Non solo api. Salviamo (anche) i Bombi!

Close up photograph of a bumblebee (Bombus pascuorum) taken by Mark Burnett

“Se le api scomparissero dalla terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”

E’ una frase che viene attribuita ad Albert Einstein che sottolinea l’importanza di questi insetti per la nostra vita.

Perché le api sono così importanti? Non solo per la produzione di miele e prodotti affini, ovviamente. Le api ci offrono un servizio ecosistemico fondamentale: l’impollinazione meccanica delle piante.

Il polline è l’insieme dei gametofiti, ossia delle cellule riproduttive “maschili” delle piante, che devono raggiungere gli organi “femminili” (il pistillo dei fiori) per consentire la riproduzione sessuata.

In sostanza, i semi delle piante che si riproducono per via sessuata (ossia che hanno bisogno dell’unione di materiale genetico maschile e femminile per riprodursi) possono nascere solo se il polline viaggia da un fiore a un altro, da una pianta all’altra (esclusi i casi di autoimpollinazione).

Ovviamente le piante possono disperdere il polline al vento e sperare che questo atterri nel posto giusto, ma quanto sarebbe più comodo avere un “corriere espresso” che preleva il polline direttamente da un fiore e lo deposita su un altro fiore?

I “corrieri” del polline esistono, sono animali che chiamiamo impollinatori e le api ne sono forse il caso più famoso: nella loro attività di bottinamento (ossia di raccolta di nettare e polline dai fiori) le api si “sporcano” di polline: le loro zampe e i peli che ricoprono il corpo raccolgono questi granuli che verranno trasportati sui fiori visitati successivamente.

Questo “servizio” è talmente importante che alcune piante si affidano esclusivamente agli impollinatori per la riproduzione (e dunque per la sopravvivenza della specie).

Non so se potremmo vivere per soli quattro anni, ma è sicuro che se non ci fossero le api sarebbe molto difficile la riproduzione di tantissime piante (comprese quelle di cui ci nutriamo e che nutrono gli animali).

Salviamo le api dunque, giustissimo. Ma le api (Apis mellifera) sono diffuse in tutto il mondo, allevate e curate per i loro prodotti (miele, cera, pappa reale, propoli). Esistono tantissimi altri insetti che svolgono lo stesso “servizio” ma che non vengono presi in considerazione: tra queste ci sono i bombi (Bombus spp.)

I bombi assomigliano a delle api “ciccione”: Il loro addome è più largo e tondeggiante, coperto di peluria, caratterizzato da ampie bande nere e gialle (variabili secondo la specie).

Anche i bombi sono degli impollinatori fondamentali per molti ecosistemi, pur non beneficiando delle attenzioni riservate alle api. Molte specie di bombo sono in condizioni di vulnerabilità o pericolo di estinzione, in particolare alcune specie del nord e sud America. Tuttavia anche in italia ci sono specie minacciate e con popolazioni in declino, come il bombo alpino (Bombus alpinus).

bombo alpino, foto di Arnstein Staverløkk/Norsk institutt for naturforskning

Non solo api quindi, molte altre specie rendono possibile (o più facile) la presenza sul pianeta delle specie vegetali. Specie spesso sconosciute, sicuramente che attirano meno attenzione rispetto alle api.

Se dovessero sparire le api all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita. Se sparissero i bombi magari gli anni sarebbero di più, ma sicuramente sarebbero anni duri.

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Questo articolo si ispira al post della pagina facebook Entomology Uncensored, che vi invito a visitare.

Immagine dal post di Entomology Uncensored

 

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Carini e coccolosi. Le specie aliene e i pregiudizi estetici

Abbiamo già visto cosa sono e che problemi causano le specie aliene (si chiamano proprio così, anche se non vengono dallo spazio).

E’ evidente che, a fronte delle problematiche dovute all’introduzione di specie alloctone, sono necessari interventi mirati ad attenuarne l’impatto sugli ecosistemi. Spesso le specie aliene sono oggetto di attività di controllo che possono comprendere:

  • Monitoraggio finalizzato a impedirne gli arrivi
  • Divieti di importazione e vendita
  • Catture e riallocazioni
  • Campagne di sterilizzazione
  • Eradicazione (cioè l’eliminazione di una specie aliena pericolosa per l’ecosistema)

Queste azioni (in particolare le ultime) vanno incontro a un forte limite: l’impatto emotivo sull’opinione pubblica.

Per quanto possa essere ecologicamente giustificata, l’idea di agire contro i tenerissimi scoiattoli grigi provoca malumori in chi si reca al parco con le noccioline o in chi fa jogging e li vede saltellare tra un ramo e l’altro.

Vezzeggiativi a parte, il legame emotivo tra uomo e fauna è un elemento fondamentale. Spesso aiuta a intraprendere attività di conservazione e protezione di interi ecosistemi (come insegnano le cosiddette “specie bandiera”), o addirittura può condizionare l’evoluzione delle specie (i cani e i lupi ne sanno qualcosa).

Tuttavia un legame emotivo è – per definizione – irrazionale.

Questo causa una notevole differenza nel successo dei programmi di contenimento e controllo delle specie aliene: una specie aliena poco “carina” e che suscita poca empatia sarà più facile da eradicare rispetto a una che incontra il favore del pubblico. Poco importa se l’effetto delle due specie sull’ambiente sia egualmente dannoso.

In sostanza: se sei carino e coccoloso hai più probabilità di ottenere la simpatia della gente, che vedrà di cattivo occhio le attività che possono danneggiarti.

Un atteggiamento irrazionale, antiscientifico, ma che si manifesta ampiamente, anche nel nostro paese.

E’ quello che si legge nell’articolo pubblicato sull’European Zoological Journal a firma Fenoglio, Boano e Delmastro, in cui si evidenzia il “doppio standard” tra attività di controllo rivolte a pesci e vertebrati omeotermi.

Le attività di controllo di specie aliene di pesci risultano notevolmente meno osteggiate (e dunque più efficaci) rispetto a quelle messe in campo per il controllo di specie aliene di mammiferi o uccelli.

L’ampio sforzo di divulgazione spesso ha poco effetto e le autorità politiche e amministrative hanno poco interesse a collaborare (in prima persona ed economicamente) con attività che possono diventare un boomerang in quanto a consenso.

Il “doppio standard”, in sostanza, potrebbe mettere a rischio il futuro di alcuni ecosistemi. Il rischio è quello di facilitare delle invasioni che potrebbero modificare notevolmente alcuni ambienti naturali.

Un prezzo un po’ troppo alto da pagare, anche in cambio un animale carino e coccoloso.

Nessuno tocchi Bambi, non è stato abbandonato!

Un cerbiatto in hiding (da Edmonton & Area Land trust)

In questi giorni è possibile imbattersi in piccoli di cervo (in particolare tra la fine di maggio e l’inizio di giugno), capriolo o daino, le tre specie di cervidi presenti in Italia.

I piccoli si trovano spesso accucciati nell’erba, perfettamente immobili, e spesso non si vede la madre nei paraggi. La conclusione che a molti può saltare in mente è che un piccolo in quelle condizioni sia stato abbandonato.

Errore!

I cerbiatti appena nati (stiamo parlando di 2-3 giorni di vita) non sono particolarmente aggraziati: hanno le zampe molto lunghe rispetto al corpo e ci impiegano un po’ a capire come coordinarle. Non sono degli ottimi corridori e in uno sprint contro un predatore (anche semplicemente una volpe) non avrebbero possibilità di vittoria. Per questo hanno evoluto una strategia diversa per sopravvivere ai primi, cruciali giorni di vita.

Questa strategia si basa sul nascondersi (hiding) da possibili predatori restando immobili e mimetizzati nella vegetazione. Questa tecnica è talmente efficace che spesso non si nota il cerbiatto finché non ci si avvicina a pochi centimetri; anche in questo caso il piccolo resta immobile – pur con una persona vicino – perché se si muovesse sarebbe sicuramente notato.

A questo immobilismo viene associata l’assenza quasi totale di odori, meccanismo che permette di non essere individuati dai predatori che passano nella zona.

Ma dov’è la madre?

Le femmine, dopo aver “messo a sedere” il piccolo, si allontanano (di solito non più di qualche decina di metri) per alimentarsi e poter produrre il latte. Ogni tanto tornano dal piccolo per nutrirlo e controllarlo.

Quindi, se dovesse capitarvi di trovare un cerbiatto accucciato e perfettamente immobile, ricordatevi che:

La mamma non l’ha abbandonato, probabilmente è a poche decine di metri di distanza che vi sta osservando – preoccupata.

Non ha nessun bisogno di essere adottato.

Non dovete toccarlo! Toccarlo significherebbe rischiare di danneggiarlo per 3 motivi:

  • Potreste passargli il vostro odore, questo potrebbe – in alcuni casi – portare a un mancato riconoscimento e un rifiuto da parte della madre e – allora sì – a un abbandono.
  • Passare il vostro odore potrebbe annullare l’effetto “invisibilità olfattiva” ai predatori.
  • Potreste causare problemi nell’imprinting del piccolo che nei primi giorni di vita dovrebbe vedere solo la madre, quindi è il caso di allontanarsi.

Se vedete che il piccolo è accucciato in un posto molto visibile (il ciglio di una strada, ad esempio), evitate di toccarlo. Chiamate piuttosto i Carabinieri Forestali (o i vari corpi forestali locali) e segnalatelo.

In generale ricordate che la fauna selvatica non è un giocattolo. Non toccate i cerbiatti, non accarezzateli, non spostateli. Spesso azioni non ragionate – per quanto mosse dalle migliori intenzioni – possono portare a conseguenze spiacevoli.

L’Invasione degli Alieni (ma non vengono dallo spazio)

Una tartaruga palustre americana (Trachemys scripta)

Sarà capitato a molti di tirare fuori una camicia dall’armadio e trovarci attaccato un piccolo insetto.

A chi piace andare in giro per i monti (oggi si dice “fare trekking”, che è tutta un’altra cosa) sarà capitato di portarsi a casa, oltre agli scarponi, anche un po’ di terra attaccata alle suole.

Ora immaginate di prendere quella camicia e metterla in una valigia per andare a fare una vacanza, magari prendendo un aereo e arrivando in un altro continente. Immaginate di pulire quegli scarponi un po’ frettolosamente (se siete disordinati come me capiterà spesso) prima di metterli nel bagaglio per andare a fare un altro trekking, in un altro paese.

Se siete riusciti a immaginare questo scenario avete davanti a voi uno dei meccanismi tramite i quali gli organismi viventi – l’insetto attaccato alla camicia, i microorganismi e i semi delle piante inglobati nella terra degli scarponi – vengono spostati per mano umana attraverso distanze notevoli, che non sarebbero mai riusciti a colmare da soli, non in così poco tempo.

Cosa succede a un organismo che in poche ore si trova in un ambiente completamente nuovo? Nella gran parte dei casi la nuova “casa” presenta elementi talmente nuovi da non consentirgli di adattarsi, l’organismo “traslocato” avrà scarsissime probabilità di sopravvivenza.

Può capitare, però, che un organismo venga introdotto in un ambiente con clima e caratteristiche ottimali (simile a quelli dell’ambiente di provenienza), con fonti alimentari appetibili e – soprattutto – senza i predatori che ne avrebbero messo a rischio la vita. Letteralmente il paese dei balocchi.

Ovviamente un organismo in quest’ultima condizione non avrebbe alcun problema a proliferare, mangiando e riproducendosi, magari togliendo risorse agli organismi che in quell’ambiente si sono evoluti (autoctoni) e che, oltre a dover combattere per quelle risorse, devono anche guardarsi dai predatori. Il risultato, spesso, è il successo della nuova specie (alloctona) a danno delle specie presenti (autoctone) che occupano la stessa nicchia ecologica.

Può sembrare uno scenario poco probabile, in realtà è quello che avviene tutti i giorni, in tantissime parti del mondo. Centinaia di specie vengono introdotte in nuovi ambienti, molte specie autoctone rischiano l’estinzione e molti ecosistemi rischiano pesanti alterazioni degli equilibri (conquistati in moltissimi anni di evoluzione e co-evoluzione tra le specie presenti).

In linguaggio tecnico, le specie introdotte in un nuovo ambiente vengono definite specie aliene. Se queste specie aliene hanno successo e prolificano ricevono anche l’appellativo di invasive.

Una larva di tarlo asiatico del fusto (Anoplophora glabripennis), insetto introdotto probabilmente in modo accidentale.

In molti casi le specie aliene non vengono introdotte in un nuovo ambiente in modo casuale, ma vengono importate (o esportate) volontariamente. Magari perché utili dal punto di vista commerciale, basti pensare alla nutria (Myocastor coypus), introdotta nel nostro paese dal sud america per la pelliccia (denominata  “castorino” per motivi di appeal); magari semplicemente per il loro valore estetico, come le palme (Trachycarpus fortunei) o altre piante.

Guardate il vostro giardino (se avete la fortuna di averne uno) o osservate quello che vi sta intorno la prossima volta che passate per un parco cittadino. Quante piante e quanti animali tra quelli che entrano nel vostro campo visivo sono specie originarie di quello specifico ambiente?

Alcune specie sono state introdotte da talmente tanto tempo che si possono definire naturalizzate, altre non lo sono affatto e gli sforzi legislativi sono volti all’eliminazione delle specie aliene per non compromettere gli ecosistemi e le specie autoctone.

Purtroppo non è un’impresa semplice: spesso e volentieri le specie invasive sono difficili da individuare, se non quando sono talmente affermate nell’ambiente da essere facilmente visibili. In altri casi le specie invasive sono così esteticamente piacevoli da incontrare il favore (e la protezione) da parte dell’opinione pubblica, rendendone complicati gli sforzi di contenimento. Il caso più emblematico è lo scoiattolo grigio nordamericano (Sciurus carolinensis), introdotto in Europa e responsabile di una fortissima pressione ecologica ai danni dello scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris), ormai a rischio estinzione in alcune aree d’Europa (per approfondimenti rimando al sito del progetto Life Rossoscoiattolo).

Uno scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) tutt’altro che spaventato dalla presenza dell’uomo

In sostanza, il problema delle specie aliene è piuttosto serio, come serie sono le conseguenze delle invasioni di specie aliene. Averne consapevolezza può aiutare a comprendere certe scelte gestionali.

Per approfondimenti:

Pagina della Commissione Europea sulle specie aliene invasive

Lista delle specie aliene che destano particolare preoccupazione in Europa

EASIN – European Alien Species Information Network

Fauna e giornalismo: un rapporto difficile

Ci siamo trovati spesso a discutere di alcune scelte nella gestione della fauna selvatica. Solitamente si limitano a ristretti contesti locali, altre volte la discussione raggiunge una dimensione nazionale (come nel caso dell’abbattimento di un orso).

Quando il grande pubblico legge una notizia che riguarda la fauna selvatica, la reazione che si scatena è tendenzialmente la suddivisione in due squadre:

I faunocentrici: non solo ambientalisti, ma anche comuni persone che “prendono le difese” degli animali selvatici, per il semplice fatto che sono favorevoli alla presenza della fauna selvatica.

Gli Antropocentrici: non solo cacciatori, ma anche persone che percepiscono la fauna selvatica come un rischio o una limitazione per le attività dell’uomo.

E’ evidente che nessuna di queste due posizioni possa essere considerata giusta e sacrosanta a priori perché la gestione della fauna selvatica è una materia complessa, che deve prendere in considerazione diversi fattori e non può prescindere dalla conoscenza di materie come biologia, ecologia, etologia, gestione delle risorse agricole e forestali, legislazione ambientale e molto altro.

La mancanza di conoscenze tende a portare a conclusioni semplificate, solitamente sbagliate (vedi il sempre di moda “ci vorrebbe una casalinga come ministro dell’economia”). E’ evidente che alla maggior parte dei cittadini manchino le competenze per comprendere le dinamiche gestionali, motivo per cui la tendenza è quella di dividersi nelle due “tifoserie” di cui sopra.

In mancanza di conoscenze approfondite del singolo, chi dovrebbe spiegare ai cittadini cosa succede negli ambiti di gestione? Semplice: i divulgatori e i giornalisti.

Se i primi sono ormai una specie in via di estinzione e spesso non vengono letti o ascoltati perché percepiti come noiosi (a volte lo sono, e mi appiccico l’etichetta senza problemi), i secondi si rivelano essere – in molti casi – un megafono delle tifoserie.

Ne abbiamo parlato nel corso sui grandi carnivori (che verrà riproposto presto, ma sto andando fuori tema), ne abbiamo un altro esempio in questi giorni: vi propongo questo articolo (cronaca locale):

http://www.oggitreviso.it/coppia-accerchiata-da-quattro-cinghiali-177750

Il titolo riporta subito una sensazione di pericolo: delle persone sono state accerchiate da 4 cinghiali. L’idea è quella di non avere scampo.

Leggendo l’articolo si scopre qualcosa di diverso: la coppia è tornata a casa verso mezzanotte e ha trovato davanti al cancello di casa 4 cinghiali.

Per chi non conoscesse la zona, Volpago del Montello si trova ai piedi di una collina (il Montello, appunto) quasi interamente coperta da boschi di latifoglie, la parte di pianura è occupata per lo più da terreni agricoli (habitat ideale per il cinghiale). Insomma, la presenza della specie è tutt’altro che strana.

Proseguiamo nella lettura: la coppia non è scesa dall’auto, i cinghiali sono “rientrati nel bosco scomparendo nell’oscurità” (tipo Batman, insomma). Dunque la casa della coppia si trova in prossimità di un bosco, non in pieno centro abitato. Il fatto è accaduto “verso mezzanotte”, ossia quando gli animali si muovono di più.

Cosa c’è di strano nel vedere cinghiali in queste circostanze? Nulla. Assolutamente nulla.

Cosa hanno fatto i cinghiali? Niente teste di cavallo mozzate, hanno visto i fari dell’auto e sono rientrati nel bosco. Nulla di anormale. Proprio nulla.

Eppure questo non impedisce al giornalista di etichettare il fatto come “un episodio da brividi che potrebbe capitare a chiunque” (ecco, magari a chi abita in centro a Milano capita meno di frequente rispetto a chi abita vicino a un bosco).

E’ un episodio da brividi? No. Per nulla. E’ un evento normale per chi vive in un’area in cui è presente la fauna selvatica.

Ma se una persona ha paura dei cinghiali? Beh, iniziamo a chiederci perché una persona ha paura dei cinghiali. Forse perché episodi di incontri perfettamente normali vengono etichettati come “da brividi”? Forse perché 4 cinghiali davanti a un cancello vengono definiti “accerchiamento”?

I cinghiali non sono animali che predano l’uomo. Attaccano? Se non hanno alternative o vie di fuga può essere, ma non mi risulta che gli attacchi da cinghiale siano tra le principali cause di ricovero negli ospedali d’Italia. Attraversare la strada è più pericoloso che fare una passeggiata in un bosco dove ci sono dei cinghiali.

Frasi provocatorie a parte, gli attacchi sono concentrati in particolare contro i cacciatori, che rappresentano una diretta minaccia per l’animale, specialmente nella caccia in battuta.

Se i cinghiali sono troppi per un determinato ecosistema o se alcuni esemplari si avvicinano troppo ai centri abitati è giusto considerare delle azioni di contenimento o selezione, ma torniamo al punto di partenza: se siano azioni da applicare o meno, se siano azioni corrette o meno va stabilito con cognizione di causa, possibilmente da tecnici.

Basare le decisioni su articoli giornalistici volti più ad attrarre lettori che a spiegare qualcosa di complesso (fosse anche in modo noioso), non farà altro che fomentare le tifoserie. E porterà, inevitabilmente, a soluzioni sbagliate.

 

P.S. (polemico) qualcuno poi mi spiegherà perché un giornale può spendere pagine e pagine su retroscena politici, interviste a partiti da prefisso telefonico, reportage sul nulla purché accada in parlamento, ma non può spendere qualche riga in più per spiegare in maniera corretta una notizia in tema “ambiente”. Avremo un diverso concetto di “noia”.

Lupi, cani e bufale

Le bufale scientifiche esistono anche in biologia, non solo per quanto riguarda i vaccini o fantasiosi metodi di cura con cellule staminali non provati.
 
Esiste la possibilità di prendere dati parziali, interpretarli un po’ alla “va là che va ben” e spacciarli per verità scientifiche che – guarda caso – sostengono le tesi di chi li interpreta. Internet amplifica il tutto.
 
E’ quello che è successo ai figli di Giulietta e Slavc, prima coppia di lupi frutto dell’incontro tra la popolazione Appenninica e la popolazione Dinarica, stabilmente residenti in Lessinia, Veneto.
 
“Sono ibridi! In parte cani e in parte lupi!” si è detto. Non è così.*
 
Ora, a differenza del protagonista del film d’animazione “Balto” che “non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è“, sappiamo perfettamente chi sono Giulietta, Slavc e i loro figli.
Sono lupi. Al 100%. E sono ibridi. Di lupi al 100%, provenienti da due popolazioni di lupi (al 100%) che si sono incontrate dopo decenni di isolamento, da quando, cioè, il lupo è scomparso dalle Alpi.
Questo lo sappiamo dal 2012, in seguito alle prime indagini genetiche svolte dall’ISPRA, come viene ben spiegato dall’articolo comparso sul sito del progetto Life WolfAlps. L’articolo spiega molto bene la questione, spiega il “malinteso” e cerca di mettere un’autorevole parola “fine” a un tentativo di contrastare la presenza dei lupi in Lessinia “per via genetica”.
Come è stato scritto in altre occasioni (ad esempio parlando di orsi), i conflitti tra carnivori e attività umane esistono. Vanno gestiti e risolti.
Ma il conflitto non può risolversi con “non voglio il carnivoro, quindi c’è un conflitto, quindi lo elimino”. La presenza dei grandi carnivori è un valore sotto svariati punti di vista (che sarebbero troppi da elencare qui, dato che io e un collega l’abbiamo fatto in un corso di quattro lezioni), questo valore va compreso, gestito e fatto comprendere (in questo ordine, senza tralasciare nulla) da organi tecnici, non di parte. O meglio, da organi tecnici che tengano in considerazione i punti di vista di tutte le parti coinvolte.
Poi, come per tutti i problemi, le soluzioni proposte saranno tecniche e le decisioni saranno politiche.
Ma nessuna decisione sarà corretta se si cerca di spacciare delle bufale per verità scientifiche.
*La questione “ibridi cane-lupo” è importante perché questi incroci vanno evitati e – se presenti – rimossi, come spiega l’articolo del Life WolfAlps citato: “Eventuali ibridi di prima o seconda generazione infatti devono essere prontamente individuati e rimossi dalla popolazione selvatica, come prevedono i protocolli condivisi a livello nazionale“. Un “certificato” di ibridazione cane-lupo, dunque, giustificherebbe dei prelievi.

Sembro cattivo ma non lo sono

Foto di Giovanni Morelli

L’articolo di oggi prende lo spunto da una fotografia scattata da un collega che mostra un “affollamento” su un fiore da parte di due insetti.

Quello a sinistra è un lepidottero, Aporia crataegi, comunemente chiamata pieride del biancospino. Si può osservare comunemente in primavera-estate su molti fiori, si trova in collina e media montagna in tutta Italia (esclusa la Sardegna).

Il protagonista più interessante di questo scatto, però, è l’altro insetto, quello giallo e nero sulla destra.

A un primo sguardo “profano” sembrerebbe una vespa o un calabrone.

Se vi ha dato questa impressione, se pensate che non sia il caso di disturbarlo perché potrebbe pungervi,  allora possiamo dire che la sua “missione” è compiuta.

Non si tratta di una vespa (ovviamente), ma di un coleottero cerambicide: Rutpela maculata.

Normalmente i cerambicidi si trovano nel sottobosco, vicini al legno morto o deperente (di cui le larve si nutrono), e non hanno colori particolarmente sgargiante. Questo no. R. maculata ha un comportamento particolare in fase adulta: si nutre di polline e nettare di fiori (di diverse famiglie).

Ovviamente questa attività espone l’insetto ai rischi di predazione tipici di chi frequenta i prati anziché il sottobosco. Molti uccelli, ad esempio, sono in agguato.

Per diminuire questo rischio la selezione evolutiva ha fornito questo cerambicide di una “maschera” che lo fa sembrare un altro insetto (una vespa o un calabrone, appunto). Questi insetti non sono predati volentieri in quanto pericolosi (non pungono solo i turisti ma anche i predatori), quindi R. mauculata ha un aspetto che imita questi insetti pericolosi (il termine corretto è organismi aposematici).

E’ una forma particolare di mimetismo, il cui obiettivo non è imitare il colore dell’ambiente perché l’individuo non venga individuato (il cosiddetto mimetismo criptico, tipico di altre specie come gli insetti-stecco o la Biston betularia). In questo caso l’individuo non si nasconde alla vista dei possibili predatori, semplicemente “finge” di essere un altro insetto, uno più pericoloso, che non è il caso di disturbare.

Questo tipo di mimetismo, detto Batesiano (un tipo di mimetismo fanerico, che si contrappone al mimetismo criptico), è studiato proprio per trarre in inganno i predatori, ma spesso trae in inganno anche noi. La prossima volta che vi troverete a prendere il sole in un prato in collina o in montagna, date un’occhiata all’insetto giallo e nero che cammina sui fiori vicino a voi. Magari vi rendete conto che non è affatto pericoloso.