Nutria, castoro e lontra in tavola per la quaresima

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Con il mese di marzo per i cattolici è iniziata anche la Quaresima, il periodo di preparazione alla Pasqua.

In questi giorni, in particolare il venerdì, i precetti indicherebbero di mangiare “di magro”, ossia evitare la carne. In molti casi questa “regola”è stata tradotta con “venerdì si mangia pesce”.

Tralasciando il significato profondo e relativo alla dottirina delle fede che sta alla base di queste indicazioni (non ritengo di essere la persona più indicata per farlo), mi sono sempre chiesto quale sia il confine tracciato tra i cibi accettabili per poter dire di aver mangiato “di magro” e quelli che invece non dovrebbero rientrare nel menu del cattolico osservante.

E’ evidente che la distinzione non è strettamente zoologica e sistematica: mangiare pesce spesso include molluschi, crostacei e altri ordini zoologici che con i pesci condividono solo l’habitat; fateci caso la prossima volta che andrete a “mangiare  pesce” spendendo 60 euro per una frittura mista, un risotto con seppie e gamberetti, due spaghetti allo scoglio e un’impepata di cozze e vongole: potreste non aver messo tra i denti nessun pesce in senso stretto.

Il mio bisogno di definizioni sarebbe tentato di dire: mangiare “pesce” significa mangiare tutto ciò che appartiene al regno animale e che vive in ambienti acquatici. Salati, salmastri o dolci non fa differenza (tonno, canocchie o trota fanno sempre parte dei piatti “di pesce”).

Esclusi i mammiferi, giusto?

E’ evidente che i mammiferi non sono pesce ma carne. E quali sono i mammiferi degli ambienti acquatici? Cetacei (balene, delfini) e foche li conosciamo. Ma ci sono mammiferi strettamente legati agli ambienti d’acqua dolce?

Lontra e castoro ad esempio. Un tempo tipica fauna degli ecosistemi fluviali europei, oggi in ripresa (per lo meno la lontra nel nostro paese).

Quindi lontra e castoro sono esclusi dai menu “di pesce” o “di magro”, essendo mammiferi?

A quanto pare no.

Grazie a un collega vengo a conoscenza di un testo dal titolo “Operazione castoro”, scritto da Huber Weinzierl ed edito da Editrice La Scuola nel 1975. Questo testo tratta le questioni relative al ripopolamento dei castori in Europa, ma descrive anche fatti e aneddoti riguardanti la gestione di questa specie e altre specie simili in passato.

In particolare nelle prime pagine vengono citate alcune ricette semplici indicate nei libri di ricette a cavallo tra 1800 e 1900 a base di castoro, appunto, ma anche di lontra, folaghe e aironi. Tutti considerati cibo “magro” e affine al pesce, tanto da indicare i metodi per togliere il sapore di pesce dalle carni. Ne cito qualche riga:

“ […] La lontra, una volta tagliata a pezzi, va cucinata esattamente come il castoro. Quando la carne incomincia ad ammorbidirsi, mettere nella casseruola un cucchiaio di zucchero con un po’ di lardo, e a parte, con due cucchiai di farina, preparate una salsa e fatela cuocere finché abbia preso un colore nocciola scuro; aggiungete questo sugo alla lontra e lasciate cuocere quanto basta per farlo addensare. Prima di servire, versatevi sopra un poco di succo di limone.

[…] Questo piatto viene per lo più servito accompagnato da conserve di bacche di rosa o da gelatina di ribes.”

Oggi, ovviamente, castori e lontre sono sottoposte in alcune aree a vincoli di protezione, ma un altro roditore sta attirando l’attenzione di chef e buongustai: la nutria. Si moltiplicano ricette e metodi di cottura, si propongono prelievi a scopo alimentare che potrebbero essere molto efficaci nel contenere le popolazioni e, di conseguenza, i danni che questi animali provocano agli argini fluviali con la loro attività di scavo.

Personalmente non ho nulla in contrario all’approccio alimentare verso questa specie, anzi, mi incuriosisce. La mia domanda però è la seguente: verrà considerata “magro” come a suo tempo il suo parente, il castoro?

Giusto per sapere se potrei ritrovarmela in una frittura di paranza nelle prossime quaresime.

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Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

L’unione non sempre fa la forza

La codominanza con corteccia inclusa è un “difetto” di crescita di un albero molto comune.

Sostanzialmente, due fusti della stessa pianta crescono parallelamente senza che uno dei due diventi dominante e assuma il ruolo di fusto principale.

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I due fusti crescono in altezza sviluppando due chiome distinte (anche se spesso compenetrate) tendendo ad “allontanarsi” l’uno dall’altro per avere più luce.

Il problema nasce dal fatto che i due fusti crescono anche in diametro e la zona di contatto (zona di inclusione della corteccia) rappresenta un pericoloso punto di discontinuità per la pianta (sembra che ci sia un unico fusto prima della biforcazione, ma non è così).

Può succedere quindi che con lo sviluppo della pianta – o meglio dei due fusti – il peso della chioma faccia “aprire” i due fusti facendone cedere uno.

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Quello che accade nella zona di inclusione: carie su Robina

La zona di inclusione della corteccia è particolarmente vulnerabile alle carie (particolarmente in caso di ristagno d’acqua) e questo non fa che peggiorare la situazione considerando che le latifoglie tendono a reagire all’inclinazione aumentando i tessuti nella zona di trazione (ossia quella opposta all’inclinazione) che in questi casi coincide proprio con la zona di contatto tra i due fusti.

Ecco perché è importante eseguire le potature di allevamento all’impianto e, in caso di dubbi, far valutare la stabilità delle piante pericolose, specialmente in ambito urbano.

Abbiamo gli strumenti per capire?

da explosm.net
da explosm.net

Siamo sicuri che avere molte fonti di informazione sia un bene?
A caldo verrebbe da rispondere affermativamente: più fonti di informazione ho, più la mia opinione potrà essere completa in quanto influenzata da molteplici punti di vista.
Nel campo delle opinioni (politica, etica, società ecc.) non esiste vero o falso: le opinioni sono il frutto di convinzioni maturate dalle esperienze individuali; maggiori le esperienze, più autorevoli le opinioni.
Ma esistono ambiti della vita in cui le opinioni non esistono, o per lo meno non sono tutte uguali o tutte legittime: Gli ambiti tecnici e scientifici.
A nessuno verrebbe in mente di dire che 2+2 fa 5, e se qualcuno rivendicasse il diritto di esprimere la propria opinione secondo cui 2+2 sarebbe uguale a 5 tutti i sani di mente gli consiglierebbero un piccolo ripasso del programma di prima elementare.
Ovviamente questo avverrebbe perché la stragrande maggioranza della popolazione sa che 2+2 è uguale a 4, non a 5. In altre parole ha gli strumenti per comprendere un’informazione e classificarla tra quelle attendibili o tra quelle non attendibili.
E qui casca l’asino.
Perché esistono livelli di competenza tecnico-scientifica che vanno ben oltre all’aritmetica di base, per i quali non tutti hanno gli strumenti idonei alla comprensione.
Eppure sul web, piattaforma santificata perché simbolo della libera informazione e del libero scambio di opinioni, fioriscono tutti i giorni notizie completamente senza senso o mistificazioni totali di notizie reali scritte da persone senza gli strumenti idonei a trattare l’argomento e condivise come cassa di risonanza da persone altrettanto prive di strumenti idonei all’analisi.
Perché? Perché se non ho gli strumenti per comprendere allora sposerò e tiferò per la notizia che più mi piace, quella che più asseconda le mie idee pregresse.
Alcuni esempi tratti dai social:
“I vaccini causano l’autismo, infatti da quando sono comparsi e si sono diffusi il numero di diagnosi di autismo è aumentato. Inoltre una sentenza del tribunale ha decretato un collegamento tra vaccini e autismo.”
Affermare che un evento aumenti di intensità a causa dell’aumento parallelo di intensità di un altro evento significa non avere gli strumenti per comprendere la statistica descrittiva. Una correlazione tra due eventi NON COMPORTA AUTOMATICAMENTE un rapporto di causa-effetto.
Io potrei affermare, secondo la stessa logica, che dagli anni ’90 sono comparsi e si sono diffusi i telefoni cellulari e contemporaneamente è aumentata la diffusione dell’aria condizionata nelle automobili (oggi quasi tutti hanno un telefonino e quasi tutte le auto hanno l’aria condizionata), dunque la diffusione dell’aria condizionata è stata causata dalla diffusione dei cellulari.
Ovviamente non è così, si tratta di due fenomeni non direttamente correlati ma entrambi espressione dello sviluppo tecnologico, così come la diffusione dei vaccini e la capacità di diagnosi dell’autismo (anni fa molti autistici venivano internati nei manicomi con l’etichetta di “matti” o “ritardati”) sono espressione dello sviluppo della scienza medica.
Affermare poi che un tribunale possa decidere cosa sia scientificamente valido (andando contro ciò che la comunità scientifica sostiene compatta) dimostra quanto poco preparati siamo a comprendere cosa sia la conoscenza scientifica e come funzioni (ne ho già parlato qui).
“Secondo la maggioranza delle persone intervistate l’evoluzione naturale è solo una teoria scientifica, non è dimostrabile ed è quindi giusto insegnare nelle scuole teorie alternative”
Punto primo: la realtà del mondo è vera indipendentemente da quello che pensa il pubblico, la scienza non è democrazia.
Se avessimo fatto un sondaggio nel 1500 chiedendo quale fosse la posizione della terra nell’universo il 100% degli intervistato avrebbe risposto che la terra è il centro dell’universo e sole e luna le ruotano attorno. Cionondimeno la terra continuava tranquillamente a ruotare attorno al proprio asse e attorno al sole, mentre il sistema solare continuava a ruotare attorno al centro della Via Lattea, anche se Copernico, Galilei e Keplero non avevano ancora scritto nulla.
Punto secondo: è “solo” una teoria scientifica anche la teoria di gravitazione universale, eppure non verrebbe in mente a nessuno di saltare fuori da una finestra del decimo piano di un palazzo.
Punto terzo: Dire che la teoria dell’evoluzione naturale non è dimostrabile significa non conoscere le ricerche in materia, in quanto numerosi esperimenti scientifici pubblicati in peer review ne dimostrano la validità (per chi volesse approfondire consiglio “Il più grande spettacolo sulla terra” di Richard Dawkins, fa una sintesi di tutti questi studi ed è particolarmente piacevole da leggere).
“L’omeopatia funziona meglio dei farmaci tradizionali: da quando sono passato alle pillole omeopatiche mi sento meglio”
Evidentemente, in questo caso, manca la cognizione del concetto di “base sperimentale”: per validare una qualunque ipotesi scientifica (medica o no) serve un alto numero di ripetizioni ed un accurato sistema di misurazione. Uno o pochi casi, magari per sentito dire, non possono rendere una pratica valida in senso generale.
“Oh, io non sono un tecnico o un esperto, ma secondo me le cose non stanno così…”
Ecco, questo è il problema principale: spesso si incontrano persone che – in nome della libertà di opinione – pretendono di poter dire la propria in materie di cui ignorano anche le basi. Non funziona così.
No, nemmeno ipotizzare complotti quando non si riesce a ribattere a osservazioni puntuali e precise funziona.

Questione di cuore, da uno stagno a Plutone

Se parli a qualcuno di specie protette, siano essi amici, studenti o colleghi, ottieni diversi tipi di reazione, raggruppabili in due macro-sezioni, variabili per contenuto e ampiezza da persona a persona:

Macro-sezione A: definita “Difendiamoli-a-tutti-i-costi”, si applica alle specie protette più “carine”, di solito mammiferi (e loro cuccioli) e uccelli (non i nidiacei, quelli sono bruttini).

Macro-sezione B: definita “che-schifo-ma-davvero-tuteliamo-queste-bestiacce?”, si applica di norma a insetti, rettili, anfibi, pesci e tutto ciò che è meno coccoloso.

Per creare un po’ di simpatia attorno ad alcuni animali della macro-sezione B si è costretti a sottolinearne alcune caratteristiche particolari, possibilmente “umanizzanti”, che consentano loro di ottenere quella coccolosità che i cuccioli dei mammiferi hanno innata (c’è chi nasce con tutte le fortune).

Un esempio lampante è l’ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), viscidissimo anfibio che solitamente, quando lo si vede, scaturisce reazioni più vicine al “Bleah! XP” che al “Ooooh *.*” (e così abbiamo sdoganato anche le faccine tra gli articoli del blog). Ecco quindi che si fa notare un particolare di questo animale: “guardate l’occhio: a cosa assomiglia la pupilla?”

DSCF7742Risposta realmente ricevuta in coro in un’aula universitaria: “Ma è un cuoricino!! Ooooooh!!! *.*”

Ebbene sì, anche un animale viscido e domiciliato nel fango può diventare simpatico se mostra qualcosa di umano, di dolce. Un cuoricino negli occhi. Il ranocchio innamorato.

Bene, ottimo. E quindi? che succede?

Succede che qualche giorno fa, il 14 luglio 2015, la sonda New Horizons della NASA, partita nel gennaio 2006 raggiunge Plutone. Si tratta di una missione scientifica importantissima, dai risvolti ancora da comprendere appieno ma che ci porta con un occhio molto preciso ai confini del nostro sistema solare.

Ed ecco qual è la foto di New Horizons che fa il giro del mondo:

pluto-heart-thumbNotate niente? “ma quello è un cuore!!! Ooooh!! *.*”

Quel sasso, non più considerato pianeta, che gira all’estrema periferia del nostro sistema solare diventa immediatamente simpatico. Le foto modificate fanno il giro del web, anche l’account Twitter della NASA ne approfitta perché hanno capito una cosa: L’interesse per la scienza parte (o passa) anche da queste piccole cose.

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pluto_nasaE’ ovvio che il valore ecologico di un anfibio o quello tecnico-scientifico di una missione spaziale non sono assolutamente legati ad un cuore disegnato. Quello che conta, però, è che se ne parli, che si crei interesse.

In un mondo in cui la cultura scientifica è in calo e diverse scuole di pensiero ostentano il loro “non credere nella scienza”, anche la proiezione di una forma geometrica che culturalmente identifichiamo con la dolcezza e l’amore può aiutare a creare interesse.

Dopo aver fatto vedere l’occhio a forma di cuore dell’ululone ad alcuni studenti, l’interesse per l’animale (e di conseguenza per la mia lezione) è aumentato, e magari qualcuno di loro ha pensato che studiare gli anfibi potrebbe non essere poi così male.

Sono certo che qualcuno, girando per l’oceano del web in cui le foto di Plutone sono diventate virali, ha voluto approfondire la missione New Horizons, e magari si è trovato a leggere della passione di tecnici e ricercatori che hanno reso possibile una missione ai confini del sistema solare.

Un miracolo, se pensiamo che abbiamo “imparato a volare” poco più di un secolo fa.

In fondo, la scienza è questione di cuore

Post impopolare e senza cuore

da corriere.it
da corriere.it

No. Mi dispiace ma no.

Non voglio donare soldi per “un aiuto subito” alle vittime del nubifragio. Non voglio mandare nessun SMS “solidale” da 2 euro a nessun numero speciale.

E poi mi chiedo, di quei 2 euro che mando con un SMS (maniera estremamente rapida per pulirsi la coscienza e/o sentirsi solidali e utili) quanti arrivano effettivamente a destinazione? C’è una quota trattenuta dall’operatore per il servizio? Ci si paga l’iva? Ci sono altre tasse nascoste? Quanti se ne perdono per strada prima che arrivino effettivamente a chi sono stati destinati?

Non voglio “fare un gesto semplice ma che può cambiare molto”, come tra poco diranno noti esponenti dell’italico actor studio in pubblicità progresso sempre uguali, qualunque sia il tema.

Io voglio, pretendo, esigo, che i soldi delle mie tasse siano usati per prevenire le disgrazie.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per studiare i cambiamenti degli eventi atmosferici e capire che cosa sia “normale” e “prevedibile” a fine 2013, perché sono stufo di sentire tutti gli anni che “è stato un evento eccezionale”.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per preparare infrastrutture locali di regimazione delle acque in base alle caratteristiche del meteo del 2013, non del 1973.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per mantenere efficienti le infrastrutture per la difesa del suolo.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per una mappatura puntuale e aggiornata del territorio nazionale, metro quadro per metro quadro.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per evitare abusi edilizi e disprezzo delle leggi di protezione dell’ambiente, non per condoni edilizi.

Voglio che i soldi delle mie tasse non vadano in tasca a chi di sicuro lucrerà sulla pelle dei Sardi, e che ha già lucrato su quella di Liguri, Veneti, Campani e molti altri Italiani negli anni scorsi.

Non voglio che ci sia qualcuno, in questo paese, che abbia bisogno di ricevere soldi con un SMS.

Wind storm and Beetle storm

Le immagini che sono riportate non documentano gli effetti di un fallout nucleare, sono invece rappresentative di quella che è una delle fasi dell’equilibrio dinamico degli ecosistemi.

Parco Nazionale di Harz, Bassa Sassonia. Pieno areale dell’abete rosso (Picea abies), una pianta dall’apparato radicale superficiale e dunque particolarmente suscettibile ai danni “da vento”. In questo caso la tromba d’aria dev’essere stata davvero forte dato che molte piante sono finite a “radici all’aria”.

Le piante danneggiate (non solo quelle cadute, anche quelle in piedi a cui sono stati strappati rami o che hanno subito danni alle radici) emettono sostanze volatili (odori, in pratica) come prodotto delle reazioni di difesa (e chiunque si sia appoggiato ad un tronco di abete con delle ferite sa di cosa parlo).

Queste sostanze attraggono alcuni insetti che si riproducono sotto la corteccia delle piante vive ma in difficoltà (in termini tecnici, stressate) e le cui larve si nutrono delle cellule vive sotto la corteccia, portando l’albero a disseccamento e morte. Su abete rosso il principale autore di questi danni è il coleottero scolitide Ips typographus, autore di caratteristiche gallerie sottocorticali.

Questi insetti, una volta trovato un buon albero stressato da colonizzare, rilasciano a loro volta delle sostanze volatili (feromoni di aggregazione) e richiamano altri insetti della stessa specie. Se l’attacco è particolarmente intenso, si può estendere anche a piante sane.

Gli effetti sono evidenti: piante schiantate con tutto l’apparato radicale esposto (colpa del vento), piante disseccate e morte in piedi (colpa dell’insetto) e piantine giovani (rinnovazione) che trovano finalmente luce e spazio per crescere (non sono state piantate artificialmente,  lo si vede dal fatto che crescono anche sulla terra rimasta tra le radici esposte).

Il Parco di Harz spiega tutto questo con un percorso didattico/turistico nel cuore della zona attaccata.

Galleria sottocorticale di Ips typographus
Galleria sottocorticale di Ips typographus
Radici all'aria di pianta schiantata
Radici all’aria di pianta schiantata
Alberi morti in piedi, alberi caduti e rinnovazione
Alberi morti in piedi, alberi caduti e rinnovazione
Alberi morti in piedi e rinnovazione
Alberi morti in piedi e rinnovazione
Rinnovazione di abete rosso sulle e radici di una pianta schiantata dal vento
Rinnovazione di abete rosso sulle e radici di una pianta schiantata dal vento
Tronco di abete rosso con corteccia staccata in seguito ad attaccato da Ips typographus
Tronco di abete rosso con corteccia staccata in seguito ad attacco di Ips typographus