Una conferenza sugli alberi anziani (articolo per non addetti ai lavori)

Un grande cedro nel parco antistante Villa Albrizzi Franchetti

Ieri un gruppo di pazzi scriteriati (di cui il sottoscritto fa orgogliosamente parte) ha sfidato un caldo soffocante per ritrovarsi a parlare di alberi “vetusti” e monumentali. Ovviamente nel mio caso ho ascoltato più che parlato. Cornice dell’evento è stata Villa Albrizzi Franchetti a Preganziol (TV).

veduta aerea di Villa Albrizzi Franchetti (Google Earth)

Un albero vetusto (o Ancient tree) è un albero che ha completato la sua fase giovanile e di maturità e si appresta a modificare la propria architettura per gestire le energie e sopravvivere nonostante una mole considerevole.

Un albero vetusto, specialmente se acquisisce lo stato di albero monumentale (le due cose sono collegate, ma non automatiche) è una pianta che va considerata sotto molti aspetti che vanno oltre le normali valutazioni che si fanno per gli alberi “comuni”:

  • Le valutazioni di stabilità vanno “ragionate” considerando che una pianta vetusta è naturalmente soggetta a difetti strutturali (che magari sarebbero causa di abbattimento d’urgenza per alberi in condizioni “normali”).
  • Un albero vetusto è un patrimonio impossibile da replicare: porta dentro di sé valori culturali, ambientali, di biodiversità. Un solo albero vetusto va considerato come un intero habitat per diverse specie (artropodi in particolare).
  • Il “rischio” connesso a cedimenti di parti della pianta va calcolato considerando l’elevato valore dell’albero: per diminuire il rischio di danni si può ragionare modificando la fruizione dell’area piuttosto che abbattendo la pianta, se possibile.

Capire i meccanismi di crescita, replicazione delle strutture e deperimento “programmato e controllato” di una pianta è un’arte difficile, ancora sconosciuta per molti aspetti e sicuramente variabile secondo la specie arborea, l’habitat e le condizioni climatiche. Non esistono ricette preconfezionate e risposte giuste o sbagliate a priori.

Se già la valutazione di un albero giovane o maturo è materia dibattuta e dipende molto dalle competenze e dall’esperienza del tecnico, la valutazione e la gestione di un albero veterano  è quasi una forma d’arte: comprende un approccio filosofico allo scorrere del tempo (ben più lungo del tempo che siamo abituati a percepire noi umani nel corso della nostra vita), comprende capacità di immaginare quali vicissitudini un albero possa avere passato e quale sarà il suo futuro (attività che si avvicina al puro vaticinio) e comprende conoscenze multidisciplinari complesse in materia di biologia, fisiologia,patologia (funghi), pedologia (suolo), parassiti (insetti e non solo) e clima (inclusi i cambiamenti climatici).

La comprensione e la gestione di questi testimoni della storia è una sfida intrigante e ancora aperta, ma che vale decisamente la pena di raccogliere.

Per gli interessati aggiungo dei link di approfondimento:

SIA – Società Italiana di Arboricoltura

Ancient Tree Forum (UK)

Treeworks (UK)

 

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Cimice asiatica – ultimi aggiornamenti

Ne avevo già parlato lo scorso autunno, quando il problema era evidente e sotto gli occhi di tutti (vedi qui), ne riparlo oggi dato che giovedì scorso ho partecipato a un workshop sulla situazione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) organizzato dalla Provincia di Treviso.

I relatori (prof. Carlo Duso e dott. Alberto Pozzebon, DAFNAE Università di Padova) hanno esposto i risultati delle ricerche bibliografiche e degli studi condotti sul campo per il monitoraggio di questo fastidioso insetto. Il quadro che ne esce non è molto incoraggiante per gli agricoltori e per chi non ami particolarmente la presenza di questo animale. Proviamo a vedere perché.

Per la maggior parte delle persone la presenza della cimice asiatica rappresenta principalmente un fastidio. Come detto questi insetti a fine estate cercano luoghi di svernamento e si infilano spesso e volentieri dentro alle nostre case, ma anche nelle siepi sempreverdi e in altri luoghi riparati. Per quanto questa insistente presenza possa essere irritante, non è nulla rispetto ai danni economici che l’attività alimentare della cimice causa agli alberi da frutto e a diverse altre colture. Per questa ragione gli sforzi di ricerca si concentrano in ambiente agrario più che in quello urbano.

La cimice asiatica, come suggerisce il nome, è una specie aliena (o alloctona). Partita dall’Asia è arrivata in nord America dove ha causato parecchi danni. Da qualche anno è presente in Europa (prime segnalazioni nel 2004 in Svizzera e Liechtenstein), in Italia (2012) e Veneto (2014). Come spesso accade per le specie aliene, la cimice asiatica non è un problema nei paesi d’origine, dove sono presenti degli antagonisti naturali – per lo più parassitoidi a carico delle uova – che hanno un importante ruolo di controllo della popolazione. Questi antagonisti non sono presenti in Europa, e quelli presenti non sembrano essere efficaci al momento.

“Ma allora è facile, importiamo i suoi nemici naturali”. Ecco, nonostante sia intuitiva, questa soluzione è difficilmente praticabile: importare deliberatamente specie alloctone è vietato dai regolamenti europei oltre che dal buon senso: non è auspicabile cercare di risolvere un problema creandone un altro, poiché non sappiamo che effetto potrebbe avere una nuova specie importata sulle altre specie del nostro ecosistema. Non è che non si possa fare in assoluto, ma per farlo bisogna dimostrare con ricerche lunghe e costose che la specie introdotta sia più utile che dannosa. Si può iniziare, ma senza dubbio ci vorrà qualche anno prima di poter pensare a una soluzione simile.

La cimice asiatica è estremamente polifaga, ossia mangia di tutto: si nutre a carico di foglie, fusti verdi, semi e frutti di moltissime specie, dalle fruttifere (pesco, pero, melo, kiwi, olivo, vite…) passando per le erbacee (soia, mais…) fino alle ornamentali, infestanti o colture da legno (paulownia, ailanto…). L’alimentazione a carico dei frutti causa deformazioni e suberificazioni in corrispondenza delle punture, rendendoli invendibili (e immangiabili). A peggiorare la situazione è la fenologia della specie: i monitoraggi condotti hanno evidenziato come la maggior parte degli adulti sono attivi in prossimità del raccolto proprio di pesche, mele e pere.

Cimice asiatica su pero (foto P. Pietrobon)

La cimice asiatica è estremamente tollerante alle condizioni climatiche estreme. Per dimezzare la popolazione servirebbero temperature invernali tra i -13° e i -19° (considerate sempre che svernano in luoghi riparati) o temperature estive superiori ai 45°. E si parla di “dimezzamento”, non di estinzione (a queste temperature è più probabile che si estingua la specie umana, sicuramente non sopravviverebbe il sottoscritto).

Il monitoraggio (unica azione possibile al momento) sfrutta delle particolari trappole attivate con un feromone di aggregazione (non sessuale). I sistemi di controllo con “confusione sessuale” (o mating disruption) che impiegano i feromoni sessuali per confondere i maschi che non riescono a trovare le femmine e dunque non si riproducono, non sono applicabili al momento. Esistono insetticidi efficaci (anche 100% di potere abbattente), ma hanno efficacia solo se impiegati a contatto diretto (leggi: spruzzo l’insetticida direttamente addosso alla cimice); dopo 2/3 giorni l’effetto insetticida crolla drasticamente (leggi: se una cimice arriva su una pianta trattata ieri non è detto che ci rimanga secca).

Una riduzione del danno si è evidenziata nei frutteti che utilizzano reti antigrandine, che forniscono una barriera fisica all’arrivo della cimice. Si tratta di investimenti importanti, ma ad oggi sembra essere l’unica soluzione per evitare danni ingenti. L’efficacia del controllo utilizzando “colture esca” (trap-crop) o catture massali è ancora in fase di studio.

Lo studio di soluzioni efficaci procede, ma il tempo per produrre risultati è sempre troppo lungo rispetto a un problema che è già presente. In ogni caso la cimice asiatica è un eccellente esempio di quello che può essere l’effetto di una specie aliena introdotta in un nuovo ecosistema.

Campionati Italiani di Tree Climbing (Treviso 2017)

Durante lo scorso week-end si sono tenuti i campionati italiani di tree-climbing organizzati dalla SIA (Società Italiana di Arboricoltura). Palcoscenico della manifestazione è stato il parco di Villa Margherita a Treviso.

Vista la mia vicinanza alla SIA (di cui sono socio) e al luogo dell’evento non ho potuto fare altro che partecipare, ovviamente non come competitor (il mio fisico è poco somigliante a quello del tree-climber modello). La mia maglietta recitava “giudice”, le mie mansioni in realtà sono state varie: dal portare l’acqua all’inserire le schede di punteggio dei “veri” giudici nei fogli di calcolo controllando che tutto fosse chiaro e preciso.

Al di là della spettacolarità dell’evento (che da sola valeva una visita al parco), vorrei spendere due parole per descrivere cos’è e cosa fa un tree-climber.

Lo dice la parola stessa: si arrampica sugli alberi. Ma perché?

Il tree-climber non è una figura sportiva, è prima di tutto una figura tecnica che rientra nell’ampio mondo dell’arboricoltura.

I tree-climber sono le “braccia operative” dell’arboricoltura, sono gli occhi e le mani di chi – come me – lavora sotto la pianta e si occupa di scrivere perizie e valutazioni. Il tree-climber è un tecnico specializzato che effettua le potature, installa i consolidamenti  e esegue tutte quelle operazioni necessarie per “prendersi cura” dell’albero senza arrecare alcun danno e operando in costante sicurezza.

I campionati di tree-climbing, poi, sono una “derivazione sportiva” del lavoro tecnico. Comprendono prove di velocità di arrampicata, di simulazione di lavoro e di recupero di un ferito appeso alla pianta (gli infortuni capitano, bisogna essere in grado di intervenire nel modo più veloce ed efficace possibile).

Per chi volesse approfondire le attività legate al tree-climbing e alle certificazioni volontarie che ne attestano le capacità rimando ai link qui sotto:

SIA Società Italiana di ArboricolturaPagina Facebook SIA

ANAF Associazione Nazionale Arboricoltori su Fune

E un po’ di foto..

Fasi della gara
I giudici sono anche lassù!
Il recupero del ferito
Giudici e concorrente nella prova “master”

Lasciate in pace Galileo

Ormai è diventata una moda: qualunque cialtrone più o meno titolato che dice una sciocchezza e viene pubblicamente sbugiardato o peggio, si lascia scappare l’infelice battuta:

“Anche Galileo è stato osteggiato dalla cultura ufficiale”

Si era detto per Vannoni e per il metodo Stamina, pratica senza evidenze scientifiche o test medici sperimentali seri, appoggiata da alcuni media in evidente caccia di ascolti e – purtroppo -da persone disperate. 

Ora lo si dice per i medici (radiati) Gava e Miedico, allontanati dall’ordine dei medici per avere posizioni anti-vaccini (una delle scoperte mediche più importanti della storia).

“Anche Galileo è stato osteggiato e costretto all’abiura dalla cultura dominante”.

Ecco, c’è una piccola differenza:

Galileo ha osservato, dimostrato e pubblicato. Galileo ha inventato un metodo di indagine – il metodo scientifico, appunto.

Galileo ha portato dati ed è stato osteggiato da persone che vivevano di dogmi.

I sedicenti novelli Galilei fanno l’esatto opposto. Prendono opinioni non dimostrate e pretendono di avere ragione nonostante l’assenza di dati o la presenza di dati contrari alle proprie ipotesi.

Quelli che alcuni seguaci chiamano “nuovo Galileo” hanno un atteggiamento anti-scientifico, dunque anti-galileiano.

Eppure sarebbe facile supportare nuove tesi, la scienza vive di nuove tesi.

Bisogna però applicare il metodo: ipotizzare, sperimentare, raccogliere dati e confermare l’ipotesi.

Il resto, mi dispiace, non è scienza. E di sicuro non piacerebbe a Galileo.

Nutria, castoro e lontra in tavola per la quaresima

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Con il mese di marzo per i cattolici è iniziata anche la Quaresima, il periodo di preparazione alla Pasqua.

In questi giorni, in particolare il venerdì, i precetti indicherebbero di mangiare “di magro”, ossia evitare la carne. In molti casi questa “regola”è stata tradotta con “venerdì si mangia pesce”.

Tralasciando il significato profondo e relativo alla dottirina delle fede che sta alla base di queste indicazioni (non ritengo di essere la persona più indicata per farlo), mi sono sempre chiesto quale sia il confine tracciato tra i cibi accettabili per poter dire di aver mangiato “di magro” e quelli che invece non dovrebbero rientrare nel menu del cattolico osservante.

E’ evidente che la distinzione non è strettamente zoologica e sistematica: mangiare pesce spesso include molluschi, crostacei e altri ordini zoologici che con i pesci condividono solo l’habitat; fateci caso la prossima volta che andrete a “mangiare  pesce” spendendo 60 euro per una frittura mista, un risotto con seppie e gamberetti, due spaghetti allo scoglio e un’impepata di cozze e vongole: potreste non aver messo tra i denti nessun pesce in senso stretto.

Il mio bisogno di definizioni sarebbe tentato di dire: mangiare “pesce” significa mangiare tutto ciò che appartiene al regno animale e che vive in ambienti acquatici. Salati, salmastri o dolci non fa differenza (tonno, canocchie o trota fanno sempre parte dei piatti “di pesce”).

Esclusi i mammiferi, giusto?

E’ evidente che i mammiferi non sono pesce ma carne. E quali sono i mammiferi degli ambienti acquatici? Cetacei (balene, delfini) e foche li conosciamo. Ma ci sono mammiferi strettamente legati agli ambienti d’acqua dolce?

Lontra e castoro ad esempio. Un tempo tipica fauna degli ecosistemi fluviali europei, oggi in ripresa (per lo meno la lontra nel nostro paese).

Quindi lontra e castoro sono esclusi dai menu “di pesce” o “di magro”, essendo mammiferi?

A quanto pare no.

Grazie a un collega vengo a conoscenza di un testo dal titolo “Operazione castoro”, scritto da Huber Weinzierl ed edito da Editrice La Scuola nel 1975. Questo testo tratta le questioni relative al ripopolamento dei castori in Europa, ma descrive anche fatti e aneddoti riguardanti la gestione di questa specie e altre specie simili in passato.

In particolare nelle prime pagine vengono citate alcune ricette semplici indicate nei libri di ricette a cavallo tra 1800 e 1900 a base di castoro, appunto, ma anche di lontra, folaghe e aironi. Tutti considerati cibo “magro” e affine al pesce, tanto da indicare i metodi per togliere il sapore di pesce dalle carni. Ne cito qualche riga:

“ […] La lontra, una volta tagliata a pezzi, va cucinata esattamente come il castoro. Quando la carne incomincia ad ammorbidirsi, mettere nella casseruola un cucchiaio di zucchero con un po’ di lardo, e a parte, con due cucchiai di farina, preparate una salsa e fatela cuocere finché abbia preso un colore nocciola scuro; aggiungete questo sugo alla lontra e lasciate cuocere quanto basta per farlo addensare. Prima di servire, versatevi sopra un poco di succo di limone.

[…] Questo piatto viene per lo più servito accompagnato da conserve di bacche di rosa o da gelatina di ribes.”

Oggi, ovviamente, castori e lontre sono sottoposte in alcune aree a vincoli di protezione, ma un altro roditore sta attirando l’attenzione di chef e buongustai: la nutria. Si moltiplicano ricette e metodi di cottura, si propongono prelievi a scopo alimentare che potrebbero essere molto efficaci nel contenere le popolazioni e, di conseguenza, i danni che questi animali provocano agli argini fluviali con la loro attività di scavo.

Personalmente non ho nulla in contrario all’approccio alimentare verso questa specie, anzi, mi incuriosisce. La mia domanda però è la seguente: verrà considerata “magro” come a suo tempo il suo parente, il castoro?

Giusto per sapere se potrei ritrovarmela in una frittura di paranza nelle prossime quaresime.

Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

Il ministero per le verità scientifiche

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Quel che pensa il Presidente degli Stati Uniti d’America riguardo al cambiamento climatico globale

Che il cambiamento climatico (climate change) e il riscaldamento globale (global warming) siano materie complesse, seppur evidenti alla comunità scientifica non è un mistero.

Che molte persone prive degli strumenti idonei per comprendere un testo scientifico possano sollevare dei dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico globale può succedere, il compito di chi fa divulgazione è quello di spiegare in modo semplice ma corretto ai “non tecnici” il contenuto di studi complessi difficilmente “digeribili” dai non addetti ai lavori.

Il cambiamento climatico globale è un problema attuale, reale e immediato. Ha effetti diretti sul clima di specifiche aree – ad esempio l’aumento di “eventi estremi” alle medie latitudini, come stiamo sperimentando in Italia negli ultimi anni – ha effetti indiretti su agricoltura, pesca, distribuzione di specie animali e vegetali, turismo e innumerevoli altri settori, ma essendo globale ha bisogno di essere studiato a diversi livelli, in diverse zone e con diverse metodologie. E deve essere spiegato chiaramente a chi ha la responsabilità di prendere decisioni politiche (lavoro che svolge, ad esempio, L’Intergovernmental Panel on Climate Change, che produce anche un periodico “riassunto per i politici”).

Che il neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump non fosse molto convinto dell’esistenza del cambiamento climatico globale (per usare un eufemismo) non è una novità. In campagna elettorale ha affermato che il cambiamento globale altro non è che “una bufala inventata dai cinesi” per limitare la produzione industriale americana.

“E’ solo campagna elettorale” si sentiva dire. Se dovesse diventare Presidente si ridimensionerà.

A quanto pare no.

Quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti assomiglia alla nascita di un “ministero per la verità scientifica” che sarebbe più idoneo a un libro di Orwell che a una “grande democrazia occidentale”.

Appena insediato il Presidente Trump e il suo governo hanno bloccato la diffusione di notizie scientifiche riguardanti il cambiamento climatico globale da parte di agenzie nazionali come l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA).

Stando a un articolo della Associated Press il direttore della comunicazione dell’EPA ha comunicato che tutti i documenti presenti sul sito dell’agenzia sono “sotto revisione”, inclusi quelli contenenti evidenze scientifiche sul riscaldamento globale causato da attività umane.

La revisione verrà gestita dallo staff amministrativo del neo-presidente, dunque le revisioni ufficiali degli studi scientifici (come funzionano l’ho scritto qui) non hanno più valore: il metodo scientifico non è più valido se al il governo in carica non sono graditi i risultati.

Questo episodio si associa al “silenziamento” dei social media di altre agenzie governative come il Dipartimento per l’Agricoltura (USDA) e il Servizio Parchi, i cui dipendenti si sono in qualche modo ribellati, come spiega questo articolo del Scientific American.

L’idea che le evidenze scientifiche possano essere nascoste o taciute secondo le idee dei governi è più ridicola che spaventosa: l’abiura di Galileo non ha minimamente modificato né il progresso scientifico, né tantomeno la realtà dei fatti.

Così come la terra girava attorno al sole nonostante le convinzioni della Chiesa e l’abiura forzata di Galileo, allo stesso modo il clima mondiale sta cambiando, la concentrazione di gas serra in atmosfera cresce significativamente dall’ultima rivoluzione industriale e gli effetti sono innegabili e davanti agli occhi di tutti quelli che hanno la voglia di guardare.

Gli effetti di decisioni politiche che ignorano la realtà del cambiamento climatico possono però avere effetti devastanti su tutto il pianeta. Se uno degli attori principali delle politiche ambientali mondiali gioca a fare l’inquisitore di scienziati è il caso che tutti gli altri paesi si impegnino ancora di più per fare “la cosa giusta” e prendere decisioni serie supportate da evidenze scientifiche.

In fondo della credibilità di un signore dal ciuffo biondo dovrebbe importare poco, quello che conta è che l’unico pianeta abitabile che conosciamo rimanga tale ancora a lungo.