Foreste in fiamme

da meteoweb.eu

Volge al termine un’altra estate, che verrà sicuramente ricordata per eventi fuori dall’ordinario (il terremoto di Ischia, ad esempio), ma sicuramente non verrà ricordata per i numerosi incendi boschivi.

Dico che non verrà ricordata, non è un refuso, perché ormai gli incendi, i Canadair, le lamentele sulla mancanza di personale per i Vigili del Fuoco e (ormai ex) Corpo Forestale dello Stato (ora Carabinieri) sono ormai puntuale cronaca estiva: Ogni anno i boschi vanno a fuoco, ogni anno si lanciano anatemi contro i piromani, anche se la piromania è una patologia mentale e gli appiccatori-di-fuoco andrebbero semplicemente chiamati criminali.

Ogni anno si parla di disastro ambientale.

Certo, i boschi delle aree mediterranee e la macchia mediterranea in particolare sembrano quasi “progettati” per prendere fuoco durante i mesi estivi: tutto secco, tutta “sterpaglia”; sembra quasi che questi ecosistemi “se lo vadano a cercare” il disastro ambientale.

Ma un incendio comporta sempre un disastro ambientale? Come spesso accade la risposta giusta è una non-risposta: dipende.

Non potendo evitare gli incendi, le piante (alberi e arbusti) e gli ecosistemi dell’area mediterranea hanno sviluppato delle “strategie” per migliorare la propria resilienza, ossia la capacità di tornare a ricostituirsi dopo un evento di disturbo.

Spieghiamolo meglio: se un bosco prende fuoco (o subisce un altro tipo di danno) che ne modifica la struttura, la sua capacità di ri-formare quanto è andato distrutto e tornare alle condizioni precedenti al disturbo prende il nome di resilienza. Minore il tempo per tornare allo stato di partenza, maggiore la resilienza (i puristi mi perdoneranno per questa mia descrizione semplicistica e umanizzante degli ecosistemi).

Gli ecosistemi forestali del bacino del Mediterraneo sono formati da specie evolute per avere un’alta resilienza agli incendi, specie che riescono a ricolonizzare il terreno bruciato in poco tempo. Questo perché gli incendi sono una componente naturale da sempre presente nelle aree del bacino del Mediterraneo.

Tutto bene, quindi? Non proprio.

Mi è capitato tra le mani un articolo (non proprio recentissimo essendo stato pubblicato nel 2008) a firma Juli Pausas e colleghi dal titoloAre wildfires a disaster in the Mediterranean basin? A review. Questo articolo mette a confronto diversi studi svolti nell’area del Mediterraneo occidentale riguardanti gli incendi e il loro effetto a diversi livelli. Quello che lo studio evidenzia è quanto segue:

  • Il numero di incendi sta aumentando negli ultimi decenni. Questo può essere dovuto all’abbandono delle aree rurali e alla diminuzione del pascolo (che lasciano più materiale “bruciabile” alle fiamme). Parte delle cause sono dovute all’aumento di aree semi-urbanizzate in aree precedentemente rurali, con le conseguenti maggiori probabilità di principi di incendio (dolosi o fortuiti che siano).
  • Molte specie di piante mediterranee, in particolare le querce, mostrano un’elevatissima resilienza e resistono molto meglio al fuoco che ad altri disturbi di origine umana (taglio, sovra-pascolamento, urbanizzazione).
  • Si sta verificando un aumento degli incendi “di corona”, ossia quegli incendi che vedono le fiamme bruciare la chioma alta degli alberi, rispetto agli incendi di superficie, in particolare nelle aree cosiddette sub-mediterranee (quelle di media montagna). In queste aree le specie sono meno resilienti a questo tipo di incendio, in particolare il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), sviluppate per resistere per lo più a incendi di superficie.
  • La semplificazione degli ecosistemi operata dall’uomo non aiuta a limitare gli incendi. Le piantagioni monospecifiche di pini (Pinus spp.), spesso soggette a scarse cure colturali e con le chiome a contatto tra loro, formano un ottimo substrato combustibile per l’espansione delle fiamme.
  • Le pinete sono tra formazioni con più bassa resilienza agli incendi. L’aumento del numero e della frequenza dei disturbi di questo tipo rischia di superare la capacità di rigenerazione degli ecosistemi (in particolare di quelli semplificati o completamente modificati dall’attività umana).

Cosa si può concludere da queste informazioni?

Sicuramente non possiamo sperare di far sparire gli incendi dalle aree del bacino del Mediterraneo. Possiamo però cercare di limitare i danni. Non tanto per gli ecosistemi naturali, quanto per noi che in prossimità di quegli ecosistemi ci viviamo.

Possiamo cercare, ad esempio, di evitare le colture monoplane e monospecifiche e cercare di gestire le aree rurali e forestali abbandonate, specialmente se queste si trovano vicino ad aree urbane o semi-urbane.

Possiamo cercare di modificare il meno possibile le aree rimaste ancora naturali (le riserve) per evitare di compromettere la loro elevata resilienza (oltre al loro valore di biodiversità, ma questo è un altro argomento).

Possiamo, soprattutto, limitare gli incendi causati dall’uomo accidentalmente lavorando sull’educazione e sulla prevenzione, promuovendo comportamenti virtuosi e lavorando sulla manutenzione delle aree peri-urbane per limitare i rischi di innesco involontari (dei criminali che incendiano volontariamente per precisi interessi non voglio nemmeno parlare).

La “naturalità” degli incendi e l’impossibilità di eliminarli è un tema che interessa anche altre aree del pianeta, con altri ecosistemi e altri climi. È di qualche giorno fa l’articolo di un sito web della British Columbia (Canada) in cui si fanno i conti di quanti soldi vengono spesi ogni anno per combattere degli incendi (per lo più di origine naturale) che, a ben vedere, fanno parte del normale equilibrio degli ecosistemi forestali anche a quelle latitudini (a questo proposito viene intervistato l’ecologo Chad Hanson). La proposta, in questo caso, è quella di investire i soldi per proteggere le aree limitrofe alle zone urbane anziché spegnere ogni singola fiamma.

Ovviamente, per densità di popolazione ed ecosistemi, il Canada e l’Italia non sono minimamente paragonabili. Ci troviamo però davanti allo stesso problema: convivere con la natura, cercando di modificarla o semplificarla il meno possibile.

Possibilmente evitando comportamenti e azioni che aumentino i già elevati rischi di danni non solo agli ecosistemi, ma a noi stessi.

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Una zanzara geneticamente modificata ci salverà?

Aedes aegypty fonte:wikipedia.org
Aedes aegypti fonte:wikipedia.org

In questi mesi estivi il “problema zanzare” è decisamente sentito da tutti, indipendentemente dalle quantità di Vape o Autan impiegate. Ma se in Italia le zanzare si limitano spesso a procurare bolle, prurito e ronzii molesti, in altre parti del mondo questi piccoli insetti possono essere vettori di gravi patologie.

In Brasile, ad esempio, la febbre Dengue e il virus Zika – due malattie trasmesse all’uomo a seguito della puntura di zanzare del genere Aedes – sono saliti recentemente agli onori della cronaca anche in vista delle prossimi Giochi Olimpici che si terranno a Rio de Janeiro.

Molte amministrazioni e governi si stanno muovendo per cercare soluzioni che non solo riducano il numero delle zanzare, ma anche l’incidenza di simili malattie nella popolazione umana.

Un articolo apparso lo scorso 15 luglio sul New Scientist a firma Michael La Page spiega come un esperimento condotto nella città di Piracicaba, in Brasile, abbia prodotto i primi risultati utili a valutare come positivo l’impiego di esemplari di Aedes aegypti geneticamente modificati per la riduzione dell’incidenza di patologie come Dengue nella popolazione locale.

In sostanza la Oxitec, azienda che opera nella ricerca genetica e nel controllo entomologico, ha monitorato l’incidenza dei casi di Dengue in città (circa 400’000 abitanti) nel periodo estivo 2014/2015 (senza attività di contenimento) e in quello successivo (2015/2016) inserendo due metodi di contenimento:

  • Il primo metodo è l’eliminazione sistematica delle zone di acqua stagnante (siti di riproduzione della zanzara); questo accorgimento ha ridotto l’incidenza della patologia sulla popolazione di circa il 50%.
  • Il secondo metodo, applicato in un’area residenziale della città di circa 5’000 abitanti, ha aggiunto all’eliminazione dell’acqua stagnante il rilascio di esemplari maschi di Aedes aegypti geneticamente modificati. Questi esemplari – tutti maschi che non pungono l’uomo – si accoppiano con le femmine e trasmettono alla progenie una modificazione genetica che porta alla morte i nuovi nati prima del raggiungimento della maturità sessuale e, dunque, prima che possano riprodursi. In questo caso l’incidenza della patologia risulta ridotta di oltre il 90%.

A tutto questo, come indicato nel rapporto della stessa Oxitec, si aggiunge il fatto che l’impatto diretto sull’ambiente di questi esemplari geneticamente modificati è di fatto nullo, in quanto gli adulti rilasciati muoiono contestualmente alla morte della loro progenie: la modificazione genetica, in sostanza, non può rimanere a lungo nell’ambiente.

Quanto riportato è il risultato di dati preliminari, senza ripetizioni sufficienti e con un campione troppo limitato per avere un’effettiva validazione scientifica. Tuttavia i risultati potrebbero incoraggiare test più vasti e statisticamente rigorosi.

La ricerca continua.

Bialowieza. Perché l’ultima foresta vergine d’Europa è in pericolo

Quanto segue prende spunto da un articolo a firma di Patrick Barkham apparso di recente su theguardian.com (in alcuni casi traduco letteralmente il contenuto) riguardo ai pericoli che si trova ad affrontare la foresta di Bialowieza.

Albero in degradazione nella foresta di Bialowieza (da en.wikipedia.org)
Albero in degradazione nella foresta di Bialowieza (da en.wikipedia.org)

Prima di capire cosa sta succedendo in una foresta quasi all’estremo nord-est del nostro continente devo rispondere ad alcune domande:

Dov’è la foresta di Bialowieza?

Si colloca tra Polonia e Bielorussia, a meno di 100km a nord della città di Brest.

Quanto è grande la foresta di Bialowieza?

l’estensione della foresta è calcolata in 87600 ettari (un ettaro è un quadrato con lato di 100m, in sostanza due campi da calcio affiancati). Per fare un paragone, la superficie del comune di Milano è di 18167 ettari.

Perché è importante Bialowieza?

La foresta di Bilaowieza rappresenta uno degli ultimi lembi di foresta primaria (o foresta vergine) dell’Europa continentale, vale a dire che la formazione forestale esistente oggi è la naturale evoluzione della foresta nata dopo l’ultima glaciazione, terminata circa 10000 anni fa, all’interno della quale l’attività umana (selvicoltura, pascolo, antropizzazione in generale) si può considerare nulla o trascurabile nell’ottica dell’ecosistema.

All’interno della foresta di Bialowieza è possibile vedere alcuni dei principali mammiferi forestali europei, tra cui la lince, il lupo e – ultima estensione dell’areale di distribuzione – il bisonte europeo.

La foresta è patrimonio dell’umanità protetto dall’UNESCO e al suo interno sono condotti studi scientifici su biodiversità, clima, biologia ed ecologia che sarebbero impossibili da replicare altrove.

Cosa sta succedendo, quindi, a questo pezzettino d’Europa dal valore naturalistico così elevato?

Il governo Polacco sta sensibilmente incrementando il quantitativo di legname prelevabile dalla foresta. Scrive Barkham che le comunità locali sono autorizzate a tagliare ed utilizzare 48000 metri cubi di legname ogni anno; questa quota verrà aumentata fino a raggiungere i 180000 metri cubi. A giustificazione di ciò il nuovo ministro dell’ambiente Polacco, Jan Szyszko, afferma che la foresta sta “marcendo” a causa della moria di abeti dovuta ai coleotteri scolitidi (insetti che si riproducono sotto la corteccia delle piante e le cui larve si nutrono dei tessuti vivi del fusto, portandole a morte).

Questa decisione è vista con preoccupazione da buona parte del mondo scientifico che lavora all’interno della foresta: il direttore del centro di ricerca sui mammiferi di Bialowieza, Rafal Kowalczky, afferma che il deperimento degli abeti sia dovuto al cambiamento climatico e alla conseguente diminuzione di umidità negli strati superficiali del suolo, dove si concentrano le radici degli abeti. Gli attacchi di scolitidi (che solitamente attaccano piante deperienti, ndr) sarebbero una conseguenza di questo cambiamento ed vengono visti come un processo naturale nell’evoluzione dell’ecosistema: le piante più deboli moriranno e cadranno lasciando il posto ad altre specie più idonee alle nuove condizioni ambientali.

La presenza di legno morto in una foresta – particolarmente in una foresta primaria – ha un elevato valore per la biodiversità (lo dice Kowalczky, lo sottoscrivo io per quanto può valere). Molte specie di invertebrati e funghi vivono a spese del legno morto, accelerandone il processo di degradazione e contribuendo a rimettere in circolo la materia organica (ciclo del carbonio). Molte specie vivono a loro volta a spese di questi “degradatori”, come le diverse specie di picchio.

L’aumento del prelievo di legno, anche se condotto in maniera sostenibile, porterebbe a perdere la “naturalità” di parte di questa foresta, facendola diventare una foresta gestita. Una foresta gestita porterebbe ad una aumento del commercio di legname da un lato, ma ad una drastica perdita di biodiversità e complessità di habitat dall’altro.

Risula complesso confrontare due benefici dei quali solo uno è monetizzabile. Ritengo che questo sia uno dei casi in cui chi prende decisioni politiche dovrebbe farsi aiutare da tecnici ed esperti, sentendo varie posizioni e pareri, tralasciando il tornaconto elettorale ma guardando al bene della propria comunità e – in questo caso – anche al bene della comunità mondiale. Ricordo che questo sito è patrimonio dell’umanità, il suo valore appartiene a tutti noi.

Di fatto, una volta che un habitat “primario” viene modificato, la sua condizione non sarà più reversibile.

Post impopolare e senza cuore

da corriere.it
da corriere.it

No. Mi dispiace ma no.

Non voglio donare soldi per “un aiuto subito” alle vittime del nubifragio. Non voglio mandare nessun SMS “solidale” da 2 euro a nessun numero speciale.

E poi mi chiedo, di quei 2 euro che mando con un SMS (maniera estremamente rapida per pulirsi la coscienza e/o sentirsi solidali e utili) quanti arrivano effettivamente a destinazione? C’è una quota trattenuta dall’operatore per il servizio? Ci si paga l’iva? Ci sono altre tasse nascoste? Quanti se ne perdono per strada prima che arrivino effettivamente a chi sono stati destinati?

Non voglio “fare un gesto semplice ma che può cambiare molto”, come tra poco diranno noti esponenti dell’italico actor studio in pubblicità progresso sempre uguali, qualunque sia il tema.

Io voglio, pretendo, esigo, che i soldi delle mie tasse siano usati per prevenire le disgrazie.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per studiare i cambiamenti degli eventi atmosferici e capire che cosa sia “normale” e “prevedibile” a fine 2013, perché sono stufo di sentire tutti gli anni che “è stato un evento eccezionale”.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per preparare infrastrutture locali di regimazione delle acque in base alle caratteristiche del meteo del 2013, non del 1973.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per mantenere efficienti le infrastrutture per la difesa del suolo.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per una mappatura puntuale e aggiornata del territorio nazionale, metro quadro per metro quadro.

Voglio che i soldi delle mie tasse vengano utilizzati per evitare abusi edilizi e disprezzo delle leggi di protezione dell’ambiente, non per condoni edilizi.

Voglio che i soldi delle mie tasse non vadano in tasca a chi di sicuro lucrerà sulla pelle dei Sardi, e che ha già lucrato su quella di Liguri, Veneti, Campani e molti altri Italiani negli anni scorsi.

Non voglio che ci sia qualcuno, in questo paese, che abbia bisogno di ricevere soldi con un SMS.

Nuove avventure

Sì, lo so. E’ passato un sacco di tempo dall’ultimo post.logo_bussola

Lo so, l’ultimo post è partito da un IP Neozelandese, e ormai sono passati alcuni mesi dal mio ritorno sul suol natìo.

Il fatto è che ci sono state un sacco di cose da fare, fili interrotti da riallacciare e nuovi capitoli da aprire. Uno in particolare si sta aprendo in questi giorni, quindi userò questo spazio per pubblicizzarlo.

Lo so, è meschino.

Beh, io lo faccio comunque. No, non mi sento in colpa.

Il nuovo capitolo inizia con la consapevoleza (e la presunzione, e l’ambizione) di poter quantomeno provare a lavorare dopo aver imparato. Un volo senza rete, insomma.

E inizia anche perché a volte bisogna essere in due per fare una cosa così, altrimenti i dubbi vincono, se sei da solo.

Quindi eccoci qui. Inizia (sta iniziando) l’avventura di Fauna 360. Ci trovate a questo link, ma anche su Facebook e Twitter.

Intanto grazie a chi c’è, a chi c’è già stato e a chi ci sarà!

Seminario Legno & Energia – MCF

Stemma M.C.F. (Fonte: Archivio Magnifica Comunità di Fiemme, Cavalese)

Ricevo e pubblico la notizia di un seminario a Cavalese (Val di Fiemme) sul mercato del legno come fonte energetica (grazie Massimo).

Per gli interessati allego la brochure qui: BrochureSeminarioMCF_20.5.11

Per chi fosse interessato a ricevere notizie su legno&energia oppure ad approfondire la conoscenza riguardo a una delle più efficienti comunità montane del nostro paese allego questo link.