Una volta entrato inizia a nutrirsi a spese delle sostanze del legno (lignina e cellulosa, le componenti che conferiscono rispettivamente resistenza allo schiacciamento ed elasticità al legno).

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Struttura fibrosa di una carie bianca (Platano)

Se un fungo degrada principalmente la cellulosa lasciando la lignina si parla di carie cubica o bruna (per il colore della lignina che rimane), in caso contrario, se un fungo degrada la lignina e lascia la cellulosa si parla di carie fibrosa o bianca.

In ogni caso, la mancanza di lignina o di cellulosa comporta una minor resistenza della pianta agli stimoli fisici esterni. Se in casi contenuti questo non comporta un rischio per la stabilità, in casi di avanzata degradazione subentrano rischi di cedimento per la pianta intera o per parti di essa.

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Carie molto avanzata che ha formato una cavità in gran parte del diametro su olmo