Ilaria Capua e il devastante scenario della cultura scientifica in Italia

Io non conosco Ilaria Capua.

Non ne avevo mai sentito parlare fino a poco tempo fa, poi ho scoperto che si tratta di una ricercatrice di prestigio internazionale (a parlare per lei sono i riconoscimenti, non certo io), una veterinaria che si occupa di virus legati agli animali e che il suo gruppo di ricerca (o meglio, uno degli ultimi gruppi di ricerca che ha diretto) è stato uno dei riferimenti mondiali per le epidemie – per qualche periodo molto note al pubblico – di “influenza aviaria” (vi ricordate? Panico, giornalisti che mangiavano pollo in diretta per dimostrare che non c’era rischio…cose così).

Se per molti quella situazione ora è solo uno sbiadito ricordo, che a qualcuno provocherà anche un sorriso, beh, allora era un serio problema sanitario internazionale e il gruppo di ricerca di Ilaria Capua era in prima linea per cercare una soluzione al problema.

Scopro così che, pur non conoscendo personalmente la dottoressa Capua, io e lei siamo stati vicini, nel senso topografico del termine, dato che ho frequentato il campus di Agripolis a Legnaro (Padova) dall’ottobre 2005 (quando entravo come fresca matricola al corso di laurea in Tecnologie Forestali e Ambientali) al marzo 2014 (quando ho difeso la mia tesi di dottorato in Scienze delle Produzioni Vegetali con un lavoro sui coleotteri del legno in un contesto di cambiamento climatico). In quegli stessi anni Ilaria Capua lavorava ai suoi progetti di ricerca presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSV) separato dal mio campus da un fosso e una bassa staccionata di legno.

Mi diventa inevitabile, quindi, simpatizzare per lei. Solo chi ha trascorso una mattina di novembre nella nebbia che non ti fa vedere dal parcheggio un edificio distante 20 metri può capire. Legnaro è un posto piacevole in primavera, ma non da novembre a febbraio. Proprio no.

E allora, visto “l’ambiente ostile” ti butti nello studio o nel lavoro, e fai qualcosa che davvero ti appassiona e a cui decidi di dedicare una buona parte di te: la ricerca.

Caspita, ne ho scritte di righe prima di accennare anche solo brevemente perché la dottoressa Capua è balzata agli onori delle cronache. Forse perché non è di questo che voglio parlare. Eppure voglio parlare del suo libro: “Io, trafficante di Virus”.

Il libro, a partire dal suo titolo parla di “una storia di scienza e di amara giustizia”, parla di un’accusa infamante, di traffico di virus al fine di ricavare soldi dalla vendita dei vaccini (a carico di una persona che ha speso tempo ed energie perché i dati delle sue ricerche fossero pubblici e disponibili). Un’accusa caduta nel nulla. Archiviata, smontata, ridotta a pezzi. Eppure non senza effetti sulla vita personale della dottoressa Capua, che ha deciso per questo di lasciare l’Italia e spostarsi negli Stati Uniti, in Florida, dove oggi dirige un nuovo centro di ricerca.

I dettagli di questa storia sono raccontati bene, in un italiano semplice e comprensibile anche a chi non ha mai trattato temi tecnici come i virus o i vaccini, non serve che ne parli io.

Io voglio sottolineare due cose che mi sono balzate agli occhi dalla lettura del libro: la dedizione di una vita alla ricerca del sapere e l’analfabetismo scientifico ancora troppo presente, anche ai massimi livelli istituzionali, nel nostro paese.

La prima parte del libro è un inno. E’ la spiegazione più bella di cosa voglia dire fare ricerca, puntare all’eccellenza, vivere con la valigia in mano e dover limitare il tempo dedicato alla propria famiglia e ai propri amici, perché si viaggia, si lavora senza orario, “senza lasciar cadere la penna alle 16”. Tutte cose pesanti, faticose, ma raccontate da una persona che ama il suo lavoro e che fa capire come questa fatica sia nulla quando raggiungi un risultato che insegui da tanto tempo, e magari con qualche difficoltà legata al tuo essere donna in un modo di uomini.

La seconda parte del libro, quella che parte dall’inchiesta de L’Espresso che manda in mondovisione l’accusa di traffico di virus contro Ilaria Capua prima ancora che lei sapesse di essere sotto indagine, è un triste ritratto. Racconta di un’Italia che poco o nulla sa di scienza, intesa proprio come metodo scientifico. Si confonde una malattia con un’altra, tanto che importa? Il nome è quasi uguale. Si usano termini impropri sui quotidiani, e allora? Domani uscirà un altro quotidiano, se anche una definizione non era corretta, pazienza! E poco importa se per quella “definizione” presa alla leggera ci sono voluti anni di studio, lavoro, sacrifici.

“Sono venticinque anni che studio i virus, e io devo dare spiegazioni a chi non ha capito nulla?”. Questa frase è, a pare mio, l’emblema del libro. Può sembrare arrogante, indisponente, ma è la realtà. In questo caso Ilaria Capua scrive questa frase spiegando che veniva accusata di cose semplicemente inesatte, non comprese e male interpretate. Cose che non stanno né in cielo né in terra messe sul tavolo da chi non aveva la minima preparazione anche solo per comprendere quello di cui stava parlando (Ilaria Capua usa, con tantissima diplomazia, il termine misunderstanding).

Questo, purtroppo, succede tutti i giorni, a molti scienziati, ricercatori e tecnici. Pensiamo alle polemiche sui vaccini, in cui presunti “genitori informati” (dove poi?) vogliono spiegare ai propri medici che la medicina tradizionale sbaglia. Pensiamo all’economia, dove tutti ormai si sentono in diritto di dire la propria, anche chi non ha mai studiato mezza riga. Personalmente penso a tutti quelli che mi spiegano come fare il mio lavoro (come si gestiscono gli alberi e l’ambiente urbano e forestale, nello specifico), senza saper distinguere un pino da un cipresso.

A quanto pare, la competenza non serve più a nulla, contano solo le opinioni. E in nome della sacralità delle opinioni si tralascia un passaggio fondamentale: quali basi ci sono per avere un’opinione? Perché no, le opinioni non sono tutte uguali. Non lo sono le competenze e non lo sono le professionalità.

Per questo penso che servano più persone come Ilaria Capua. Non certo per essere tutti dei riferimenti mondiali, non sarebbe possibile. Servono più persone che, come Ilaria, si appassionino alla ricerca, dedichino la propria vita, o parte di essa, alle discipline scientifiche (e al metodo scientifico), persone che portino la cultura scientifica ai vari livelli della nostra società.

E serve un Paese che aiuti queste persone. Un Paese che accetti le evidenze scientifiche e che si affidi alle competenze di chi ha studiato, si è sacrificato e ha fatto fruttare quegli investimenti che proprio il Paese ha fatto – forse inconsapevolmente? – sulla sua formazione.

Serve più scienza. Presto, possibilmente.

Annunci

Foreste in fiamme

da meteoweb.eu

Volge al termine un’altra estate, che verrà sicuramente ricordata per eventi fuori dall’ordinario (il terremoto di Ischia, ad esempio), ma sicuramente non verrà ricordata per i numerosi incendi boschivi.

Dico che non verrà ricordata, non è un refuso, perché ormai gli incendi, i Canadair, le lamentele sulla mancanza di personale per i Vigili del Fuoco e (ormai ex) Corpo Forestale dello Stato (ora Carabinieri) sono ormai puntuale cronaca estiva: Ogni anno i boschi vanno a fuoco, ogni anno si lanciano anatemi contro i piromani, anche se la piromania è una patologia mentale e gli appiccatori-di-fuoco andrebbero semplicemente chiamati criminali.

Ogni anno si parla di disastro ambientale.

Certo, i boschi delle aree mediterranee e la macchia mediterranea in particolare sembrano quasi “progettati” per prendere fuoco durante i mesi estivi: tutto secco, tutta “sterpaglia”; sembra quasi che questi ecosistemi “se lo vadano a cercare” il disastro ambientale.

Ma un incendio comporta sempre un disastro ambientale? Come spesso accade la risposta giusta è una non-risposta: dipende.

Non potendo evitare gli incendi, le piante (alberi e arbusti) e gli ecosistemi dell’area mediterranea hanno sviluppato delle “strategie” per migliorare la propria resilienza, ossia la capacità di tornare a ricostituirsi dopo un evento di disturbo.

Spieghiamolo meglio: se un bosco prende fuoco (o subisce un altro tipo di danno) che ne modifica la struttura, la sua capacità di ri-formare quanto è andato distrutto e tornare alle condizioni precedenti al disturbo prende il nome di resilienza. Minore il tempo per tornare allo stato di partenza, maggiore la resilienza (i puristi mi perdoneranno per questa mia descrizione semplicistica e umanizzante degli ecosistemi).

Gli ecosistemi forestali del bacino del Mediterraneo sono formati da specie evolute per avere un’alta resilienza agli incendi, specie che riescono a ricolonizzare il terreno bruciato in poco tempo. Questo perché gli incendi sono una componente naturale da sempre presente nelle aree del bacino del Mediterraneo.

Tutto bene, quindi? Non proprio.

Mi è capitato tra le mani un articolo (non proprio recentissimo essendo stato pubblicato nel 2008) a firma Juli Pausas e colleghi dal titoloAre wildfires a disaster in the Mediterranean basin? A review. Questo articolo mette a confronto diversi studi svolti nell’area del Mediterraneo occidentale riguardanti gli incendi e il loro effetto a diversi livelli. Quello che lo studio evidenzia è quanto segue:

  • Il numero di incendi sta aumentando negli ultimi decenni. Questo può essere dovuto all’abbandono delle aree rurali e alla diminuzione del pascolo (che lasciano più materiale “bruciabile” alle fiamme). Parte delle cause sono dovute all’aumento di aree semi-urbanizzate in aree precedentemente rurali, con le conseguenti maggiori probabilità di principi di incendio (dolosi o fortuiti che siano).
  • Molte specie di piante mediterranee, in particolare le querce, mostrano un’elevatissima resilienza e resistono molto meglio al fuoco che ad altri disturbi di origine umana (taglio, sovra-pascolamento, urbanizzazione).
  • Si sta verificando un aumento degli incendi “di corona”, ossia quegli incendi che vedono le fiamme bruciare la chioma alta degli alberi, rispetto agli incendi di superficie, in particolare nelle aree cosiddette sub-mediterranee (quelle di media montagna). In queste aree le specie sono meno resilienti a questo tipo di incendio, in particolare il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), sviluppate per resistere per lo più a incendi di superficie.
  • La semplificazione degli ecosistemi operata dall’uomo non aiuta a limitare gli incendi. Le piantagioni monospecifiche di pini (Pinus spp.), spesso soggette a scarse cure colturali e con le chiome a contatto tra loro, formano un ottimo substrato combustibile per l’espansione delle fiamme.
  • Le pinete sono tra formazioni con più bassa resilienza agli incendi. L’aumento del numero e della frequenza dei disturbi di questo tipo rischia di superare la capacità di rigenerazione degli ecosistemi (in particolare di quelli semplificati o completamente modificati dall’attività umana).

Cosa si può concludere da queste informazioni?

Sicuramente non possiamo sperare di far sparire gli incendi dalle aree del bacino del Mediterraneo. Possiamo però cercare di limitare i danni. Non tanto per gli ecosistemi naturali, quanto per noi che in prossimità di quegli ecosistemi ci viviamo.

Possiamo cercare, ad esempio, di evitare le colture monoplane e monospecifiche e cercare di gestire le aree rurali e forestali abbandonate, specialmente se queste si trovano vicino ad aree urbane o semi-urbane.

Possiamo cercare di modificare il meno possibile le aree rimaste ancora naturali (le riserve) per evitare di compromettere la loro elevata resilienza (oltre al loro valore di biodiversità, ma questo è un altro argomento).

Possiamo, soprattutto, limitare gli incendi causati dall’uomo accidentalmente lavorando sull’educazione e sulla prevenzione, promuovendo comportamenti virtuosi e lavorando sulla manutenzione delle aree peri-urbane per limitare i rischi di innesco involontari (dei criminali che incendiano volontariamente per precisi interessi non voglio nemmeno parlare).

La “naturalità” degli incendi e l’impossibilità di eliminarli è un tema che interessa anche altre aree del pianeta, con altri ecosistemi e altri climi. È di qualche giorno fa l’articolo di un sito web della British Columbia (Canada) in cui si fanno i conti di quanti soldi vengono spesi ogni anno per combattere degli incendi (per lo più di origine naturale) che, a ben vedere, fanno parte del normale equilibrio degli ecosistemi forestali anche a quelle latitudini (a questo proposito viene intervistato l’ecologo Chad Hanson). La proposta, in questo caso, è quella di investire i soldi per proteggere le aree limitrofe alle zone urbane anziché spegnere ogni singola fiamma.

Ovviamente, per densità di popolazione ed ecosistemi, il Canada e l’Italia non sono minimamente paragonabili. Ci troviamo però davanti allo stesso problema: convivere con la natura, cercando di modificarla o semplificarla il meno possibile.

Possibilmente evitando comportamenti e azioni che aumentino i già elevati rischi di danni non solo agli ecosistemi, ma a noi stessi.

Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Una zanzara geneticamente modificata ci salverà?

Aedes aegypty fonte:wikipedia.org
Aedes aegypti fonte:wikipedia.org

In questi mesi estivi il “problema zanzare” è decisamente sentito da tutti, indipendentemente dalle quantità di Vape o Autan impiegate. Ma se in Italia le zanzare si limitano spesso a procurare bolle, prurito e ronzii molesti, in altre parti del mondo questi piccoli insetti possono essere vettori di gravi patologie.

In Brasile, ad esempio, la febbre Dengue e il virus Zika – due malattie trasmesse all’uomo a seguito della puntura di zanzare del genere Aedes – sono saliti recentemente agli onori della cronaca anche in vista delle prossimi Giochi Olimpici che si terranno a Rio de Janeiro.

Molte amministrazioni e governi si stanno muovendo per cercare soluzioni che non solo riducano il numero delle zanzare, ma anche l’incidenza di simili malattie nella popolazione umana.

Un articolo apparso lo scorso 15 luglio sul New Scientist a firma Michael La Page spiega come un esperimento condotto nella città di Piracicaba, in Brasile, abbia prodotto i primi risultati utili a valutare come positivo l’impiego di esemplari di Aedes aegypti geneticamente modificati per la riduzione dell’incidenza di patologie come Dengue nella popolazione locale.

In sostanza la Oxitec, azienda che opera nella ricerca genetica e nel controllo entomologico, ha monitorato l’incidenza dei casi di Dengue in città (circa 400’000 abitanti) nel periodo estivo 2014/2015 (senza attività di contenimento) e in quello successivo (2015/2016) inserendo due metodi di contenimento:

  • Il primo metodo è l’eliminazione sistematica delle zone di acqua stagnante (siti di riproduzione della zanzara); questo accorgimento ha ridotto l’incidenza della patologia sulla popolazione di circa il 50%.
  • Il secondo metodo, applicato in un’area residenziale della città di circa 5’000 abitanti, ha aggiunto all’eliminazione dell’acqua stagnante il rilascio di esemplari maschi di Aedes aegypti geneticamente modificati. Questi esemplari – tutti maschi che non pungono l’uomo – si accoppiano con le femmine e trasmettono alla progenie una modificazione genetica che porta alla morte i nuovi nati prima del raggiungimento della maturità sessuale e, dunque, prima che possano riprodursi. In questo caso l’incidenza della patologia risulta ridotta di oltre il 90%.

A tutto questo, come indicato nel rapporto della stessa Oxitec, si aggiunge il fatto che l’impatto diretto sull’ambiente di questi esemplari geneticamente modificati è di fatto nullo, in quanto gli adulti rilasciati muoiono contestualmente alla morte della loro progenie: la modificazione genetica, in sostanza, non può rimanere a lungo nell’ambiente.

Quanto riportato è il risultato di dati preliminari, senza ripetizioni sufficienti e con un campione troppo limitato per avere un’effettiva validazione scientifica. Tuttavia i risultati potrebbero incoraggiare test più vasti e statisticamente rigorosi.

La ricerca continua.

Abbiamo gli strumenti per capire?

da explosm.net
da explosm.net

Siamo sicuri che avere molte fonti di informazione sia un bene?
A caldo verrebbe da rispondere affermativamente: più fonti di informazione ho, più la mia opinione potrà essere completa in quanto influenzata da molteplici punti di vista.
Nel campo delle opinioni (politica, etica, società ecc.) non esiste vero o falso: le opinioni sono il frutto di convinzioni maturate dalle esperienze individuali; maggiori le esperienze, più autorevoli le opinioni.
Ma esistono ambiti della vita in cui le opinioni non esistono, o per lo meno non sono tutte uguali o tutte legittime: Gli ambiti tecnici e scientifici.
A nessuno verrebbe in mente di dire che 2+2 fa 5, e se qualcuno rivendicasse il diritto di esprimere la propria opinione secondo cui 2+2 sarebbe uguale a 5 tutti i sani di mente gli consiglierebbero un piccolo ripasso del programma di prima elementare.
Ovviamente questo avverrebbe perché la stragrande maggioranza della popolazione sa che 2+2 è uguale a 4, non a 5. In altre parole ha gli strumenti per comprendere un’informazione e classificarla tra quelle attendibili o tra quelle non attendibili.
E qui casca l’asino.
Perché esistono livelli di competenza tecnico-scientifica che vanno ben oltre all’aritmetica di base, per i quali non tutti hanno gli strumenti idonei alla comprensione.
Eppure sul web, piattaforma santificata perché simbolo della libera informazione e del libero scambio di opinioni, fioriscono tutti i giorni notizie completamente senza senso o mistificazioni totali di notizie reali scritte da persone senza gli strumenti idonei a trattare l’argomento e condivise come cassa di risonanza da persone altrettanto prive di strumenti idonei all’analisi.
Perché? Perché se non ho gli strumenti per comprendere allora sposerò e tiferò per la notizia che più mi piace, quella che più asseconda le mie idee pregresse.
Alcuni esempi tratti dai social:
“I vaccini causano l’autismo, infatti da quando sono comparsi e si sono diffusi il numero di diagnosi di autismo è aumentato. Inoltre una sentenza del tribunale ha decretato un collegamento tra vaccini e autismo.”
Affermare che un evento aumenti di intensità a causa dell’aumento parallelo di intensità di un altro evento significa non avere gli strumenti per comprendere la statistica descrittiva. Una correlazione tra due eventi NON COMPORTA AUTOMATICAMENTE un rapporto di causa-effetto.
Io potrei affermare, secondo la stessa logica, che dagli anni ’90 sono comparsi e si sono diffusi i telefoni cellulari e contemporaneamente è aumentata la diffusione dell’aria condizionata nelle automobili (oggi quasi tutti hanno un telefonino e quasi tutte le auto hanno l’aria condizionata), dunque la diffusione dell’aria condizionata è stata causata dalla diffusione dei cellulari.
Ovviamente non è così, si tratta di due fenomeni non direttamente correlati ma entrambi espressione dello sviluppo tecnologico, così come la diffusione dei vaccini e la capacità di diagnosi dell’autismo (anni fa molti autistici venivano internati nei manicomi con l’etichetta di “matti” o “ritardati”) sono espressione dello sviluppo della scienza medica.
Affermare poi che un tribunale possa decidere cosa sia scientificamente valido (andando contro ciò che la comunità scientifica sostiene compatta) dimostra quanto poco preparati siamo a comprendere cosa sia la conoscenza scientifica e come funzioni (ne ho già parlato qui).
“Secondo la maggioranza delle persone intervistate l’evoluzione naturale è solo una teoria scientifica, non è dimostrabile ed è quindi giusto insegnare nelle scuole teorie alternative”
Punto primo: la realtà del mondo è vera indipendentemente da quello che pensa il pubblico, la scienza non è democrazia.
Se avessimo fatto un sondaggio nel 1500 chiedendo quale fosse la posizione della terra nell’universo il 100% degli intervistato avrebbe risposto che la terra è il centro dell’universo e sole e luna le ruotano attorno. Cionondimeno la terra continuava tranquillamente a ruotare attorno al proprio asse e attorno al sole, mentre il sistema solare continuava a ruotare attorno al centro della Via Lattea, anche se Copernico, Galilei e Keplero non avevano ancora scritto nulla.
Punto secondo: è “solo” una teoria scientifica anche la teoria di gravitazione universale, eppure non verrebbe in mente a nessuno di saltare fuori da una finestra del decimo piano di un palazzo.
Punto terzo: Dire che la teoria dell’evoluzione naturale non è dimostrabile significa non conoscere le ricerche in materia, in quanto numerosi esperimenti scientifici pubblicati in peer review ne dimostrano la validità (per chi volesse approfondire consiglio “Il più grande spettacolo sulla terra” di Richard Dawkins, fa una sintesi di tutti questi studi ed è particolarmente piacevole da leggere).
“L’omeopatia funziona meglio dei farmaci tradizionali: da quando sono passato alle pillole omeopatiche mi sento meglio”
Evidentemente, in questo caso, manca la cognizione del concetto di “base sperimentale”: per validare una qualunque ipotesi scientifica (medica o no) serve un alto numero di ripetizioni ed un accurato sistema di misurazione. Uno o pochi casi, magari per sentito dire, non possono rendere una pratica valida in senso generale.
“Oh, io non sono un tecnico o un esperto, ma secondo me le cose non stanno così…”
Ecco, questo è il problema principale: spesso si incontrano persone che – in nome della libertà di opinione – pretendono di poter dire la propria in materie di cui ignorano anche le basi. Non funziona così.
No, nemmeno ipotizzare complotti quando non si riesce a ribattere a osservazioni puntuali e precise funziona.

Parlando di pioggia e di clima

da sathiyam.tv
da sathiyam.tv

Di cambiamento climatico ne avevo già parlato qui.

Negli ultimi giorni, complice quello che è accaduto in Sardegna e un mio post recente, ho avuto modo di ripensare a quello che il cambiamento climatico implica. Non si tratta solo di riscaldamento dell’aria, ma di tutto quello che una variazione – anche minima – si porta dietro.

Come avevo già scritto, esiste un’organo ufficiale che raccoglie ricercatori di diversi paesi del mondo che ha il compito di capirci qualcosa sul tanto chiacchierato “cambiamento climatico”, si chiama IPCC, acronimo per Intergovernmental Panel on Climate Change.

Questi ricercatori, oltre a capirci qualcosa, hanno il merito di diffondere quello che capiscono. E sono talmente bravi da scrivere, oltre ai rapportoni tecnici con parole difficili per i non addetti ai lavori, anche un documento semplice, asciutto, breve, scritto per punti comprensibili e schemi destinato a chi non è tecnico, ma è fondamentale che ne capisca i contenuti: i politici ed i governi.

L’ultimo Summary for Policymakers (datato 11 Novembre 2013) è scaricabile gratuitamente in pdf dal sito (oppure da qui, vi concedo una scorciatoia)

Tra i vari punti si legge chiaramente che la frequenza di precipitazioni particolarmente intense è aumentata ed è destinata ad aumentare in futuro, particolarmente nelle nostre regioni (riporto due frasi qui sotto, sono in inglese ma sono semplicissime da comprendere)

[There are likely more land regions where the number of heavy precipitation events has increased than where it has decreased. The frequency or intensity of heavy precipitation events has likely increased in North America and Europe. In other continents, confidence in changes in heavy precipitation events is at most medium]

[Extreme precipitation events over most of the mid-latitude land masses and over wet tropical regions will very likely become more intense and more frequent by the end of this century, as global mean surface temperature increases]

Spero che di questo si riuscirà a tenere conto quando si progetterà o si modificherà l’uso del territorio in una nazione così densamente popolata come l’Italia, altrimenti coninueremo a stupirci che “piove più del solito”.

P.S. Questo post non vuole “cambiare il mondo”, “svegliare le coscienze”, “spaventare i potenti” o “sembrare alternativo”. L’unico scopo è quello di aiutare – per quanto in maniera limitata – la diffusione di informazioni che sono normalmente poco pubblicizzate al di fuori degli ambienti tecnici.

Wind storm and Beetle storm

Le immagini che sono riportate non documentano gli effetti di un fallout nucleare, sono invece rappresentative di quella che è una delle fasi dell’equilibrio dinamico degli ecosistemi.

Parco Nazionale di Harz, Bassa Sassonia. Pieno areale dell’abete rosso (Picea abies), una pianta dall’apparato radicale superficiale e dunque particolarmente suscettibile ai danni “da vento”. In questo caso la tromba d’aria dev’essere stata davvero forte dato che molte piante sono finite a “radici all’aria”.

Le piante danneggiate (non solo quelle cadute, anche quelle in piedi a cui sono stati strappati rami o che hanno subito danni alle radici) emettono sostanze volatili (odori, in pratica) come prodotto delle reazioni di difesa (e chiunque si sia appoggiato ad un tronco di abete con delle ferite sa di cosa parlo).

Queste sostanze attraggono alcuni insetti che si riproducono sotto la corteccia delle piante vive ma in difficoltà (in termini tecnici, stressate) e le cui larve si nutrono delle cellule vive sotto la corteccia, portando l’albero a disseccamento e morte. Su abete rosso il principale autore di questi danni è il coleottero scolitide Ips typographus, autore di caratteristiche gallerie sottocorticali.

Questi insetti, una volta trovato un buon albero stressato da colonizzare, rilasciano a loro volta delle sostanze volatili (feromoni di aggregazione) e richiamano altri insetti della stessa specie. Se l’attacco è particolarmente intenso, si può estendere anche a piante sane.

Gli effetti sono evidenti: piante schiantate con tutto l’apparato radicale esposto (colpa del vento), piante disseccate e morte in piedi (colpa dell’insetto) e piantine giovani (rinnovazione) che trovano finalmente luce e spazio per crescere (non sono state piantate artificialmente,  lo si vede dal fatto che crescono anche sulla terra rimasta tra le radici esposte).

Il Parco di Harz spiega tutto questo con un percorso didattico/turistico nel cuore della zona attaccata.

Galleria sottocorticale di Ips typographus
Galleria sottocorticale di Ips typographus
Radici all'aria di pianta schiantata
Radici all’aria di pianta schiantata
Alberi morti in piedi, alberi caduti e rinnovazione
Alberi morti in piedi, alberi caduti e rinnovazione
Alberi morti in piedi e rinnovazione
Alberi morti in piedi e rinnovazione
Rinnovazione di abete rosso sulle e radici di una pianta schiantata dal vento
Rinnovazione di abete rosso sulle e radici di una pianta schiantata dal vento
Tronco di abete rosso con corteccia staccata in seguito ad attaccato da Ips typographus
Tronco di abete rosso con corteccia staccata in seguito ad attacco di Ips typographus