Sembro cattivo ma non lo sono

Foto di Giovanni Morelli

L’articolo di oggi prende lo spunto da una fotografia scattata da un collega che mostra un “affollamento” su un fiore da parte di due insetti.

Quello a sinistra è un lepidottero, Aporia crataegi, comunemente chiamata pieride del biancospino. Si può osservare comunemente in primavera-estate su molti fiori, si trova in collina e media montagna in tutta Italia (esclusa la Sardegna).

Il protagonista più interessante di questo scatto, però, è l’altro insetto, quello giallo e nero sulla destra.

A un primo sguardo “profano” sembrerebbe una vespa o un calabrone.

Se vi ha dato questa impressione, se pensate che non sia il caso di disturbarlo perché potrebbe pungervi,  allora possiamo dire che la sua “missione” è compiuta.

Non si tratta di una vespa (ovviamente), ma di un coleottero cerambicide: Rutpela maculata.

Normalmente i cerambicidi si trovano nel sottobosco, vicini al legno morto o deperente (di cui le larve si nutrono), e non hanno colori particolarmente sgargiante. Questo no. R. maculata ha un comportamento particolare in fase adulta: si nutre di polline e nettare di fiori (di diverse famiglie).

Ovviamente questa attività espone l’insetto ai rischi di predazione tipici di chi frequenta i prati anziché il sottobosco. Molti uccelli, ad esempio, sono in agguato.

Per diminuire questo rischio la selezione evolutiva ha fornito questo cerambicide di una “maschera” che lo fa sembrare un altro insetto (una vespa o un calabrone, appunto). Questi insetti non sono predati volentieri in quanto pericolosi (non pungono solo i turisti ma anche i predatori), quindi R. mauculata ha un aspetto che imita questi insetti pericolosi (il termine corretto è organismi aposematici).

E’ una forma particolare di mimetismo, il cui obiettivo non è imitare il colore dell’ambiente perché l’individuo non venga individuato (il cosiddetto mimetismo criptico, tipico di altre specie come gli insetti-stecco o la Biston betularia). In questo caso l’individuo non si nasconde alla vista dei possibili predatori, semplicemente “finge” di essere un altro insetto, uno più pericoloso, che non è il caso di disturbare.

Questo tipo di mimetismo, detto Batesiano (un tipo di mimetismo fanerico, che si contrappone al mimetismo criptico), è studiato proprio per trarre in inganno i predatori, ma spesso trae in inganno anche noi. La prossima volta che vi troverete a prendere il sole in un prato in collina o in montagna, date un’occhiata all’insetto giallo e nero che cammina sui fiori vicino a voi. Magari vi rendete conto che non è affatto pericoloso.

Annunci

Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

La carie

Quando si parla di carie negli alberi si intende una degradazione dei tessuti del legno ad opera di un patogeno (fungo).

image
Carie di sezione allungata al centro di una grossa branca di platano

Il patogeno colpisce la pianta entrando da una ferita o superando le barriere protettive di una pianta indebolita. Una volta entrato inizia a nutrirsi a spese delle sostanze del legno (lignina e cellulosa, le componenti che conferiscono rispettivamente resistenza allo schiacciamento ed elasticità al legno).

image
Struttura fibrosa di una carie bianca (Platano)

Se un fungo degrada principalmente la cellulosa lasciando la lignina si parla di carie cubica o bruna (per il colore della lignina che rimane), in caso contrario, se un fungo degrada la lignina e lascia la cellulosa si parla di carie fibrosa o bianca.

In ogni caso, la mancanza di lignina o di cellulosa comporta una minor resistenza della pianta agli stimoli fisici esterni. Se in casi contenuti questo non comporta un rischio per la stabilità, in casi di avanzata degradazione subentrano rischi di cedimento per la pianta intera o per parti di essa.

image
Carie molto avanzata che ha formato una cavità in gran parte del diametro su olmo

L’unione non sempre fa la forza

La codominanza con corteccia inclusa è un “difetto” di crescita di un albero molto comune.

Sostanzialmente, due fusti della stessa pianta crescono parallelamente senza che uno dei due diventi dominante e assuma il ruolo di fusto principale.

image

I due fusti crescono in altezza sviluppando due chiome distinte (anche se spesso compenetrate) tendendo ad “allontanarsi” l’uno dall’altro per avere più luce.

Il problema nasce dal fatto che i due fusti crescono anche in diametro e la zona di contatto (zona di inclusione della corteccia) rappresenta un pericoloso punto di discontinuità per la pianta (sembra che ci sia un unico fusto prima della biforcazione, ma non è così).

Può succedere quindi che con lo sviluppo della pianta – o meglio dei due fusti – il peso della chioma faccia “aprire” i due fusti facendone cedere uno.

image
Quello che accade nella zona di inclusione: carie su Robina

La zona di inclusione della corteccia è particolarmente vulnerabile alle carie (particolarmente in caso di ristagno d’acqua) e questo non fa che peggiorare la situazione considerando che le latifoglie tendono a reagire all’inclinazione aumentando i tessuti nella zona di trazione (ossia quella opposta all’inclinazione) che in questi casi coincide proprio con la zona di contatto tra i due fusti.

Ecco perché è importante eseguire le potature di allevamento all’impianto e, in caso di dubbi, far valutare la stabilità delle piante pericolose, specialmente in ambito urbano.

Questione di cuore, da uno stagno a Plutone

Se parli a qualcuno di specie protette, siano essi amici, studenti o colleghi, ottieni diversi tipi di reazione, raggruppabili in due macro-sezioni, variabili per contenuto e ampiezza da persona a persona:

Macro-sezione A: definita “Difendiamoli-a-tutti-i-costi”, si applica alle specie protette più “carine”, di solito mammiferi (e loro cuccioli) e uccelli (non i nidiacei, quelli sono bruttini).

Macro-sezione B: definita “che-schifo-ma-davvero-tuteliamo-queste-bestiacce?”, si applica di norma a insetti, rettili, anfibi, pesci e tutto ciò che è meno coccoloso.

Per creare un po’ di simpatia attorno ad alcuni animali della macro-sezione B si è costretti a sottolinearne alcune caratteristiche particolari, possibilmente “umanizzanti”, che consentano loro di ottenere quella coccolosità che i cuccioli dei mammiferi hanno innata (c’è chi nasce con tutte le fortune).

Un esempio lampante è l’ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), viscidissimo anfibio che solitamente, quando lo si vede, scaturisce reazioni più vicine al “Bleah! XP” che al “Ooooh *.*” (e così abbiamo sdoganato anche le faccine tra gli articoli del blog). Ecco quindi che si fa notare un particolare di questo animale: “guardate l’occhio: a cosa assomiglia la pupilla?”

DSCF7742Risposta realmente ricevuta in coro in un’aula universitaria: “Ma è un cuoricino!! Ooooooh!!! *.*”

Ebbene sì, anche un animale viscido e domiciliato nel fango può diventare simpatico se mostra qualcosa di umano, di dolce. Un cuoricino negli occhi. Il ranocchio innamorato.

Bene, ottimo. E quindi? che succede?

Succede che qualche giorno fa, il 14 luglio 2015, la sonda New Horizons della NASA, partita nel gennaio 2006 raggiunge Plutone. Si tratta di una missione scientifica importantissima, dai risvolti ancora da comprendere appieno ma che ci porta con un occhio molto preciso ai confini del nostro sistema solare.

Ed ecco qual è la foto di New Horizons che fa il giro del mondo:

pluto-heart-thumbNotate niente? “ma quello è un cuore!!! Ooooh!! *.*”

Quel sasso, non più considerato pianeta, che gira all’estrema periferia del nostro sistema solare diventa immediatamente simpatico. Le foto modificate fanno il giro del web, anche l’account Twitter della NASA ne approfitta perché hanno capito una cosa: L’interesse per la scienza parte (o passa) anche da queste piccole cose.

1345783673610456393

pluto_nasaE’ ovvio che il valore ecologico di un anfibio o quello tecnico-scientifico di una missione spaziale non sono assolutamente legati ad un cuore disegnato. Quello che conta, però, è che se ne parli, che si crei interesse.

In un mondo in cui la cultura scientifica è in calo e diverse scuole di pensiero ostentano il loro “non credere nella scienza”, anche la proiezione di una forma geometrica che culturalmente identifichiamo con la dolcezza e l’amore può aiutare a creare interesse.

Dopo aver fatto vedere l’occhio a forma di cuore dell’ululone ad alcuni studenti, l’interesse per l’animale (e di conseguenza per la mia lezione) è aumentato, e magari qualcuno di loro ha pensato che studiare gli anfibi potrebbe non essere poi così male.

Sono certo che qualcuno, girando per l’oceano del web in cui le foto di Plutone sono diventate virali, ha voluto approfondire la missione New Horizons, e magari si è trovato a leggere della passione di tecnici e ricercatori che hanno reso possibile una missione ai confini del sistema solare.

Un miracolo, se pensiamo che abbiamo “imparato a volare” poco più di un secolo fa.

In fondo, la scienza è questione di cuore