Lupi, cani e bufale

Le bufale scientifiche esistono anche in biologia, non solo per quanto riguarda i vaccini o fantasiosi metodi di cura con cellule staminali non provati.
 
Esiste la possibilità di prendere dati parziali, interpretarli un po’ alla “va là che va ben” e spacciarli per verità scientifiche che – guarda caso – sostengono le tesi di chi li interpreta. Internet amplifica il tutto.
 
E’ quello che è successo ai figli di Giulietta e Slavc, prima coppia di lupi frutto dell’incontro tra la popolazione Appenninica e la popolazione Dinarica, stabilmente residenti in Lessinia, Veneto.
 
“Sono ibridi! In parte cani e in parte lupi!” si è detto. Non è così.*
 
Ora, a differenza del protagonista del film d’animazione “Balto” che “non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è“, sappiamo perfettamente chi sono Giulietta, Slavc e i loro figli.
Sono lupi. Al 100%. E sono ibridi. Di lupi al 100%, provenienti da due popolazioni di lupi (al 100%) che si sono incontrate dopo decenni di isolamento, da quando, cioè, il lupo è scomparso dalle Alpi.
Questo lo sappiamo dal 2012, in seguito alle prime indagini genetiche svolte dall’ISPRA, come viene ben spiegato dall’articolo comparso sul sito del progetto Life WolfAlps. L’articolo spiega molto bene la questione, spiega il “malinteso” e cerca di mettere un’autorevole parola “fine” a un tentativo di contrastare la presenza dei lupi in Lessinia “per via genetica”.
Come è stato scritto in altre occasioni (ad esempio parlando di orsi), i conflitti tra carnivori e attività umane esistono. Vanno gestiti e risolti.
Ma il conflitto non può risolversi con “non voglio il carnivoro, quindi c’è un conflitto, quindi lo elimino”. La presenza dei grandi carnivori è un valore sotto svariati punti di vista (che sarebbero troppi da elencare qui, dato che io e un collega l’abbiamo fatto in un corso di quattro lezioni), questo valore va compreso, gestito e fatto comprendere (in questo ordine, senza tralasciare nulla) da organi tecnici, non di parte. O meglio, da organi tecnici che tengano in considerazione i punti di vista di tutte le parti coinvolte.
Poi, come per tutti i problemi, le soluzioni proposte saranno tecniche e le decisioni saranno politiche.
Ma nessuna decisione sarà corretta se si cerca di spacciare delle bufale per verità scientifiche.
*La questione “ibridi cane-lupo” è importante perché questi incroci vanno evitati e – se presenti – rimossi, come spiega l’articolo del Life WolfAlps citato: “Eventuali ibridi di prima o seconda generazione infatti devono essere prontamente individuati e rimossi dalla popolazione selvatica, come prevedono i protocolli condivisi a livello nazionale“. Un “certificato” di ibridazione cane-lupo, dunque, giustificherebbe dei prelievi.
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Sembro cattivo ma non lo sono

Foto di Giovanni Morelli

L’articolo di oggi prende lo spunto da una fotografia scattata da un collega che mostra un “affollamento” su un fiore da parte di due insetti.

Quello a sinistra è un lepidottero, Aporia crataegi, comunemente chiamata pieride del biancospino. Si può osservare comunemente in primavera-estate su molti fiori, si trova in collina e media montagna in tutta Italia (esclusa la Sardegna).

Il protagonista più interessante di questo scatto, però, è l’altro insetto, quello giallo e nero sulla destra.

A un primo sguardo “profano” sembrerebbe una vespa o un calabrone.

Se vi ha dato questa impressione, se pensate che non sia il caso di disturbarlo perché potrebbe pungervi,  allora possiamo dire che la sua “missione” è compiuta.

Non si tratta di una vespa (ovviamente), ma di un coleottero cerambicide: Rutpela maculata.

Normalmente i cerambicidi si trovano nel sottobosco, vicini al legno morto o deperente (di cui le larve si nutrono), e non hanno colori particolarmente sgargiante. Questo no. R. maculata ha un comportamento particolare in fase adulta: si nutre di polline e nettare di fiori (di diverse famiglie).

Ovviamente questa attività espone l’insetto ai rischi di predazione tipici di chi frequenta i prati anziché il sottobosco. Molti uccelli, ad esempio, sono in agguato.

Per diminuire questo rischio la selezione evolutiva ha fornito questo cerambicide di una “maschera” che lo fa sembrare un altro insetto (una vespa o un calabrone, appunto). Questi insetti non sono predati volentieri in quanto pericolosi (non pungono solo i turisti ma anche i predatori), quindi R. mauculata ha un aspetto che imita questi insetti pericolosi (il termine corretto è organismi aposematici).

E’ una forma particolare di mimetismo, il cui obiettivo non è imitare il colore dell’ambiente perché l’individuo non venga individuato (il cosiddetto mimetismo criptico, tipico di altre specie come gli insetti-stecco o la Biston betularia). In questo caso l’individuo non si nasconde alla vista dei possibili predatori, semplicemente “finge” di essere un altro insetto, uno più pericoloso, che non è il caso di disturbare.

Questo tipo di mimetismo, detto Batesiano (un tipo di mimetismo fanerico, che si contrappone al mimetismo criptico), è studiato proprio per trarre in inganno i predatori, ma spesso trae in inganno anche noi. La prossima volta che vi troverete a prendere il sole in un prato in collina o in montagna, date un’occhiata all’insetto giallo e nero che cammina sui fiori vicino a voi. Magari vi rendete conto che non è affatto pericoloso.

Il motivo per cui, purtroppo, c’è un’orsa in meno

La notizia dell’abbattimento di KJ2 sul sito ANSA.it

E’ notizia di queste ore l’abbattimento di KJ2, l’orsa che qualche settimana fa si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento.

Ovviamente la reazione, in particolare quella dei social networks, è tendenzialmente unanime e indignata: si va dagli inviti a boicottare turisticamente la provincia alle denunce alle richieste di incriminazione per chi ha preso questa decisione.

Anziché dare un giudizio sull’accaduto, in queste righe vorrei spiegare perché si è arrivati a questa decisione e quali motivi ci siano dietro alla possibilità di prendere una decisione del genere (decisione che mai vorrei trovarmi a dover prendere).

Partiamo da un presupposto: in Trentino l’orso è stato reintrodotto dopo la scomparsa della prima metà del secolo scorso. La reintroduzione ha richiesto sacrifici enormi in termini economici e politici, oltre che interminabili ore di lavoro per i monitoraggi. La volontà dei cittadini e delle autorità politiche locali (per non parlare dei tecnici locali e non, come il sottoscritto) è quella di avere una popolazione stabile di orsi nel territorio trentino.

L’orso, come il lupo e la lince, fa parte dei cosiddetti grandi carnivori, i cui conflitti con le attività umane sono evidenti, e vanno dai danneggiamenti al bestiame al pascolo fino alle coltivazioni di pregio (l’orso mangia molti frutti durante la stagione estiva) per arrivare in rarissimi casi alle aggressioni dirette all’uomo.

La gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali non è affatto lasciata al caso, ma segue un piano d’azione interregionale (PACOBACE) scritto da personale tecnico e approvato dal Ministero dell’Ambiente, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dagli enti locali (regioni e province autonome) coinvolti nell’area di diffusione della specie.

Il piano d’azione parte dal presupposto che l’orso sia una specie estremamente protetta da leggi nazionali e internazionali e, proprio per la tutela della specie, individua e disciplina la gestione dei conflitti con le attività umane. Il piano individua tutta una serie di conflitti in ordine di gravità (da “l’orso si avvicina ai centri abitati” a “l’orso attacca l’uomo deliberatamente”); Per ogni conflitto sono indicate delle possibili azioni da intraprendere, che vanno dal monitoraggio continuo del singolo individuo alla cattura fino ad arrivare all’abbattimento (è tutto scritto nel piano che vi invito a scaricare e leggere dal link poco sopra).

Ma non è un controsenso abbattere un animale che si dichiara di voler salvaguardare?

In realtà no, perché l’obiettivo della tutela non è il singolo animale, ma l’intera popolazione.

Supponiamo che un orso attacchi in più occasioni un uomo (come KJ2, l’orsa abbattuta, che si era resa protagonista di un’aggressione anche nel 2015) e che nulla venga fatto. La soluzione è evidente: se le autorità preposte non intervengono gli abitanti della zona ci penseranno da soli. Si genera, in sostanza, un rifiuto per l’intera specie, non per il solo individuo aggressivo.

Gli abitanti della zona, è bene ricordarlo, non hanno lo stesso grado di coinvolgimento di cittadini come me, che abitano ad almeno un’ora di auto dal luogo dell’aggressione e che sono innamorati di questo meraviglioso animale; stiamo parlando di persone che abitano lì, che frequentano con i loro parenti e amici quelle zone quotidianamente. Queste persone possono avere, comprensibilmente, paura.

Se le autorità che hanno il dovere di gestire questa situazione (un individuo che ha più volte, e con successo, aggredito un uomo) non fanno nulla, il cittadino ci pensa da solo: prende la carabina e “risolve il problema” per conto suo. Ma lo fa senza le conoscenze corrette, e lo farà nei confronti di tutti gli orsi che troverà, non solo nei confronti dell’individuo problematico. Il risultato sarà una caccia alle streghe che comporterà il concreto rischio di perdere tutta la popolazione, compresi gli individui che di avvicinarsi all’uomo non ci pensano proprio.

Viceversa, se il singolo individuo problematico viene gestito (monitorato, catturato, spostato o addirittura abbattuto) in maniera corretta, non si creano le situazione per la “gestione fai da te”, si aumenta la fiducia nelle autorità cui compete la gestione di una specie complessa e, a conti fatti, si contribuisce a salvaguardare un’intera popolazione.

E’ sempre opportuno ricordarsi gli obiettivi delle azioni che si compiono. In questo caso l’obiettivo è la salvaguardia della popolazione, non del singolo individuo.

Io non so se l’abbattimento fosse la soluzione più corretta in questo specifico caso o se altre soluzione potessero essere adottate. Come detto, non mi augurerei mai di trovarmi nella situazione di dover prendere una decisione simile.

Io so che c’è un orso in meno in Trentino, e questo mi riempie di tristezza. La mia speranza è che l’abbattimento di questo orso possa aiutare a tutelare l’intera popolazione di orsi delle Alpi centro-orientali.

Come detto a un corso per studenti universitari che ho avuto il privilegio di tenere lo scorso anno, la convivenza tra uomo e orso è possibile, ma nessuno ha detto che sia anche facile.

Nutria, castoro e lontra in tavola per la quaresima

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Con il mese di marzo per i cattolici è iniziata anche la Quaresima, il periodo di preparazione alla Pasqua.

In questi giorni, in particolare il venerdì, i precetti indicherebbero di mangiare “di magro”, ossia evitare la carne. In molti casi questa “regola”è stata tradotta con “venerdì si mangia pesce”.

Tralasciando il significato profondo e relativo alla dottirina delle fede che sta alla base di queste indicazioni (non ritengo di essere la persona più indicata per farlo), mi sono sempre chiesto quale sia il confine tracciato tra i cibi accettabili per poter dire di aver mangiato “di magro” e quelli che invece non dovrebbero rientrare nel menu del cattolico osservante.

E’ evidente che la distinzione non è strettamente zoologica e sistematica: mangiare pesce spesso include molluschi, crostacei e altri ordini zoologici che con i pesci condividono solo l’habitat; fateci caso la prossima volta che andrete a “mangiare  pesce” spendendo 60 euro per una frittura mista, un risotto con seppie e gamberetti, due spaghetti allo scoglio e un’impepata di cozze e vongole: potreste non aver messo tra i denti nessun pesce in senso stretto.

Il mio bisogno di definizioni sarebbe tentato di dire: mangiare “pesce” significa mangiare tutto ciò che appartiene al regno animale e che vive in ambienti acquatici. Salati, salmastri o dolci non fa differenza (tonno, canocchie o trota fanno sempre parte dei piatti “di pesce”).

Esclusi i mammiferi, giusto?

E’ evidente che i mammiferi non sono pesce ma carne. E quali sono i mammiferi degli ambienti acquatici? Cetacei (balene, delfini) e foche li conosciamo. Ma ci sono mammiferi strettamente legati agli ambienti d’acqua dolce?

Lontra e castoro ad esempio. Un tempo tipica fauna degli ecosistemi fluviali europei, oggi in ripresa (per lo meno la lontra nel nostro paese).

Quindi lontra e castoro sono esclusi dai menu “di pesce” o “di magro”, essendo mammiferi?

A quanto pare no.

Grazie a un collega vengo a conoscenza di un testo dal titolo “Operazione castoro”, scritto da Huber Weinzierl ed edito da Editrice La Scuola nel 1975. Questo testo tratta le questioni relative al ripopolamento dei castori in Europa, ma descrive anche fatti e aneddoti riguardanti la gestione di questa specie e altre specie simili in passato.

In particolare nelle prime pagine vengono citate alcune ricette semplici indicate nei libri di ricette a cavallo tra 1800 e 1900 a base di castoro, appunto, ma anche di lontra, folaghe e aironi. Tutti considerati cibo “magro” e affine al pesce, tanto da indicare i metodi per togliere il sapore di pesce dalle carni. Ne cito qualche riga:

“ […] La lontra, una volta tagliata a pezzi, va cucinata esattamente come il castoro. Quando la carne incomincia ad ammorbidirsi, mettere nella casseruola un cucchiaio di zucchero con un po’ di lardo, e a parte, con due cucchiai di farina, preparate una salsa e fatela cuocere finché abbia preso un colore nocciola scuro; aggiungete questo sugo alla lontra e lasciate cuocere quanto basta per farlo addensare. Prima di servire, versatevi sopra un poco di succo di limone.

[…] Questo piatto viene per lo più servito accompagnato da conserve di bacche di rosa o da gelatina di ribes.”

Oggi, ovviamente, castori e lontre sono sottoposte in alcune aree a vincoli di protezione, ma un altro roditore sta attirando l’attenzione di chef e buongustai: la nutria. Si moltiplicano ricette e metodi di cottura, si propongono prelievi a scopo alimentare che potrebbero essere molto efficaci nel contenere le popolazioni e, di conseguenza, i danni che questi animali provocano agli argini fluviali con la loro attività di scavo.

Personalmente non ho nulla in contrario all’approccio alimentare verso questa specie, anzi, mi incuriosisce. La mia domanda però è la seguente: verrà considerata “magro” come a suo tempo il suo parente, il castoro?

Giusto per sapere se potrei ritrovarmela in una frittura di paranza nelle prossime quaresime.

E’ il momento di parlare di Carnivori

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E’ il momento di parlare di Carnivori.

E’ il momento di farlo senza preconcetti, senza dover accontentare o assecondare punti di vista estremi, è il momento di farlo da un punto di vista tecnico-scientifico.

Sotto queste premesse è nato un progetto: un corso in 4 lezioni frontali (più un’uscita da organizzare nei mesi primaverili) in cui si parla di carnivori, con particolare attenzione alle specie della zona Alpina Italiana e al loro rapporto con l’uomo e le attività antropiche.

La parte didattica è diretta responsabilità di Fauna360, ossia mia e di Alberto Carradore (per chi non sapesse cosa facciamo può dare un’occhiata anche qui), l’organizzazione è un preziosissimo contributo dell’Associazione Universitaria Studenti Forestali (AUSF) di Padova.

Il corso si terrà nei giorni 6, 7, 13 e 14 dicembre 2016 (due martedì e due mercoledì) dalle ore 17,00 alle ore 19,00 presso l’aula 10 dell’edificio Pentagono di Agripolis (Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria) a Legnaro (PD).

I contenuti del corso andranno dalla sistematica alla morfologia dei carnivori in generale, si parlerà in generale e nello specifico – per le principali specie – dei rapporti e dei contrasti con le attività umane, del valore ecologico e dell’impatto dei carnivori sulle politiche di tutela ambientale. Si approfondiranno le tematiche relative a orso (Ursus arctos) e lupo (Canis lupus), in particolare di dinamica delle popolazioni, morfologia, biologia ed etologia, si introdurranno anche la biologia e l’ecologia di lince (Lynx lynx), volpe (Vulpes vulpes) e lontra (Lutra lutra). Saranno introdotte anche le tecniche di monitoraggio e gestione.

I dati e i contenuti presentati durante il corso sono il frutto della collaborazione di Fauna360 con ricercatori e amministrazioni che quotidianamente lavorano a contatto con i carnivori e le problematiche ad essi associati.

Il corso avrà un taglio tecnico-divulgativo ed è rivolto a studenti di scienze forestali, biologia, scienze naturali, medicina veterinaria, ma anche a tutti coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione

Il corso (4 lezioni) ha un costo di € 20,00. Maggiori informazioni modulo di iscrizione si possono trovare nel sito web dell’AUSF (ausf.pd@gmail.com) o al form bit.ly/CorsoCarnivori

P.S. Il corso è organizzato negli stessi giorni in cui ad Agripolis sarà possibile assistere alla mostra sui carnivori “Presenze silenziose”. Un motivo in più per venire a trovarci!

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