L’ultimo baluardo verde

In questi giorni mi capita spesso di camminare per Conegliano (TV) e di passare attraverso un sottopassaggio per raggiungere una piazza (Piazza Calvi).

Si tratta di una piazza “minore” che non gode del prestigio e dell’attenzione delle piazze centrali dei nostri centri storici di stampo medievale. Il suo destino, come quello di molte altre piazze secondarie di tante altre città, è segnato: parcheggio a pagamento.

La piazza è una distesa di asfalto grigio con regolari linee (rigorosamente blu) che delimitano lo spazio per le automobili. Tutto attorno attività commerciali o locali in affitto al piano terra, appartamenti ai piani più alti.

Arrivando alla piazza dal sottopassaggio pedonale, però, il campo visivo viene riempito immediatamente da un albero: un ippocastano (Aesculus hippocastanum), unica (ultima) presenza vegetale nella distesa di cemento.

La pianta non è sicuramente giovane, e guardandola si può affermare senza problemi che ha visto giorni migliori. Il suolo su cui affonda le radici non esiste, il cemento raggiunge il colletto e i contrafforti, in alcuni casi danneggiati da accidentali urti con le auto che parcheggiano cercando ombra nei mesi estivi, presentano ferite non sempre rimarginate.

Attorno al fusto sono evidenti le sovrapposizioni delle attività umane: strati di cemento e asfalto, tombini, colonne di contatori e chissà quanti altri elementi nascosti alla vista che hanno interferito (e interferiscono) con le strutture sotterranee dell’albero (apparato epigeo, per dirla con un termine tecnico).

“Se vogliamo parlare di alberi non possiamo non parlare di suolo” ci viene insegnato ai corsi di aggiornamento. Attraverso il suolo (tramite le radici) le piante raccolgono acqua e nutrienti minerali. Immagino quanto possa essere difficile raccogliere acqua ed elementi disciolti se il suolo – di fatto – non esiste, se l’acqua viene intercettata totalmente dall’asfalto, con l’eccezione di quella che riesce a scorrere lungo il fusto e a infiltrarsi nei pochi centimetri che separano la corteccia dagli pneumatici delle auto, portando dietro qualche sale e un po’ di azoto lasciato lì dai cani di passaggio.

E’ una presenza quasi estranea. Unico albero tra le auto, probabilmente notato solo quando perde le foglie e contribuisce a rendere scivoloso l’asfalto nelle piogge autunnali.

Eppure già ad aprile, quando il sole inizia a scaldare davvero le auto e le persone, i metri quadrati di asfalto sotto la sua chioma sono i più ambiti. Le persone che frequentano le attività della piazza non hanno dubbi su quale sia il posto migliore per aspettare l’apertura del negozio, fare due chiacchiere o darsi appuntamento: sotto l’albero.

Ultimo autotrofo, tra eterotrofi e inerti

L’ippocastano di questa piazza continua a darci tutto quello che può: ombra, riparo bellezza (perché i fiori bianchi dell’ippocastano non lasciano mai indifferenti). Anche se nessuno se ne accorge. Anche se nessuno se ne prende cura. Anche se molti, in autunno, lo maledicono.

Anche se non ce lo meritiamo.

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Sembro cattivo ma non lo sono

Foto di Giovanni Morelli

L’articolo di oggi prende lo spunto da una fotografia scattata da un collega che mostra un “affollamento” su un fiore da parte di due insetti.

Quello a sinistra è un lepidottero, Aporia crataegi, comunemente chiamata pieride del biancospino. Si può osservare comunemente in primavera-estate su molti fiori, si trova in collina e media montagna in tutta Italia (esclusa la Sardegna).

Il protagonista più interessante di questo scatto, però, è l’altro insetto, quello giallo e nero sulla destra.

A un primo sguardo “profano” sembrerebbe una vespa o un calabrone.

Se vi ha dato questa impressione, se pensate che non sia il caso di disturbarlo perché potrebbe pungervi,  allora possiamo dire che la sua “missione” è compiuta.

Non si tratta di una vespa (ovviamente), ma di un coleottero cerambicide: Rutpela maculata.

Normalmente i cerambicidi si trovano nel sottobosco, vicini al legno morto o deperente (di cui le larve si nutrono), e non hanno colori particolarmente sgargiante. Questo no. R. maculata ha un comportamento particolare in fase adulta: si nutre di polline e nettare di fiori (di diverse famiglie).

Ovviamente questa attività espone l’insetto ai rischi di predazione tipici di chi frequenta i prati anziché il sottobosco. Molti uccelli, ad esempio, sono in agguato.

Per diminuire questo rischio la selezione evolutiva ha fornito questo cerambicide di una “maschera” che lo fa sembrare un altro insetto (una vespa o un calabrone, appunto). Questi insetti non sono predati volentieri in quanto pericolosi (non pungono solo i turisti ma anche i predatori), quindi R. mauculata ha un aspetto che imita questi insetti pericolosi (il termine corretto è organismi aposematici).

E’ una forma particolare di mimetismo, il cui obiettivo non è imitare il colore dell’ambiente perché l’individuo non venga individuato (il cosiddetto mimetismo criptico, tipico di altre specie come gli insetti-stecco o la Biston betularia). In questo caso l’individuo non si nasconde alla vista dei possibili predatori, semplicemente “finge” di essere un altro insetto, uno più pericoloso, che non è il caso di disturbare.

Questo tipo di mimetismo, detto Batesiano (un tipo di mimetismo fanerico, che si contrappone al mimetismo criptico), è studiato proprio per trarre in inganno i predatori, ma spesso trae in inganno anche noi. La prossima volta che vi troverete a prendere il sole in un prato in collina o in montagna, date un’occhiata all’insetto giallo e nero che cammina sui fiori vicino a voi. Magari vi rendete conto che non è affatto pericoloso.

Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

La carie

Quando si parla di carie negli alberi si intende una degradazione dei tessuti del legno ad opera di un patogeno (fungo).

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Carie di sezione allungata al centro di una grossa branca di platano

Il patogeno colpisce la pianta entrando da una ferita o superando le barriere protettive di una pianta indebolita. Una volta entrato inizia a nutrirsi a spese delle sostanze del legno (lignina e cellulosa, le componenti che conferiscono rispettivamente resistenza allo schiacciamento ed elasticità al legno).

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Struttura fibrosa di una carie bianca (Platano)

Se un fungo degrada principalmente la cellulosa lasciando la lignina si parla di carie cubica o bruna (per il colore della lignina che rimane), in caso contrario, se un fungo degrada la lignina e lascia la cellulosa si parla di carie fibrosa o bianca.

In ogni caso, la mancanza di lignina o di cellulosa comporta una minor resistenza della pianta agli stimoli fisici esterni. Se in casi contenuti questo non comporta un rischio per la stabilità, in casi di avanzata degradazione subentrano rischi di cedimento per la pianta intera o per parti di essa.

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Carie molto avanzata che ha formato una cavità in gran parte del diametro su olmo

L’unione non sempre fa la forza

La codominanza con corteccia inclusa è un “difetto” di crescita di un albero molto comune.

Sostanzialmente, due fusti della stessa pianta crescono parallelamente senza che uno dei due diventi dominante e assuma il ruolo di fusto principale.

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I due fusti crescono in altezza sviluppando due chiome distinte (anche se spesso compenetrate) tendendo ad “allontanarsi” l’uno dall’altro per avere più luce.

Il problema nasce dal fatto che i due fusti crescono anche in diametro e la zona di contatto (zona di inclusione della corteccia) rappresenta un pericoloso punto di discontinuità per la pianta (sembra che ci sia un unico fusto prima della biforcazione, ma non è così).

Può succedere quindi che con lo sviluppo della pianta – o meglio dei due fusti – il peso della chioma faccia “aprire” i due fusti facendone cedere uno.

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Quello che accade nella zona di inclusione: carie su Robina

La zona di inclusione della corteccia è particolarmente vulnerabile alle carie (particolarmente in caso di ristagno d’acqua) e questo non fa che peggiorare la situazione considerando che le latifoglie tendono a reagire all’inclinazione aumentando i tessuti nella zona di trazione (ossia quella opposta all’inclinazione) che in questi casi coincide proprio con la zona di contatto tra i due fusti.

Ecco perché è importante eseguire le potature di allevamento all’impianto e, in caso di dubbi, far valutare la stabilità delle piante pericolose, specialmente in ambito urbano.