Quando un albero arriva alla fine

Viale di tigli capitozzati

Questo articolo prende spunto da (non “parla di” ma “prende spunto da”) ciò che sta accadendo da ormai diverso tempo a Firenze, ossia dalle veementi proteste che hanno preso corpo a seguito della decisione di abbattere e sostituire gli alberi di un viale alberato (viale Corsica).

Non ho intenzione di entrare nel merito specifico del caso, per due motivi: il primo è che ciò che so lo devo a confronti con colleghi e articoli di stampa, non ho mai visto con i miei occhi il viale in questione; il secondo è che rispetto il lavoro dei tecnici e dei professionisti che hanno lavorato a Firenze e che conoscono la situazione, alcuni dei quali (ad esempio il prof. Francesco Ferrini) sono persone che stimo e da cui ho molto da imparare, non mi sembra opportuno spiegare cosa devono fare “per sentito dire”.

Premesso questo, nelle prossime righe proverò a spiegare quali sono i motivi per cui si sceglie di abbattere un albero (o diversi alberi) in un contesto urbano.

Per dire questo dobbiamo partire da una domanda forse più importante: perché abbiamo gli alberi in un contesto urbano?

I motivi sono parecchi, probabilmente il primo che viene in mente a un cittadino comune è il valore estetico: piantiamo alberi perché abbelliscono le nostre città e i nostri viali (in effetti, entrando in un vivaio, si sceglie solitamente la pianta che piace di più).

Ovviamente, però, il “valore” di un albero in città non è puramente estetico: c’è un enorme valore legato al miglioramento della qualità della vita: gli alberi ci aiutano a migliorare il bilancio energetico delle nostre città diminuendo le temperature in estate (pensate a quanto sono ambiti i parcheggi all’ombra degli alberi in luglio) e limitando la dispersione di calore in inverno. Contribuiscono ad assorbire anidride carbonica, “filtrare” e trattenere particolato e altri inquinanti, limitare i danni da eccessive precipitazioni e l’erosione del suolo, proteggere la biodiversità (sì, anche in città), “conservare” la memoria di una comunità (come fanno gli alberi monumentali) e la lista può continuare a lungo.

In sostanza, avere alberi è un valore per le nostre città e per le nostre proprietà private – diversi studi ormai evidenziano il maggior valore delle proprietà immobiliari nelle aree con maggior presenza di alberi*.

E allora perché abbattere un albero?

Uno dei motivi è senza dubbio la sicurezza: proprio perché parliamo di alberi messi a dimora in un ambiente urbano, non possiamo trattarli come se fossero in un bosco (dove uno schianto non è un evento così grave). Un albero che cade lungo una strada o in una piazza può causare danni ingenti e mettere in pericolo l’incolumità di chi frequenta quella zona.

Come si fa a capire se un albero rischia di cadere? Esiste un metodo che si chiama valutazione di stabilità e si basa sul cosiddetto VTA (Visual Tree Assessment). Viene svolto da professionisti che certificano con una perizia timbrata e firmata i difetti strutturali e le problematiche fitosanitarie di un albero e ne evidenziano la propensione al cedimento, indicando le azioni per limitare tale propensione. Se il rischio è troppo elevato per prendere in considerazione degli interventi di mitigazione (potature, consolidamenti, trattamenti ecc.) si procede all’abbattimento della pianta.

Tutto qui? No. O meglio, non sempre.

Esistono delle situazioni particolari in cui, semplicemente, i costi di mantenimento e gestione superano di gran lunga i benefici associati alla pianta (e intendo tutti i benefici, sommati).

Spesso accade che delle piante in una situazione di stabilità relativamente tranquilla manifestino dei sintomi di deperimento legati a diverse cause: spesso stress da mancanza d’acqua o nutrienti (provate a pensare a quante volte avete visto irrigare o concimare degli alberi in città. Mai. Tendenzialmente si arrangiano), altre volte gli stress sono legati a ridotti spazi di crescita radicale (piccole zolle incastonate tra il cemento di un marciapiede per un albero di 20 metri d’altezza, magari), a danni involontari causati alle stesse radici (nuove tubature, nuovo asfalto…) o al fusto, altre volte, semplicemente, abbiamo messo la pianta sbagliata nel posto sbagliato, e un abete rosso a 40 gradi soffre, parecchio.

In questi casi è opportuno domandarsi: che futuro ha la pianta? Si può intervenire per riportarla in condizioni di salute o semplicemente la si accompagnerebbe verso un declino più o meno rapido? La risposta a queste domande dovrebbe far scegliere se investire nel recupero della pianta o nella sua sostituzione con un’altra, magari appartenente a una specie più adatta all’ambiente.

Altre volte le piante sono tante, messe a dimora insieme (ad esempio lungo una strada, a formare una alberatura stradale o “alberata”) e dopo qualche decennio alcune cominciano a manifestare dei problemi. Alcune, non tutte, vanno abbattute perché estremamente rischiose, altre possono essere gestite ma andranno incontro allo stesso destino delle altre nel giro di qualche anno perché manifestano, in maniera meno intensa gli stessi sintomi. Altre ancora iniziano a danneggiare le infrastrutture vicine con le radici (la cui crescita non è stata presa in considerazione al momento dell’impianto) e iniziano a sollevare l’asfalto rendendo difficile il transito di pedoni e mezzi o a danneggiare tubature e sottoservizi.

In una situazione simile non è una bestemmia pensare di ripartire da zero. Gli alberi in questione ci hanno dato tutti i benefici che potevano, ora iniziano a essere pericolosi in alcuni casi, ad avere elevati e continui costi di manutenzione o a causare danni che sicuramente con il tempo non diminuiranno. Si può iniziare a pensare che sia il momento di sostituirli con una nuova alberatura.

Magari si può scegliere una specie diversa, che sia meno propensa a manifestare le criticità di quella precedente, che abbia un buon valore estetico (che serve sempre, non dimentichiamolo) e magari un buon tasso di crescita, in modo tale da riempire velocemente il vuoto lasciato dagli abbattimenti.

E’ possibile, invece, sostituire solo alcune delle piante, magari solo quelle più pericolose? Certo. Bisogna però tenere in considerazione che le nuove piante si troveranno in una situazione di competizione tendenzialmente svantaggiosa (dominate dalla chioma delle contermini) e che, a questo punto, andranno programmati interventi di manutenzione e gestione diversi per piante in fase di sviluppo diversa, anziché interventi omogenei (con le relative differenze di costo). Ultimo ma non per importanza, l’alberatura avrà un aspetto irregolare e discontinuo, specialmente se, come spesso capita, i nuovi impianti avranno un sesto di impianto diverso rispetto a quello della piante già presenti.

Trovo curioso, infine, che spesso e volentieri le grandi proteste e prese di posizione contro gli interventi sul verde urbani siano limitate ai soli abbattimenti: se molte persone hanno a cuore gli alberi e il loro benessere, come mai sono così rare le manifestazioni contro le capitozzature (potature estreme fortemente dannose), quelle contro la scelta di piante ecologicamente inadatte al sito o quelle contro le aiuole troppo piccole?

Forse è perché, come tutti gli ambiti tecnici, l’arboricoltura urbana è una materia complessa che deve tenere in considerazione molti dati (non solo strettamente botanici) e che richiede un approccio tecnico e scientifico, non esclusivamente emotivo.

E’ pur vero che, in molti casi, i tecnici dovrebbero essere in grado di spiegare bene (meglio) le proprie scelte, ma è anche vero che spiegare a chi si rifiuta di ascoltare ha ben poca utilità.

 

*Interessante lo studio (e i riferimenti riportati) di Kellogg W, Mikelbank B, Laverne R e Hexter KW (2017) “The economic value of tree preservation in a weak land development market region”, Arboricolture & Urban Forestry, 43(2); 55-71.

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Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

A cosa servono le cimici

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Palomena prasina – Di Darius Baužys – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7835220

Ho scritto recentemente sulla biologia e sulle dinamiche dell’”invasione” della cimice asiatica, ma sento di non aver ancora risposto a una delle domande più frequenti:

A cosa servono le cimici?

La stessa domanda, puntuale ogni estate viene posta anche nei confronti di altri insetti.

A cosa servono le zanzare? Perché esistono?

Ecco, vorrei una volta per tutte dare una risposta a queste domande. L’unica risposta che ritengo appropriata è la seguente:

La domanda non ha alcun senso.

Immaginare che un animale (o una pianta, o un batterio) abbia dignità in quanto destinatario di un preciso ruolo nel mondo è il risultato di una visione antropocentrica (o religiosa) della natura; una visione in cui l’uomo è al centro e di conseguenza tutti gli altri esseri viventi sono a lui funzionali, per semplice superiorità o per concessione “divina”.

Ugualmente erronea è la visione in cui la natura, la terra e gli ecosistemi costituiscano un meraviglioso mondo di pace e amore in cui tutti gli esseri si tengono per mano e contribuiscono, secondo le proprie capacità, a mantenere l’ecosistema stesso, ognuno con il proprio compito.

Non funziona così, la realtà è un po’ diversa.

In natura ogni specie, animale o vegetale che sia, lotta all’ultimo sangue con i propri simili e contro le altre specie per sopravvivere, crescere e riprodursi; ossia per passare alle future generazioni il proprio patrimonio genetico.

Non ci sono missioni particolari a parte questa. Tanto meno ci sono doveri nei confronti dell’uomo (o di altre specie) tali da identificare un ruolo.

Troppo semplice? Forse, ma effettivamente tutto ciò che vediamo in natura ha a che fare con la lotta per la sopravvivenza del proprio patrimonio genetico: gli adattamenti evolutivi sono il risultato del successo di quegli individui che hanno, in quel momento, le migliori caratteristiche per sopravvivere nell’ambiente in cui si trovano, e che quindi riescono a vivere e a riprodursi, trasmettendo le proprie caratteristiche vincenti alle generazioni future.

Il mimetismo delle falene risulta vincente nel momento in cui rende difficoltosa l’individuazione della farfalla da parte di un predatore e ne aumenta le possibilità di sopravvivenza e, dunque, di  riproduzione.

I pollini trasportati dal vento, leggeri e fastidiosi per gli allergici, consentono alle piante di tentare l’avventura della riproduzione oltre i limiti fisici propri di un essere vivente che non può muoversi da dove ha messo radici.

L’aggressività delle orse che difendono i piccoli e insegnano loro come procurarsi il cibo e sopravvivere all’inverno altro non è che la difesa del proprio patrimonio genetico, un investimento di energie e tempo per garantirgli un futuro.

Tutti gli esseri viventi giocano a questo gioco, che Richard Dawkins ha definito “il più grande spettacolo sulla terra”. Ognuno con le proprie strategie e le proprie armi per sopravvivere, riprodursi, e tutelare i risultati della propria riproduzione.

Il risultato di questo gioco è un equilibrio dinamico (ossia sempre mutevole, sbilanciato e poi controbilanciato) che caratterizza gli ecosistemi come li conosciamo.

Cimici e zanzare non fanno eccezione.

A noi potranno anche dare fastidio, ma hanno una guerra da combattere. E a loro poco importa dei “compiti” che la nostra specie cercherà di rifilargli.

La carie

Quando si parla di carie negli alberi si intende una degradazione dei tessuti del legno ad opera di un patogeno (fungo).

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Carie di sezione allungata al centro di una grossa branca di platano

Il patogeno colpisce la pianta entrando da una ferita o superando le barriere protettive di una pianta indebolita. Una volta entrato inizia a nutrirsi a spese delle sostanze del legno (lignina e cellulosa, le componenti che conferiscono rispettivamente resistenza allo schiacciamento ed elasticità al legno).

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Struttura fibrosa di una carie bianca (Platano)

Se un fungo degrada principalmente la cellulosa lasciando la lignina si parla di carie cubica o bruna (per il colore della lignina che rimane), in caso contrario, se un fungo degrada la lignina e lascia la cellulosa si parla di carie fibrosa o bianca.

In ogni caso, la mancanza di lignina o di cellulosa comporta una minor resistenza della pianta agli stimoli fisici esterni. Se in casi contenuti questo non comporta un rischio per la stabilità, in casi di avanzata degradazione subentrano rischi di cedimento per la pianta intera o per parti di essa.

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Carie molto avanzata che ha formato una cavità in gran parte del diametro su olmo

La bolla del pesco

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La bolla del pesco è un problema fitosanitario causato dal fungo Taphrina deformans.

Il fungo causa una vistosa deformazione delle foglie del pesco, che assumono un colore tendente al rosso e un aspetto carnoso.

Il danno diretto è una riduzione dell’attività fotosintetica della pianta, che si traduce in una diminuzione della crescita di rami e frutti. Il fungo può espandersi a deformare i rami giovani e gli stessi frutti, con differenze di suscettibilità secondo le diverse varietà.

Le condizioni ambientali più favorevoli al patogeno sono caratterizzate da elevata umidità e accentuati sbalzi di temperatura (di fatto la condizione attuale dalle mie parti, la foto è di martedì scorso).

I trattamenti – solitamente a base di fungicidi rameici – sono efficaci se preventivi, in particolare in autunno dopo la caduta delle foglie e prima dell’ingrossamento delle gemme. Ad infestazione in corso i trattamenti hanno efficacia minore, ma in alcuni casi possono contenere il problema.
Solitamente si consiglia la rimozione delle foglie colpite, sulle quali si concentrano le spore del fungo.

Se avete peschi, occhi aperti!

A cosa serve il verde urbano?

Spesso, parlando di alberi in aree urbane, mi trovo a confrontarmi con punti di vista molto diversi circa l’utilità del verde pubblico e privato. Tra chi si lamenta perché “le piante sporcano e mi lasciano tutte le foglie in giardino” e chi invece si lamenta che “hanno tagliato un albero, gli alberi non si tagliano, sono il nostro polmone”, proviamo a capire quali sono le funzioni del verde urbano e ornamentale:

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L’alberata che circonda Corso Sempione a Milano (fonte: it.wikipedia.org)

La prima funzione, lo dice il nome stesso, è quella estetica. Gli alberi ornamentali fanno parte in tutto e per tutto dell’arredo urbano e – solitamente – la signora Maria pianta una magnolia in giardino perché le piace. Tutto qui. A conferma di ciò esistono innumerevoli varietà di alberi con caratteristiche studiate per essere gradite all’occhio umano (fioriture precoci o tardive, foglie colorate, forme particolari dei rami e del fusto).

Un’altra funzione è senza dubbio quella “energetica”: un centro abitato con un’ampia copertura vegetale e arborea consuma meno energia per il riscaldamento, ma soprattutto per il raffreddamento. D’estate i parcheggi all’ombra degli alberi sono i più ricercati, e non per caso. Chi abita in una casa con una parete esposta a sud apprezza molto l’ombreggiamento di una pianta ad alto fusto che limita la radiazione solare diretta (o meglio, ne sente molto la mancanza quando la pianta viene abbattuta).

Terza funzione, quella “sanitaria”. Le piante, quando non sono impegnate a respirare come noi, fanno quella cosa che tutti conosciamo (almeno come nome), cioè la fotosintesi clorofilliana. In soldoni assorbono l’anidride carbonica (prodotto della respirazione, ma anche della combustione di tutto ciò che è composto da carbonio) ed espellono ossigeno. A questo si aggiunge la capacità di assorbire alcune sostanza inquinanti e di trattenere in parte le polveri prodotte dalle attività umane. In sostanza rendono meno nociva l’aria che respiriamo.

Le piante in ambito urbano, sia arboree che arbustive, ma anche quelle erbacee, hanno una fondamentale funzione di protezione idrogeologica. Le radici tengono insieme il terreno e assorbono parte dell’acqua piovana, le chiome intercettano parte delle precipitazioni o ne diminuiscono l’energia di caduta prima che arrivino al suolo. Per fare una prova potete osservare quanta acqua arriva a valle di un piccolo pendio alberato (o semplicemente inerbito) in un giorno di pioggia, poi provare andare a vedere la stessa cosa alla fine di una rampa in cemento (tipo quelle di accesso a garage condominiali). In periodi di precipitazioni particolarmente intense con alluvioni e allagamenti potrebbe non essere un aspetto risolutivo, ma un aiuto non guasta mai.

La funzione ricreativa del verde urbano è sotto gli occhi di tutti: un posto in cui portare a passeggiare il cane, a far giocare all’aperto i bambini o semplicemene in cui sedersi con un libro è sempre associato al verde. I nostri parchi non sarebbero così frequentati se non ci fossero gli alberi a proteggerci dal sole, ma anche dai rumori e dalla vista della città.

Gli alberi in ambito urbano possono essere anche preziosi testimoni del passato, e dunque avere un’importante funzione storico-culturale. E’ il caso degli alberi monumentali, salvaguardati per il loro valore storico indipendentemente dal loro aspetto, dalle loro dimensioni o dal loro stato fitosanitario generale.

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Il Castagno dei Cento Cavalli, a Sant’Alfio (CT) (fonte: it.wikipedia.org)

Molte altre funzioni possono essere attribuite agli alberi in ambiente urbano; queste possono essere appositamente ricercate (ad esempio la funzione didattica delle piante messe a dimora in un orto botanico) oppure no (come la funzione di tutela della biodiversità, quasi sempre individuata come esternalità positiva degli alberi in aree urbane).

La cosa più importante, quando si tratta di progettare gestire il patrimonio arboreo di una città o di un’area abitata, è quello di capire quale sia la funzione prevalente di ogni singola pianta ed agire di conseguenza, senza lasciarsi trasportare da preconcetti.

Pensare che un albero non debba mai e poi mai essere potato o abbattuto è sbagliato tanto quanto pensare che gli alberi siano semplicemente degli orpelli estetici dalla gestione costosa, quindi sacrificabili con abbattimenti o con potature che ne annullano la chioma.

Gli alberi ci danno molto. Se gestiti bene possono darci ancora di più.

L’unione non sempre fa la forza

La codominanza con corteccia inclusa è un “difetto” di crescita di un albero molto comune.

Sostanzialmente, due fusti della stessa pianta crescono parallelamente senza che uno dei due diventi dominante e assuma il ruolo di fusto principale.

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I due fusti crescono in altezza sviluppando due chiome distinte (anche se spesso compenetrate) tendendo ad “allontanarsi” l’uno dall’altro per avere più luce.

Il problema nasce dal fatto che i due fusti crescono anche in diametro e la zona di contatto (zona di inclusione della corteccia) rappresenta un pericoloso punto di discontinuità per la pianta (sembra che ci sia un unico fusto prima della biforcazione, ma non è così).

Può succedere quindi che con lo sviluppo della pianta – o meglio dei due fusti – il peso della chioma faccia “aprire” i due fusti facendone cedere uno.

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Quello che accade nella zona di inclusione: carie su Robina

La zona di inclusione della corteccia è particolarmente vulnerabile alle carie (particolarmente in caso di ristagno d’acqua) e questo non fa che peggiorare la situazione considerando che le latifoglie tendono a reagire all’inclinazione aumentando i tessuti nella zona di trazione (ossia quella opposta all’inclinazione) che in questi casi coincide proprio con la zona di contatto tra i due fusti.

Ecco perché è importante eseguire le potature di allevamento all’impianto e, in caso di dubbi, far valutare la stabilità delle piante pericolose, specialmente in ambito urbano.