Palme al Duomo, un’occasione persa per parlare di verde urbano

Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)
Le installazioni di Piazza Duomo (da milano.repubblica.it)

Non avrei mai immaginato che alcune scelte relative al verde urbano potessero catturare l’attenzione di siti web, giornali, trasmissioni televisive e social-networks in questo modo.

Mi riferisco ovviamente alla questione palme del duomo di Milano. In sostanza, proprio in Piazza Duomo, sono in fase di compimento alcune installazioni “architettoniche” (le definisco così dato che è un architetto a curarle) che consistono fondamentalmente in aiuole con piante esotiche, tra cui banani e palme, appunto. Queste opere dovrebbero essere temporanee (durata di 3 anni, a quanto sono riuscito a capire) e sono state finanziate dalla multinazionale statunitense del caffè Starbucks che dovrebbe aprire proprio nel capoluogo lombardo il primo negozio in Italia.

Mi scuso fin d’ora per il fatto di non portare dati precisi e documentati su tempistiche di completamento, specie e varietà delle piante utilizzate, cure previste, costi ecc. Non lo farò per due motivi: il primo è che il clamore di questo argomento ha portato alla produzione di innumerevoli articoli, interventi, approfondimenti e francamente sono riuscito a orientarmi poco e male; il secondo motivo è che non voglio valutare l’opportunità tecnica di questi impianti. In sostanza, non è questo il punto.

Il punto è che queste palme e questi banani sono stati il pretesto per parlare di immigrazione, tradizione, radici (in senso figurato, non botanico), amministrazioni pubbliche e chi più ne ha più ne metta. Sono diventate una bandiera da sventolare o da bruciare – purtroppo non solo metaforicamente – a seconda del punto di vista della propria tifoseria politica. Il tutto dando per scontati e sbandierando convincimenti botanici e di arredo urbano vegetale che ben poco hanno di sensato.

Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)
Una delle palme bruciate la notte tra il 18 e il 19 febbraio (da corriere.it)

Si è partiti con il rischio di “africanizzare” Milano per fare un favore agli immigrati, idiozia sesquipedale dato che l’installazione è opera di un’azienda occidentalissima e le palme sembrano appartenenti al genere Trachycarpus, originario dell’Asia orientale.

Si è proseguito dicendo che le palme sono perfette per Milano perché si trovano ovunque, dalle ville brianzole ai camping di Gallipoli, dunque sono piante mediterranee, dunque sono piante native. Falso, sono piante che possono tranquillamente sopravvivere a Milano, ma di specie native di palme italiane esiste solo Chamaerops humilis, una palma nanna peraltro, tipica della macchia mediterranea.

Si è sentito dire che è una scelta coraggiosa di un’amministrazione che “osa”, si è sentito dire che è stata una scelta sbagliata di un’amministrazione “venduta” alle multinazionali straniere. Si è sentita qualunque cosa e il suo contrario. Una cosa solo non ho sentito: cosa succede fuori da Piazza Duomo.

Al primo articolo letto ho pensato: “Bene! finalmente lo spunto per parlare del verde urbano, della sua funzione e del suo valore”, ma questa riflessione è rimasta, a quanto pare, nel cassetto.

Si è aperto il vaso di Pandora delle posizioni politiche su queste installazioni temporanee (che possono piacere o meno, sia chiaro) ma si è persa l’occasione di ampliare lo sguardo sulle alberature stradali capitozzate in modo indegno, sui parchi urbani e periurbani abbandonati al loro destino, su comitati Salviamo-Gli-Alberi che senza alcun fondamento tecnico accusano o minacciano i professionisti del verde per perizie non gradite, su comitati e gruppi di persone volenterose e supportate da tecnici che partecipano alla cura del verde delle città.

In sostanza, l’arredo verde di Piazza Duomo a Milano è un problema nazionale, che interroga politici ed esteti di tutti i tipi; l’arredo verde di altri comuni – grandi o piccoli che siano – è gestito bene o male secondo le sensibilità delle diverse amministrazioni o non gestito affatto, specialmente nei comuni piccoli, perché ci sono altre priorità.

Mauro Corona descrive le differenze tra le diverse città di montagna etichettando i posti “glamour” (Cortina in primis) come i posti in cui “nevica firmato”, capaci di attirare attenzione, investimenti e discussioni politiche. I luoghi in cui non nevica firmato, invece, devono fare i conti con le difficoltà tipiche dei paesi di montagna nell’indifferenza generale.

A quanto pare esistono anche i luoghi, o le piazze, dove “si pianta firmato”. Pochi purtroppo. E a quanto pare incapaci di fungere da catalizzatori per una discussione su un problema più ampio.

In sostanza, se rinasci palma e vuoi che ci si interessi a te devi sperare di essere piantata a Piazza Duomo a Milano.

Almeno finché qualcuno non ti da fuoco.

Il ministero per le verità scientifiche

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Quel che pensa il Presidente degli Stati Uniti d’America riguardo al cambiamento climatico globale

Che il cambiamento climatico (climate change) e il riscaldamento globale (global warming) siano materie complesse, seppur evidenti alla comunità scientifica non è un mistero.

Che molte persone prive degli strumenti idonei per comprendere un testo scientifico possano sollevare dei dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico globale può succedere, il compito di chi fa divulgazione è quello di spiegare in modo semplice ma corretto ai “non tecnici” il contenuto di studi complessi difficilmente “digeribili” dai non addetti ai lavori.

Il cambiamento climatico globale è un problema attuale, reale e immediato. Ha effetti diretti sul clima di specifiche aree – ad esempio l’aumento di “eventi estremi” alle medie latitudini, come stiamo sperimentando in Italia negli ultimi anni – ha effetti indiretti su agricoltura, pesca, distribuzione di specie animali e vegetali, turismo e innumerevoli altri settori, ma essendo globale ha bisogno di essere studiato a diversi livelli, in diverse zone e con diverse metodologie. E deve essere spiegato chiaramente a chi ha la responsabilità di prendere decisioni politiche (lavoro che svolge, ad esempio, L’Intergovernmental Panel on Climate Change, che produce anche un periodico “riassunto per i politici”).

Che il neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump non fosse molto convinto dell’esistenza del cambiamento climatico globale (per usare un eufemismo) non è una novità. In campagna elettorale ha affermato che il cambiamento globale altro non è che “una bufala inventata dai cinesi” per limitare la produzione industriale americana.

“E’ solo campagna elettorale” si sentiva dire. Se dovesse diventare Presidente si ridimensionerà.

A quanto pare no.

Quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti assomiglia alla nascita di un “ministero per la verità scientifica” che sarebbe più idoneo a un libro di Orwell che a una “grande democrazia occidentale”.

Appena insediato il Presidente Trump e il suo governo hanno bloccato la diffusione di notizie scientifiche riguardanti il cambiamento climatico globale da parte di agenzie nazionali come l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA).

Stando a un articolo della Associated Press il direttore della comunicazione dell’EPA ha comunicato che tutti i documenti presenti sul sito dell’agenzia sono “sotto revisione”, inclusi quelli contenenti evidenze scientifiche sul riscaldamento globale causato da attività umane.

La revisione verrà gestita dallo staff amministrativo del neo-presidente, dunque le revisioni ufficiali degli studi scientifici (come funzionano l’ho scritto qui) non hanno più valore: il metodo scientifico non è più valido se al il governo in carica non sono graditi i risultati.

Questo episodio si associa al “silenziamento” dei social media di altre agenzie governative come il Dipartimento per l’Agricoltura (USDA) e il Servizio Parchi, i cui dipendenti si sono in qualche modo ribellati, come spiega questo articolo del Scientific American.

L’idea che le evidenze scientifiche possano essere nascoste o taciute secondo le idee dei governi è più ridicola che spaventosa: l’abiura di Galileo non ha minimamente modificato né il progresso scientifico, né tantomeno la realtà dei fatti.

Così come la terra girava attorno al sole nonostante le convinzioni della Chiesa e l’abiura forzata di Galileo, allo stesso modo il clima mondiale sta cambiando, la concentrazione di gas serra in atmosfera cresce significativamente dall’ultima rivoluzione industriale e gli effetti sono innegabili e davanti agli occhi di tutti quelli che hanno la voglia di guardare.

Gli effetti di decisioni politiche che ignorano la realtà del cambiamento climatico possono però avere effetti devastanti su tutto il pianeta. Se uno degli attori principali delle politiche ambientali mondiali gioca a fare l’inquisitore di scienziati è il caso che tutti gli altri paesi si impegnino ancora di più per fare “la cosa giusta” e prendere decisioni serie supportate da evidenze scientifiche.

In fondo della credibilità di un signore dal ciuffo biondo dovrebbe importare poco, quello che conta è che l’unico pianeta abitabile che conosciamo rimanga tale ancora a lungo.

E’ il momento di parlare di Carnivori

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E’ il momento di parlare di Carnivori.

E’ il momento di farlo senza preconcetti, senza dover accontentare o assecondare punti di vista estremi, è il momento di farlo da un punto di vista tecnico-scientifico.

Sotto queste premesse è nato un progetto: un corso in 4 lezioni frontali (più un’uscita da organizzare nei mesi primaverili) in cui si parla di carnivori, con particolare attenzione alle specie della zona Alpina Italiana e al loro rapporto con l’uomo e le attività antropiche.

La parte didattica è diretta responsabilità di Fauna360, ossia mia e di Alberto Carradore (per chi non sapesse cosa facciamo può dare un’occhiata anche qui), l’organizzazione è un preziosissimo contributo dell’Associazione Universitaria Studenti Forestali (AUSF) di Padova.

Il corso si terrà nei giorni 6, 7, 13 e 14 dicembre 2016 (due martedì e due mercoledì) dalle ore 17,00 alle ore 19,00 presso l’aula 10 dell’edificio Pentagono di Agripolis (Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria) a Legnaro (PD).

I contenuti del corso andranno dalla sistematica alla morfologia dei carnivori in generale, si parlerà in generale e nello specifico – per le principali specie – dei rapporti e dei contrasti con le attività umane, del valore ecologico e dell’impatto dei carnivori sulle politiche di tutela ambientale. Si approfondiranno le tematiche relative a orso (Ursus arctos) e lupo (Canis lupus), in particolare di dinamica delle popolazioni, morfologia, biologia ed etologia, si introdurranno anche la biologia e l’ecologia di lince (Lynx lynx), volpe (Vulpes vulpes) e lontra (Lutra lutra). Saranno introdotte anche le tecniche di monitoraggio e gestione.

I dati e i contenuti presentati durante il corso sono il frutto della collaborazione di Fauna360 con ricercatori e amministrazioni che quotidianamente lavorano a contatto con i carnivori e le problematiche ad essi associati.

Il corso avrà un taglio tecnico-divulgativo ed è rivolto a studenti di scienze forestali, biologia, scienze naturali, medicina veterinaria, ma anche a tutti coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione

Il corso (4 lezioni) ha un costo di € 20,00. Maggiori informazioni modulo di iscrizione si possono trovare nel sito web dell’AUSF (ausf.pd@gmail.com) o al form bit.ly/CorsoCarnivori

P.S. Il corso è organizzato negli stessi giorni in cui ad Agripolis sarà possibile assistere alla mostra sui carnivori “Presenze silenziose”. Un motivo in più per venire a trovarci!

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Un anti-evoluzionista alla Casa Bianca

Mike Pence, ex governatore dell’Indiana, è il nuovo vice presidente eletto degli Stati Uniti d’America.
È considerato un fervente cristiano, conservatore, e soprattuto scettico riguardo la teoria dell’evoluzione naturale.

In quanto fermo credente, ritiene che tutto ciò che esiste è frutto della creazione divina. Immutabile e perfetta. Nessuno spazio per l’evoluzione, dunque.

In un suo discorso alla camera dei rappresentanti nel 2002 Pence afferma:

“I believe that God created the known universe, the earth and everything in it, including man. And I also believe that someday scientists will come to see that only the theory of intelligent design provides even a remotely rational explanation for the known universe.”

In sostanza, pur non avendo alcuna competenza scientifica, afferma che non solo Dio ha creato tutto ciò che esiste, ma che prima o poi gli scienziati arriveranno a capire che solo la teoria della creazione, del disegno intelligente, potrà spiegare i misteri dell’universo. 
Insomma, lui crede in Dio, quindi ha le risposte. Gli scienziati con i loro studi stanno solo perdendo tempo.

Ovviamente, non avendo gli strumenti per analizzare e comprendere una teoria scientifica, arriva anche a male interpretare il concetto stesso di “teoria”  che, è bene ricordarlo, in ambito scientifico è ben diverso da “ipotesi”

Essendo la teria dell’evoluzione naturale “solo una teoria” (nella sua testa, non in quella di chiunque abbia una conoscenza scientifica di base) nelle scule andrebbero imsegnate anche “teorie” alternative, come quella creazionista (questa sì un’ipotesi indimostrabile).

E perché la teoria creazionista sarebbe valida? Nella testa del vice presidente è ovvio: è la stessa teoria in cui credevano i padri firmatari della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.

Una validità scientifica per meriti storici, insomma.

“I would simply and humbly ask, can we teach it as such and can we also consider teaching other theories of the origin of species? Like the theory that was believed in by every signer of the Declaration of Independence. Every signer of the Declaration of Independence believed that men and women were created and were endowed by that same Creator with certain unalienable rights. The Bible tells us that God created man in his own image, male and female. He created them. And I believe that, Mr. Speaker.”

Il fatto che la dichiarazione di indipendenza sia stata firmata nel 1776 e “l’origine delle specie”, libro fondante della teoria evoluzionista di Darwin, sia stato pibblicato nel 1859 per Pence non ha alcuna importanza.

Una persona di questo tipo ai vertici di un paese che, nonostante tutto, è il faro mondiale per la ricerca scientifica e l’innovazione, rischia di essere qualcosa di più di un semplice imbarazzo.

Coraggio America!

A cosa servono le cimici

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Palomena prasina – Di Darius Baužys – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7835220

Ho scritto recentemente sulla biologia e sulle dinamiche dell’”invasione” della cimice asiatica, ma sento di non aver ancora risposto a una delle domande più frequenti:

A cosa servono le cimici?

La stessa domanda, puntuale ogni estate viene posta anche nei confronti di altri insetti.

A cosa servono le zanzare? Perché esistono?

Ecco, vorrei una volta per tutte dare una risposta a queste domande. L’unica risposta che ritengo appropriata è la seguente:

La domanda non ha alcun senso.

Immaginare che un animale (o una pianta, o un batterio) abbia dignità in quanto destinatario di un preciso ruolo nel mondo è il risultato di una visione antropocentrica (o religiosa) della natura; una visione in cui l’uomo è al centro e di conseguenza tutti gli altri esseri viventi sono a lui funzionali, per semplice superiorità o per concessione “divina”.

Ugualmente erronea è la visione in cui la natura, la terra e gli ecosistemi costituiscano un meraviglioso mondo di pace e amore in cui tutti gli esseri si tengono per mano e contribuiscono, secondo le proprie capacità, a mantenere l’ecosistema stesso, ognuno con il proprio compito.

Non funziona così, la realtà è un po’ diversa.

In natura ogni specie, animale o vegetale che sia, lotta all’ultimo sangue con i propri simili e contro le altre specie per sopravvivere, crescere e riprodursi; ossia per passare alle future generazioni il proprio patrimonio genetico.

Non ci sono missioni particolari a parte questa. Tanto meno ci sono doveri nei confronti dell’uomo (o di altre specie) tali da identificare un ruolo.

Troppo semplice? Forse, ma effettivamente tutto ciò che vediamo in natura ha a che fare con la lotta per la sopravvivenza del proprio patrimonio genetico: gli adattamenti evolutivi sono il risultato del successo di quegli individui che hanno, in quel momento, le migliori caratteristiche per sopravvivere nell’ambiente in cui si trovano, e che quindi riescono a vivere e a riprodursi, trasmettendo le proprie caratteristiche vincenti alle generazioni future.

Il mimetismo delle falene risulta vincente nel momento in cui rende difficoltosa l’individuazione della farfalla da parte di un predatore e ne aumenta le possibilità di sopravvivenza e, dunque, di  riproduzione.

I pollini trasportati dal vento, leggeri e fastidiosi per gli allergici, consentono alle piante di tentare l’avventura della riproduzione oltre i limiti fisici propri di un essere vivente che non può muoversi da dove ha messo radici.

L’aggressività delle orse che difendono i piccoli e insegnano loro come procurarsi il cibo e sopravvivere all’inverno altro non è che la difesa del proprio patrimonio genetico, un investimento di energie e tempo per garantirgli un futuro.

Tutti gli esseri viventi giocano a questo gioco, che Richard Dawkins ha definito “il più grande spettacolo sulla terra”. Ognuno con le proprie strategie e le proprie armi per sopravvivere, riprodursi, e tutelare i risultati della propria riproduzione.

Il risultato di questo gioco è un equilibrio dinamico (ossia sempre mutevole, sbilanciato e poi controbilanciato) che caratterizza gli ecosistemi come li conosciamo.

Cimici e zanzare non fanno eccezione.

A noi potranno anche dare fastidio, ma hanno una guerra da combattere. E a loro poco importa dei “compiti” che la nostra specie cercherà di rifilargli.

La cimice asiatica. Cos’è e perché ci “invade”

esemplare adulto di Halyomorpha halys (Di Yerpo - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32004988)
esemplare adulto di Halyomorpha halys
(Di Yerpo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32004988)

Negli ultimi giorni si vedono spesso articoli più o meno precisi riguardanti l’”invasione delle cimici asiatiche nel nord-est”, corredati da testimonianze di cittadini esasperati e impossibilità di intervento da parte delle amministrazioni locali.

Forse è il caso di fare un po’ di ordine e spiegare di cosa si parla.

La cimice asiatica (o cimice marmorata marrone) ha un nome scientifico (Halyomorpha halys) ed è un insetto della famiglia dei Pentatomidi, dell’ordine dei Rincoti (Eterotteri). Una cimice insomma.

Come buona parte dei suoi con familiari è un insetto fitofago, ossia si nutre di piante utilizzando l’apparato boccale modificato con il quale perfora frutti, germogli, foglie e fusti giovani di molte specie di alberi e arbusti. Il danno si manifesta con punteggiature necrotiche su foglie e frutti, in caso di attacco intenso può produrre ingenti danni alle piante da frutto (soprattutto le rosacee) e alle piante da orto (in particolare le leguminose). In alcuni casi può essere vettore di fitopatologie.

A parte questo – e scusate se è poco – non è assolutamente pericolosa per l’uomo. Non punge e non morde né uomini né animali domestici. Il fastidio provocato da questo insetto è dovuto al fatto che per svernare (in forma di adulto) cerca dei luoghi caldi e riparati, motivo per cui in questi giorni entra senza tanti complimenti nelle case. Ovviamente il fatto che la cimice rilasci sostanze maleodoranti se disturbata non aiuta affatto la convivenza.

Il controllo della specie è piuttosto difficile, poco utile è riempire la casa di insetticidi per contatto, spesso inefficaci sono anche gli insetticidi superficiali spruzzati sulle piante. In ambito agrario sembrano avere efficacia i trattamenti a tappeto contro le neanidi (gli insetti appena nati) e il trappolaggio tramite feromoni specifici. Buona pratica potrebbe essere quella di verificare la presenza di uova depositate sulle piante di terrazze e giardini (piccole palline attaccate alla pagina inferiore delle foglie) e rimuoverle manualmente. Per gli adulti in casa al momento l’unica soluzione sembra quella di prelevarli e rimuoverli uno a uno (tendono a camminare più che a volare).

Ma perché sono così tante?

Semplice, perché sono una specie aliena – termine tecnico con cui si indica una specie introdotta in un ambiente in cui non è mai stata presente, per quanto alcuni mezzi di informazione non risparmino l’ironia su questa parola. La cimice asiatica è stata accidentalmente introdotta prima negli Stati Uniti (1998) e successivamente in Europa (in Italia il primo esemplare è stato trovato nel modenese nel 2012) con tutta probabilità tramite materiale di imballaggio. Da allora ha trovato un clima buono, piante ospiti di cui cibarsi e nessun predatore pronto a identificarla come preda: le condizioni ideali per proliferare.

Negli ultimi anni sembra che i predatori delle due specie maggiormente presenti in Italia (Palomena prasina e Nezara viridula) stiano aumentando significativamente di numero, segno che forse l’ambiente sta reagendo all’”invasione” e i predatori (in particolare imenotteri parassitoidi) si stanno adattando alla nuova preda.

Quale sarà il futuro di questa specie, purtroppo, è difficile da immaginare. Si arriverà probabilmente ad una situazione di popolazioni stabili, ma in quanto tempo?

Nel frattempo segnalo ai più curiosi una pubblicazione sul ritrovamento della cimice asiatica (e altre specie) in Italia e in Europa pubblicata da EPPO.

Consigli per la lettura – Il re dell’uvetta


È difficile spiegare alla gente cosa ci sia di tanto bello negli insetti da girare con una lente sempre a protata di mano, o cosa mi spinga a svegliarmi prima dell’alba – magari nei giorni in cui potrei dormire – per andare prendere freddo in un bosco, armato di binocolo, per sperare di vedere un cervo.
Le passioni in generale – e quella per la zoologia non fa eccezione – nascono in modo irrazionale e crescono fino a diventare parte integrante della tua vita.

Fredrik Sjoberg (entomologo svedese) riesce a raccontare queste passioni con incredibile leggerezza e ironia, incrociando i racconti della propria vita con quelli della vita di Gustaf Eisen, scienziato ottocentesco, esperto di lombrichi apprezzato anche da Darwin, fondatore del Sequoia National Park, esperto di viticoltura e naturalmente incline a studiare tutto lo scibile di ogni nuova disciplina incontrata nel corso dei suoi oltre 90 anni di vita.

Leggere questo libro mi ha fatto tornare ai tempo dell’università, quando si andava in uscita didattica e alla sera, dopo la tradizionale dose di acquavite, i professori “scendevano dalla cattedra” e si mettevano a raccontare aneddoti.

Con alcuni compagni di studio continuiamo, dopo anni, a passare periodicamente qualche serata con alcuni di questi professori. Il piacere della loro compagnia è immutato.

Il piacere di questa lettura, per me, è stato incredibilmente simile.

Fredrik Sjoberg, “Il re dell’uvetta”. Iperborea